Non violenza! Altro che «indifferenza»…Sì alla neutralità

Niki Paltenghi, membro del Partito Comunista.
Niki Paltenghi, membro del Partito Comunista.
Sorprende e preoccupa come quei partiti “progressisti” che indicano di votare No all’iniziativa sulla neutralità abbiano voltato le spalle alla metodologia non violenta, unico baluardo di umanità dinanzi alle flagranti violazioni del diritto umanitario: da loro emerge la concezione per cui dinanzi alla criminalità internazionale bisognerebbe reagire con ulteriore sopraffazione, di forma diversa, quando numerose autrici e autori di sinistra hanno già dimostrato come questa perpetuerebbe soltanto la spirale oppressiva, dunque inefficace, del crimine stesso. Infatti, sanzioni di Stati terzi – dunque non dell’ONU che potremmo invece continuare ad adottare – conferenze di pace parziali, chiusura di spazi aerei, invio di armi, ecc. sono misure che escludono sin dalla loro concezione la pace come mezzo per ricercare il fine della pace medesima cedendo, invece, alla “logica” persecutoria della guerra.
Bisognerebbe perseguire, semmai, le ragioni che portano altri esseri umani come noi a compiere atti così disumani e innaturali. Va posto con fermezza che solamente la partecipazione attiva di chi commette crimini, con dialogo diretto o mediato, permetterebbe di gettare le fondamenta per una pace concordata, non imposta, dunque duratura nel tempo poiché sostenibile da entrambe le parti. Maggiore è la brutalità dei crimini commessi, maggiore è l’urgenza di comprenderne le radici.
Certo è condivisibile la critica agli affari sporchi delle imprese svizzere ma tengo a precisare che, proprio perché il tessuto economico non è neutrale per sua natura, così come non lo è il pensiero delle singole persone che abitano la Svizzera, risulta oggi urgente che lo Stato lo sia dichiarandolo nella Costituzione. La diplomazia svizzera è chiamata a garantire la pace e non a fomentare la guerra con il suo doppiopesismo né umanitario né tantomeno umanista. Il margine di manovra per regolare questo vile mercato risiede infatti nella legislazione sul commercio estero e sulle banche, non nella Costituzione. Dai contrari viene proposta una neutralità «à la carte», non costituzionale, da ridefinire di situazione in situazione – un’autoproclamazione più autoritaria che autorevole – per conservare un margine alla consueta “coercizione umanitaria”.
Sul piano politico, l’attuale Consiglio federale ha già dimostrato l’inefficacia del suo agire contraddittorio dinanzi ad analoghe violazioni del diritto internazionale (ampie misure per la Russia ma non per gli USA o per Israele, per esempio). Da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet emerge inoltre che le sanzioni colpiscono soprattutto le classi lavoratrici (non oligarchi o governi!) sia dei paesi che le subiscono, sia dei paesi che le sottoscrivono. In Svizzera, l’effetto delle sanzioni come l’aumento del costo della vita, dall’energia agli alimenti, e la conseguente pressione salariale (anche per i dipendenti pubblici) ha pesato soprattutto sulle classi lavoratrici e non sulla borghesia nazionale (anche targata UDC!) che invece taglia, non adegua salari all’inflazione e/o licenzia.
Non possiamo porre fiducia nemmeno nel Parlamento: dalla deputazione ticinese coinvolta nel Comitato per il No arrivano le seguenti conferme: voto a favore della riesportazione di carri armati alla Germania “o presso partner della NATO” (PS) e auspicio di maggior collaborazione con alleanze militari (Verdi). Un No “contro al riarmo” non è dunque credibile! Specialmente se il primo partito esclama a Teleticino che l’invio di armi all’Ucraina sarebbe cosa «umana» e il secondo sottovaluta che, qualora la Svizzera aderisse alla NATO, dovrebbe raggiungere il 5% del PIL di spesa militare annua, entro poco più di nove anni. Nel 2025 la spesa per la Difesa è ammontata a 5,03 miliardi, nell’alleanza avrebbe significato 44,08 miliardi. Ma soprattutto: in tal caso la popolazione abbandonerebbe il proprio diritto ad intervenire sulla spesa militare dunque niente più voce al Parlamento, niente più referendum, niente più iniziative “per una Svizzera senza esercito”.
Il Governo, con il disegno della legge militare di settimana scorsa, propone di estendere l’istruzione all’estero persino ai soldati di milizia ovvero lavoratori e lavoratrici, i tanto citati “giovani cervelli”, per buona pace di Giorgio Fonio (Centro) che alla RSI appena due giorni prima, dibattendo contro Massimiliano Ay (PC) definiva questa proiezione una «fake news». Dalle istanze più “pacifiste” del Parlamento, Franziska Roth (PS) esplicita che la Svizzera «condivide gli stessi valori della NATO e dell’UE». Dall’esercito, l’ex comandante di corpo Thomas Süssli ha già annunciato il suo approdo in politica in quanto favorevole ad una «maggiore cooperazione» con l’alleanza atlantica. Le maggiori testate, che dovrebbero garantire la pluralità volta ad arginare questa “escalation”, al posto di indagare queste contraddizioni preferiscono organizzare rappresaglie infondate (come le liste di proscrizione in Italia) e diffamatorie nei confronti di qualsiasi voce fuori dal coro della violenza perpetua, fino alle accuse di “putinismo”… Ben esemplifica la condanna del Corriere della Sera da parte del Tribunale di Milano o quella de La Regione da parte della Pretura di Locarno, che ha riconosciuto una lesione illecita della personalità del Partito Comunista.
Quali sarebbero dunque, per i contrari alla Neutralità, i «nostri valori» (qualificati in modo ugualmente scientifico ai «valori svizzeri» dell’UDC) da non contrastare: quelli del prestito di 40 CHF ai membri della Flotilla rapiti illegalmente in acque internazionali? O quelli di un’alleanza difensiva macchiata di innumerevoli interventi armati controversi per il diritto internazionale come Afghanistan, Iraq, Jugoslavia, Libia, ecc?
Invito dunque a votare Sì all’iniziativa per la neutralità, per evitare di prendere parte alla spirale della violenza: sia della guerra sia del rifiuto di approfondirne (o «decostruirne») le cause.




