Vaccini, certificati e fiducia: quando il cittadino ha il diritto di fare domande

Quanto può durare una politica sanitaria se viene meno la fiducia dei cittadini?
La vicenda di Granit Xhaka, relativa al certificato Covid contraffatto, riporta alla memoria un periodo nel quale certificati, vaccinazioni e libertà individuali sono diventati temi centrali nella vita quotidiana.
Durante la pandemia abbiamo visto politici e personaggi pubblici vaccinarsi davanti alle telecamere e rivolgersi alla popolazione con messaggi rassicuranti. Era un modo per invitare le persone a seguire l’esempio.
Allo stesso tempo, sui social sono comparsi video nei quali sembravano vedersi siringhe senza ago, aghi retrattili o vaccinazioni apparentemente simulate. Alcuni di questi filmati sono stati successivamente smentiti, manipolati o spiegati diversamente. Questo è un punto sul quale bisogna essere estremamente corretti: un video sospetto non costituisce automaticamente la prova di una vaccinazione falsa.
Ma proprio perché alcune immagini possono essere false, bisogna verificare. E se esistono dubbi, il cittadino ha il diritto di porre domande senza essere automaticamente etichettato.
C’è poi un episodio concreto che merita di essere ricordato. Nel 2021 il Consiglio federale propose un incentivo di 50 franchi per chi avesse convinto un’altra persona a vaccinarsi. Alain Berset, allora ministro della Sanità, sostenne pubblicamente la proposta. Dopo la consultazione con i Cantoni, l’idea venne però abbandonata. Non si trattava quindi di 50 franchi dati direttamente a ogni persona vaccinata: era un buono destinato a chi avesse convinto qualcun altro.
Perché ricordarlo oggi?
Perché dimostra quanto fosse intensa la campagna di sensibilizzazione e quanto fosse diventato importante aumentare il numero delle persone vaccinate. È legittimo chiedersi se, quando si parla di una decisione sanitaria personale, sia opportuno utilizzare anche incentivi economici.
E qui arriviamo al problema della fiducia.
Un vaccino non è semplicemente un «siero»: dal punto di vista medico, è una preparazione destinata a stimolare una risposta immunitaria. Chiamarlo genericamente «siero» non rende automaticamente falsa o vera una vaccinazione, ma utilizzare termini corretti è fondamentale quando si discute di salute pubblica.
Allo stesso modo, non possiamo sostenere che tutti i politici abbiano utilizzato siringhe finte o che abbiano ricevuto sostanze diverse da quelle dichiarate senza prove individuali e verificabili. Ma non possiamo nemmeno chiedere ai cittadini di rinunciare alle domande.
La vera questione è proprio questa: perché la fiducia non può essere imposta.
Se un’autorità chiede al cittadino di vaccinarsi, deve fornire informazioni comprensibili sui benefici, sui rischi, sulle incertezze e sulle alternative. Se un personaggio pubblico si vaccina davanti alle telecamere, è comprensibile che quella immagine venga utilizzata come esempio. Ma un’immagine televisiva, da sola, non dovrebbe mai sostituire la trasparenza.
La vicenda del certificato falso di Xhaka ci ricorda inoltre che i documenti sanitari devono essere autentici e verificabili. E questo principio deve valere per tutti: cittadini, personaggi pubblici e istituzioni.
Non servono né fede cieca né complottismo. Serve qualcosa di molto più semplice: prove, documenti, trasparenza e possibilità di verificare.
La pandemia ci ha lasciato una lezione importante. Quando le istituzioni comunicano bene e dimostrano con i fatti ciò che affermano, la fiducia può crescere. Quando invece il cittadino percepisce pressioni, contraddizioni o informazioni incomplete, cresce inevitabilmente il sospetto.
E allora la domanda non dovrebbe essere: «Da che parte stai?».
La domanda dovrebbe essere: «Quali sono i fatti? E posso verificarli?»
È questa, in fondo, la base di una società libera: non obbligare le persone a credere, ma dare loro gli strumenti per conoscere e decidere



