Disoccupazione per i frontalieri, Chiesa incassa un altro sì

Il senatore UDC: «No allo spostamento degli oneri sulla Svizzera, non stiamo parlando di un semplice adeguamento tecnico».
BERNA - La Svizzera deve respingere il recepimento delle nuove norme europee sulle indennità di disoccupazione dei lavoratori frontalieri. È quanto chiede la mozione del consigliere agli Stati ticinese Marco Chiesa, accolta dal Parlamento dopo il sì già espresso dal Consiglio nazionale lo scorso 17 settembre, con 109 voti favorevoli, 72 contrari e 5 astensioni.
Al centro della questione c'è la revisione dei regolamenti europei sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, approvata definitivamente dal Consiglio dell'Ue il 28 settembre scorso Tra le novità figura il principio secondo cui un lavoratore che abbia svolto un'attività ininterrotta per almeno 22 settimane può maturare il diritto all'indennità di disoccupazione nello Stato dell'ultima occupazione, a condizione che siano rispettati i requisiti previsti dalla legislazione nazionale.
Oggi, invece, per i frontalieri la competenza è in linea generale dello Stato di residenza, mentre il Paese dell'ultimo impiego rimborsa le prestazioni per un periodo limitato.
Per la Svizzera, dunque, l'eventuale recepimento della revisione significherebbe assumersi direttamente una parte molto più consistente dei costi legati alla disoccupazione dei frontalieri. La Confederazione ha stimato un possibile onere supplementare nell'ordine dei 600-900 milioni di franchi all'anno, anche se la SECO sottolinea l'incertezza delle stime.
È soprattutto questo l'aspetto contestato da Chiesa. «Non stiamo parlando di un semplice adeguamento tecnico. Parliamo di uno spostamento potenzialmente molto importante degli oneri verso la nostra assicurazione contro la disoccupazione», ha affermato nel suo intervento.
Per il senatore ticinese la questione non è però soltanto finanziaria. Con il nuovo sistema, sostiene, anche gli uffici regionali di collocamento svizzeri si troverebbero a seguire persone residenti oltre confine, verificandone disponibilità al lavoro, ricerche d'impiego e rispetto degli obblighi previsti dall'assicurazione.
Un cambiamento che, secondo Chiesa, comporterebbe «una maggiore complessità amministrativa e di coordinamento». La documentazione ufficiale della Confederazione conferma che, qualora la revisione fosse adottata dalla Svizzera, i frontalieri disoccupati con ultima occupazione in Svizzera e almeno 22 settimane consecutive di attività sarebbero sottoposti alle regole e agli obblighi svizzeri, compresi quelli relativi al collocamento.
Il tema assume un peso particolare per le regioni di confine e per il Ticino, dove il fenomeno del frontalierato è particolarmente rilevante. Chiesa ha inoltre sollevato la questione degli incentivi: «Quando cambiano le prestazioni associate a un'attività lavorativa, cambiano anche gli incentivi», ha sostenuto, chiedendo di valutare se il nuovo sistema possa aumentare ulteriormente l'attrattività del mercato del lavoro svizzero.
La mozione non mette in discussione il diritto dell'Ue di modificare le proprie norme, ma chiede al Consiglio federale di opporsi al loro recepimento nell'ambito dell'Accordo sulla libera circolazione (ALC) delle persone.
Per Chiesa, è dunque proprio ora che Berna deve fissare la propria posizione. «L'ALC è un accordo bilaterale. E bilaterale significa che una modifica del diritto europeo non diventa automaticamente una modifica degli obblighi della Svizzera», ha concluso.



