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Lorenzo Quadri

Difendere la neutralità o farci trascinare in guerra?

Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi
Difendere la neutralità o farci trascinare in guerra?
Lorenzo Quadri
Difendere la neutralità o farci trascinare in guerra?
Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi

In vista della votazione popolare sull’iniziativa sulla neutralità, i contrari stanno diffondendo abbondanti fake news.

La più utilizzata è che, anche in caso di bocciatura dell’iniziativa, la Svizzera rimarrebbe comunque neutrale. Ma è davvero così?

La Confederazione ha già adottato 20 pacchetti di sanzioni contro la Russia, allineandosi alle misure dell’UE. Al di là del giudizio sulla loro efficacia (inesistente), è chiaro che una simile politica non è compatibile con la neutralità. Sarebbe anche interessante sapere quanto stanno costando queste sanzioni all’economia svizzera.

Le sanzioni, è bene ricordarlo, non servono affatto alla “promozione della pace”. Sono, al contrario, un atto di guerra (economica). E, per dirla con il giurista internazionale Bindschedler, sono particolarmente pericolose per gli Stati piccoli: “I Paesi grandi rischiano una provincia, quelli piccoli la loro stessa esistenza”.

Negli ultimi anni, già prima della guerra in Ucraina che ha impresso un’accelerazione, gli esponenti del mainstream - Consiglio federale, partitocrazia, burocrati bernesi, vertici dell’esercito, media - hanno cambiato drasticamente la direzione della politica di sicurezza del nostro Paese. Meno autodifesa, più “cooperazione”.

Il che significa: meno Svizzera, più NATO. E, ovviamente, sempre meno neutralità: quest’ultima va progressivamente anestetizzata per poi passare all’eutanasia.

Il Consiglio federale ha commissionato uno studio dal quale emergono 100 raccomandazioni. Tutte vanno nella medesima direzione: avvicinamento - ossia sottomissione - alla NATO.

Ancora nel 1993 il CF aveva respinto un rapporto sulla neutralità che chiedeva una collaborazione più stretta con UE e NATO, ad esempio con manovre militari congiunte, e che voleva allentare la legge sul materiale bellico. Altri tempi. Oggi il vento è decisamente cambiato. E tira brutta aria.

Ma la neutralità non può funzionare a corrente alternata. Per essere credibile deve essere chiara, prevedibile e applicata con coerenza. La Convenzione dell’Aia stabilisce infatti che uno Stato neutrale deve trattare le parti belligeranti in modo imparziale.

La neutralità svizzera, inoltre, non è solo un orientamento politico o una tradizione: è uno status riconosciuto dal diritto internazionale, consolidatosi a partire dal Congresso di Vienna del 1815.

La neutralità ha permesso alla Svizzera di diventare un Paese sicuro, stabile e prospero. Inoltre, essa favorisce il libero scambio. La Svizzera deve poter commerciare con tutti. È essenziale diversificare i partner economici per ridurre la nostra dipendenza dall’UE, e quindi renderci meno ricattabili da Bruxelles.

Ulteriore panzana: l’iniziativa sulla neutralità isolerebbe la Svizzera. È vero il contrario. Una neutralità coerente e chiara crea fiducia, in patria e all’estero. Apre la Svizzera al mondo (non la rinchiude in un blocco) e le permette di dialogare con tutti.

Il nostro Paese può essere utile alla pace come piattaforma negoziale; come luogo in cui i belligeranti possono incontrarsi e trattare. Non certo unendosi al coro mainstream che emette giudizi morali ora contro gli uni, ora contro gli altri, a seconda delle mode del momento.

Il che non significa non avere una morale. Per dirla con un noto politologo: la neutralità non è assenza di morale, ma assenza di parzialità.

Chi vuole che la Svizzera resti un Paese neutrale e indipendente, chi rifiuta la strisciante adesione alla NATO, chi non vuole che un domani i nostri figli vengano costretti a combattere in guerre all’estero, il 27 settembre vota un Sì convinto all’iniziativa sulla neutralità.


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