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SOLETTA

«L'infermiere mi ha palpeggiata. Sono rimasta paralizzata»

Una donna racconta il profondo disagio vissuto dopo un presunto abuso e le difficoltà incontrate nel denunciare. L'ospedale: «Siamo a conoscenza dell'accaduto».
«L'infermiere mi ha palpeggiata. Sono rimasta paralizzata»
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«L'infermiere mi ha palpeggiata. Sono rimasta paralizzata»
Una donna racconta il profondo disagio vissuto dopo un presunto abuso e le difficoltà incontrate nel denunciare. L'ospedale: «Siamo a conoscenza dell'accaduto».

SOLETTA - «Era già sera ed ero in camera con una paziente affetta da demenza»: così inizia il racconto di una donna solettese che descrive un episodio avvenuto durante un ricovero in ospedale e che l'ha profondamente scossa. La donna, che si sentiva priva di forze ed energie, è stata curata dal 21 dicembre 2025 al 1° gennaio 2026 in un ospedale della Solothurner Spitäler (Società Ospedaliera del Canton Soletta) AG. Tra gli altri disturbi, doveva essere trattata anche per un'irritazione cutanea.

«Ero come paralizzata e non sapevo cosa fare»
«L'infermiere mi stava medicando una ferita, ma improvvisamente mi ha infilato intenzionalmente una mano sotto la maglietta e mi ha massaggiato il seno», racconta la donna, che desidera rimanere anonima. Quando gli ha chiesto di smettere, l'uomo avrebbe interrotto il gesto. «Poi è sparito per mezz'ora. Ero come paralizzata e non sapevo cosa fare. Solo dopo quei 30 minuti è tornato e ha terminato di medicarmi la ferita».

Il giorno successivo la donna si è rivolta al personale dell'ospedale. «Tra le lacrime ho raccontato cosa era successo. Ero quasi sull'orlo di un crollo nervoso», riferisce. In seguito ha parlato anche con la responsabile del reparto.

«Facevo fatica a farmi la doccia, perché provavo un tale disgusto»
Secondo il suo racconto, quest'ultima le avrebbe detto di aver frainteso la situazione. Una reazione che la donna afferma di non aver compreso: «Non so cosa ci fosse da fraintendere. Si è eccitato toccandomi e poi è sparito per 30 minuti». Anche dopo essere stata dimessa, la paziente ha continuato a fare i conti con quanto accaduto. «Facevo fatica persino a farmi la doccia, perché provavo un tale disgusto», racconta.

Già prima di quell'episodio, il comportamento dell'infermiere le era apparso insolito. In occasione di un'iniezione antitrombotica, l'uomo avrebbe scherzato fingendo che la siringa fosse una freccetta e che la sua coscia fosse il bersaglio: «Mi era già sembrato strano».

La donna non ha presentato una denuncia penale. «Nella stanza, oltre alla paziente affetta da demenza, non c'erano testimoni», spiega. Inoltre, secondo quanto le sarebbe stato riferito dal servizio di aiuto alle vittime, avrebbe dovuto sostenere personalmente i costi di un eventuale avvocato.

L'ospedale: «Siamo a conoscenza dell'accaduto»
Interpellata sulle accuse, la struttura ospedaliera ha risposto: «Siamo a conoscenza dell'accaduto. Gli accertamenti sono stati effettuati e sono conclusi», sottolinea a 20 Minuten il portavoce Oliver Schneider. Che aggiunge: «Per motivi legati alla privacy delle persone coinvolte non possiamo fornire dettagli ulteriori».

L'ospedale non ha precisato se l'infermiere coinvolto lavori ancora nella struttura, né ha fornito dettagli sulle modalità con cui l'episodio è stato affrontato internamente.

Le vittime a volte parlano solo in un secondo momento
Per il Centro pazienti di Zurigo (Patientenstelle Zürich), episodi di questo tipo non sono eccezionali. «Ci vengono ripetutamente segnalati casi in cui pazienti riferiscono di aver subito violazioni dei propri limiti o aggressioni sessuali durante un trattamento», riferisce il direttore Mario Fasshauer.

«In particolare le persone malate, indebolite, sedate o comunque dipendenti dagli altri si trovano in una particolare relazione di potere e fiducia», sottolinea Fasshauer. Non è tuttavia possibile stabilire con quale frequenza questi episodi si verifichino realmente.

Dall'attività di consulenza, spiega ancora Fasshauer, emerge inoltre che alcune vittime riescono a dare un significato a quanto accaduto soltanto in un secondo momento. «Per vergogna, insicurezza o a causa del rapporto di dipendenza, inizialmente non parlano dell'accaduto», conclude.

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