Il portafoglio non mente: quanto è davvero alta l’inflazione in Svizzera?

Elio del Biaggio
In Svizzera si parla di inflazione, di stabilità dei prezzi e di potere d’acquisto con numeri che, sulla carta, sembrano rassicuranti. C’è però una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: stiamo davvero misurando tutto ciò che pesa sul portafoglio dei cittadini?
Perché tra l’inflazione ufficiale e quella vissuta ogni giorno dalle famiglie può esserci una distanza significativa.
Il problema non è mettere in discussione le statistiche, ma è capire che cosa misurano davvero e, soprattutto, che cosa lasciano deliberatamente fuori.
Quando aumentano energia, carburanti, alimentari, abitazioni, trasporti, premi di cassa malati e servizi, il costo della vita cresce concretamente. E se a questo aggiungiamo imposte, tasse, oneri e altri prelievi che incidono direttamente o indirettamente sui prezzi, la pressione sui bilanci familiari diventa ancora più evidente.
Pensiamo ai carburanti: il loro prezzo non dipende soltanto dal costo internazionale del petrolio. Una parte rilevante è costituita da imposte e altri oneri. E il costo dell’energia non rimane confinato alla pompa di benzina o alla bolletta: entra nel prezzo di ciò che produciamo, trasportiamo, acquistiamo e consumiamo.
L’energia è dentro praticamente tutto e incide, direttamente o indirettamente, sul costo di beni e servizi.
E allora non basta dire che l’inflazione è contenuta se contemporaneamente una famiglia deve spendere sempre di più per mantenere lo stesso livello di vita.
Un indice medio può essere corretto dal punto di vista statistico e, nello stesso tempo, risultare poco rappresentativo dell’esperienza concreta di una famiglia. Non tutti consumano le stesse cose, non tutti hanno gli stessi costi e non tutti sono colpiti nello stesso modo dagli aumenti.
Per questo parlare semplicemente di “inflazione” può diventare persino fuorviante se non si guarda all’insieme della pressione economica che grava sui cittadini.
Il rischio è quello di costruire una fotografia apparentemente rassicurante, mentre la realtà quotidiana racconta altro. Un’inflazione ufficiale contenuta può diventare inveritiera nella percezione complessiva del costo della vita se non tiene adeguatamente conto di tutte le voci che incidono sul bilancio familiare.
E qui occorre essere realisti, ma soprattutto onesti.
Non si può pretendere di tranquillizzare la popolazione raccontando soltanto ciò che conviene alla politica, all’economia o alla narrazione ufficiale. I cittadini non hanno bisogno di essere rassicurati: hanno bisogno che venga detta loro la verità.
Perché la verità non arriva soltanto dai rapporti statistici: arriva dalla spesa al supermercato, dalla fattura dell’elettricità, dal pieno di carburante, dall’affitto, dai premi di cassa malati, dalle assicurazioni, dai trasporti, dalle bollette. E, soprattutto, da ciò che rimane dello stipendio alla fine del mese.
Il potere d’acquisto non è una percentuale astratta, ma è la quantità di beni e servizi che una persona può realmente permettersi con il proprio reddito.
Se per vivere come prima dobbiamo spendere sempre di più, qualcosa non torna, anche quando un indicatore statistico ci dice che l’inflazione è sotto controllo.
E non è una questione di pessimismo: si tratta semplicemente di una questione di trasparenza.
Bisognerebbe avere il coraggio di calcolare e comunicare il costo della vita considerando l’intero peso economico che grava realmente sulle famiglie, distinguendo chiaramente ciò che deriva dai mercati, ciò che dipende dalle decisioni dello Stato e ciò che è determinato da altri fattori.
Perché soltanto così possiamo capire quanto sia realmente elevata la pressione sui cittadini e quali interventi siano necessari.
La politica può discutere di percentuali, l’economia può discutere di indici, ma il portafoglio non mente.
E quando alla fine del mese resta sempre meno, raccontare che va tutto bene non riduce l’inflazione: riduce soltanto la credibilità di chi lo racconta.



