«Un vuoto in un CV non significa che un ragazzo sia “sbagliato”, bisogna guardare oltre»

Scrivere una candidatura per un tirocinio in un presente ben più complesso di un tempo, in cui imperversano le lettere a ciclostile fatte con l'AI. Come si fa a emergere o a capire chi sono le gemme? Ce lo spiega Sara Rossini.
SAVOSA - Per tutti quanti arriva quel momento nella vita in cui la direzione del proprio destino, lavorativo e umano, è strettamente legata a una lettera di motivazione e un curriculum vitae. Due documenti che devono riuscire a “fotografarci”, come lavoratori ma anche come persone, per convincere un datore di lavoro a darci un'opportunità.
Ovviamente è tutto fuorché una passeggiata, anche dopo anni e anni di lavoro; figurarsi se si è in cerca del proprio apprendistato magari senza la licenza media in mano e senza le idee chiarissime (o una convinzione inossidabile).
Senza contare, poi, lo scenario attuale che - ormai è impossibile negarlo - vede un uso più o meno indiscriminato dell'intelligenza artificiale, che si traduce in documenti asettici, stereotipati, che odorano di “plastica” e che finiscono per essere... “demotivazionali”, però per il datore.
Come possono fare le ragazze e i ragazzi in cerca di tirocinio a superare questo scoglio? E come possono fare, invece, le aziende a trovare le persone giuste? Lo abbiamo chiesto a Sara Rossini, di Fill-up, che proprio di recente ha lanciato un'AI “fatta in casa” che punta proprio a fare entrambe le cose.
Partiamo dal principio, perché una lettera motivazionale e un CV fatti bene sono così importanti?
Perché rappresentano il primo contatto tra il giovane e l’azienda. Prima ancora di incontrarlo, l’azienda si costruisce un'impressione attraverso il CV, la lettera e le pagelle. Sono questi documenti a determinare se quella porta si aprirà oppure no.
E quella porta, spesso, conduce a uno stage: il momento in cui il giovane può finalmente dimostrare capacità, attitudine e motivazione che magari dalle note scolastiche non emergono affatto.
Una candidatura non deve – e non può - garantire un posto di apprendistato, ma deve almeno riuscire a creare un’opportunità d’incontro.
Come siamo messi in Ticino con la stesura di questo tipo di documenti? È più ostico il CV o la lettera?
Direi entrambi, per motivi diversi. Per il CV si utilizzano spesso modelli pensati per gli adulti. Ma un ragazzo di 14 o 15 anni non ha ancora un’esperienza professionale da raccontare: il suo potenziale va cercato altrove, nelle attività extrascolastiche, negli hobby, nelle responsabilità assunte e nelle esperienze vissute.
Inoltre, si tende a eliminare tutto ciò che non è andato bene: un’interruzione, un periodo senza scuola o senza formazione, un percorso cambiato. Il risultato, però, è un vuoto che l’azienda nota e interpreta da sola, spesso nel modo peggiore.
La lettera, invece, contiene quasi sempre frasi corrette ma scontate: «Sono motivato», «Mi piace lavorare in gruppo», «Vorrei imparare questa professione».
Affermazioni che dicono poco, soprattutto quando il percorso del giovane non è lineare. In questi casi la lettera dovrebbe anticipare ciò che potrebbe creare un dubbio e riequilibrarlo con il resto della storia.
Se spiego bene una difficoltà, l’azienda leggerà anche le pagelle con occhi diversi.
Hai notato un cambiamento negli anni? Se sì, verso il meglio o il peggio?
Il problema è che i documenti sono rimasti sostanzialmente gli stessi, mentre i percorsi dei giovani sono cambiati.
Oggi incontriamo più frequentemente ragazzi che hanno vissuto momenti di difficoltà, periodi di blocco, cambiamenti di percorso o interruzioni di apprendistato. Esperienze che non possono essere raccontate con un modello standard, perché ogni storia ha cause, significati e risorse differenti.
Le scuole forniscono giustamente una base e degli strumenti per preparare una candidatura, ma non dispongono del tempo e delle risorse per analizzare in profondità ogni singolo profilo.
E non possiamo pensare che tutto debba ricadere sulla scuola. Una candidatura realmente personalizzata richiede ascolto, conoscenza del mondo dell’apprendistato e capacità di leggere ciò che si nasconde dietro un percorso.
Quali sono le criticità più evidenti?
La criticità principale è che molti giovani non riescono a far emergere il proprio valore. Non perché non ne abbiano, ma perché nessuno ha insegnato loro dove cercarlo e come raccontarlo.
Se in un CV inseriamo unicamente esperienze professionali, quello di un quattordicenne rischia di essere praticamente vuoto. A quel punto, all’azienda restano soprattutto le pagelle.
Ed è qui che si crea il vero problema: chi ha note insufficienti o molte assenze rischia di essere escluso prima ancora di poter spiegare cosa sia successo.
Spesso, inoltre, le difficoltà scolastiche e le assenze sono collegate. Un giovane che teme continuamente di fallire può iniziare a evitare la scuola, alimentando un circolo vizioso che poi pesa anche nella ricerca dell’apprendistato.
Durante uno stage, invece, quel ragazzo può rivelarsi puntuale, pratico, curioso e disposto a impegnarsi. Il compito di una buona candidatura è proprio questo: non vendere un giovane per ciò che non è, ma permettergli di arrivare allo stage e mostrare chi sia davvero.
Nel tuo comunicato in cui hai presentato Fill-App citi un caso in cui hai notato una “gemma” dentro una candidatura claudicante. Come fai a capire quando un giovane è promettente?
Fill-App è nata proprio da quel caso. Nel CV di questo giovane c’era un vuoto di oltre un anno. L’azienda lo aveva interpretato in modo molto semplice: «È rimasto a casa sul divano». La lettera era standard e non spiegava nulla, quindi quel vuoto era diventato automaticamente un elemento negativo.
Nel suo CV risultava che aveva iniziato un apprendistato nella Svizzera tedesca, pur essendo di origine italiana. Quel percorso si era interrotto, ma la sua scelta raccontava già molto: aveva avuto il coraggio di cambiare regione linguistica, adattarsi a un nuovo contesto e uscire dalla propria zona di sicurezza.
Quella era la “gemma”. Non il fatto che tutto fosse andato bene, ma ciò che aveva dimostrato provandoci.
Dopo un colloquio telefonico, l’azienda ha deciso di convocarlo per uno stage. La volontà e l’attitudine che avevo intuito nella sua storia sono emerse immediatamente.
Oggi è un apprendista modello, apprezzato per la presenza, l’impegno e il modo in cui affronta il lavoro. Per riconoscere il potenziale bisogna smettere di guardare soltanto ciò che manca e iniziare a chiedersi che cosa raccontano davvero le scelte di quel giovane.
Passiamo all’AI. Immagino che oggi i ragazzi la usino parecchio: con quali risultati? Non si rischia di riempire i datori di lavoro di lettere e CV “slop” che non dicono nulla? Non è quasi peggio che scriverli male?
Nelle aziende con cui collaboro vedo moltissime candidature e direi che circa l’80% delle lettere è ormai realizzato con l’intelligenza artificiale. Lo si riconosce subito: testi formalmente perfetti, pieni di belle parole, ma completamente scollegati dalla persona che dovrebbe rappresentare.
Il problema non è l’AI in sé. Il problema è utilizzarla senza fornirle la storia del giovane e senza conoscere le particolarità dell’apprendistato. Se le diamo poche indicazioni generiche, produrrà inevitabilmente una lettera generica.
E spesso né i ragazzi né i genitori rileggono davvero ciò che è stato generato. Il risultato può fare più danni di una lettera scritta in modo semplice ma autentico, perché l’azienda percepisce immediatamente che quelle parole non appartengono al candidato.
Il Barometro delle transizioni della SEFRI conferma questa difficoltà: dopo le note scolastiche insufficienti, indicate dal 45% delle aziende, tra le principali carenze emergono la scarsa motivazione e le candidature impersonali, segnalate dal 37%. Se la candidatura non aggiunge elementi utili, le pagelle rimangono l’unico vero criterio di valutazione.
La tua idea di Fill-App nasce come reazione a questa situazione? Che differenza c’è rispetto a ChatGPT e strumenti simili?
Fill-App nasce esattamente da qui: dalla necessità di utilizzare l’intelligenza artificiale senza perdere la persona. La differenza non sta semplicemente nella tecnologia, ma nel percorso che viene fatto prima che l’AI inizi a scrivere.
Fill-App guida il giovane attraverso domande elaborate da chi conosce l’apprendistato e sa quali informazioni sono importanti per un’azienda formatrice. Lo aiuta a ripercorrere le proprie esperienze, riconoscere le competenze sviluppate anche fuori dalla scuola e affrontare in modo costruttivo gli eventuali punti critici. L’AI non inventa un candidato perfetto e non sostituisce il suo impegno.
Organizza e valorizza ciò che il giovane ha raccontato, trasformandolo in un CV e in una lettera coerenti con la sua storia, la professione scelta e il contesto dell’apprendistato.
Il bollino “Generated by Fill-App” rende trasparente l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma comunica anche qualcosa di importante all’azienda: dietro quel documento non c’è un semplice comando inserito in una chat. C’è un giovane che ha dedicato tempo a raccontarsi, riflettere sul proprio percorso e costruire consapevolmente la propria candidatura.



