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C'è tanto lavoro e si guadagna bene, ma i ticinesi questo mestiere lo evitano

In pochi osano fare il piastrellista. Eppure è una professione richiesta e che al momento sta in piedi quasi solo grazie al frontalierato. Il paradosso raccontato dal formatore Raphael Rubin.
C'è tanto lavoro e si guadagna bene, ma i ticinesi questo mestiere lo evitano
C'è tanto lavoro e si guadagna bene, ma i ticinesi questo mestiere lo evitano
Davide Giordano tio.ch
C'è tanto lavoro e si guadagna bene, ma i ticinesi questo mestiere lo evitano
In pochi osano fare il piastrellista. Eppure è una professione richiesta e che al momento sta in piedi quasi solo grazie al frontalierato. Il paradosso raccontato dal formatore Raphael Rubin.

BELLINZONA - Decine di posti di lavoro liberi. Ma finiscono in mano ai frontalieri perché i ticinesi non ne vogliono sapere. È il paradosso con cui convive la professione del piastrellista nella Svizzera italiana. E il tema non è nuovo. «Di certo – sostiene il formatore Raphael Rubin – c’è ancora una cultura che in generale non spinge verso le professioni artigianali, categorizzandole un po’ come di serie B».

Colpa di chi?
«I giovani hanno interiorizzato questo modello. Ma dietro un peso importante ce l’ha anche la famiglia. È un momento della società in cui un lavoro pratico non viene visto di buon occhio. Si spinge il figlio ad andare a fare il dottore o l’avvocato. Ci si dimentica che la stessa società ha bisogno di persone che lavorano con le mani». 

Su questi temi in Ticino c’è una mentalità troppo snob?
«Non lo so questo. C’è chi pensa che stiamo tutto il giorno in ginocchio e basta. In realtà quella del piastrellista è una professione estremamente gratificante. Si fanno anche i rivestimenti delle pareti ad esempio. Si crea, ci si ingegna. E si è felici quando al termine del lavoro c’è un risultato. La giornata lavorativa è molto variegata. Non c’è monotonia, anche grazie al fatto che i materiali cambiano da cantiere a cantiere». 

Il fatto che questa sia una professione oggettivamente faticosa frena alcuni giovani?
«Sicuramente. Ci sono però degli strumenti protettivi. Delle ginocchiere, dei cuscini. La sicurezza sui cantieri è una priorità. Non dimentichiamoci inoltre che chi fa il piastrellista si tiene costantemente in allenamento fisico. C’è chi paga per andare in palestra. Mentre il piastrellista la palestra, con i movimenti opportuni, la fa sul posto di lavoro. È un mestiere che ti permette di tenerti in forma».

E qui scatta forse un elogio alla manualità.
«Questa è un’era tecnologica. Tanti lavoratori hanno timore dell’intelligenza artificiale, dei robot. Ecco, il manuale è il manuale. Per adesso l’intelligenza artificiale non riesce in alcun modo a sostituire un piastrellista».  

Si parlava delle famiglie. Come si fa capire a una famiglia i concetti espressi finora?
«A livello associativo discutiamo tantissimo di questa situazione. A volte i giovani scelgono di fare i piastrellisti. Ma poi a casa i genitori hanno da ridire. E spingono affinché i ragazzi cambino idea. Tocca a noi mostrare ancora di più i lati positivi della professione. Il piastrellista ha la possibilità di fare carriera così come di mettersi magari in proprio».

Alcuni fanno notare che anche la paga è buona…
«Noi non vogliamo aggrapparci ai soldi. C’è sempre qualcuno che guadagna di più. Però è vero. Un piastrellista, se si considera il contratto collettivo, prende un buon stipendio. Poi forse va considerata un'altra particolarità. Rispetto ad altri settori artigianali il nostro è un settore piccolo. Se uno è bravino le ditte fanno di tutto per tenerselo. Avere la sicurezza del posto di lavoro oggi non è da tutti».

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