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Todd Elik e l’avversario più duro

Leggenda a Langnau e giocatore pesantissimo a Lugano, Zugo e Davos, il canadese vuole continuare a lasciare il segno
Todd Elik e l’avversario più duro
Todd Elik/TI-Press
Todd Elik e l’avversario più duro
Leggenda a Langnau e giocatore pesantissimo a Lugano, Zugo e Davos, il canadese vuole continuare a lasciare il segno
«La Svizzera mi ha dato tutto nella vita».
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ASSINIBOIA - Se vi chiedessero di indicare un giocatore duro ma talentuosissimo, spigoloso ma contemporaneamente capace di tocchi di classe, pensando all’hockey svizzero indichereste probabilmente Todd Elik. Arrivato in National League nel 1997 su intuizione del Lugano, l’attaccante canadese ha infatti imperversato sulle nostre piste per quasi un decennio - lasciando da parte la parentesi triennale all’Olimpija Lubiana - periodo durante il quale è stato a tratti dominante. E divisivo. Perché ai vari riconoscimenti per un hockey, il suo, a tratti irraggiungibile (MVP del campionato nel 1998-99, miglior straniero nel 1999-2000, miglior assistman nel 2001-2002, oltre a un paio di recite fenomenali alla Spengler), ha aggiunto anche quelli riservati al giocatore più duro (più penalizzato della Lega dal 1997-98 al 2000-01 e poi ancora nel 2002-03).

Perché, sì, sul ghiaccio Todd era un duro: non smetteva di battersi fino al suono della sirena. A volte pure oltre. E quel temperamento, che l’ha fatto amare od odiare a seconda della situazione, ma sicuramente apprezzare da tutti, se lo è portato nella vita di tutti i giorni. 

Con lo stesso temperamento il 60enne sta infatti affrontando un avversario tremendo, probabilmente il più forte mai trovatosi di fronte: un tumore metastatico. Grave anche perché scoperta colpevolmente in ritardo - Elik ha ammesso che, da giocatore di hockey testardo, ha ritardato di qualche mese la visita che l’ha poi portato a scoprire il problema - la malattia ha colpito ma non messo al tappeto Todd che, come sempre fatto, ha scelto di battersi fino alla sirena. E, appunto, forse pure oltre.

«La diagnosi è stata una sorpresa, ero semplicemente scioccato - ci ha raccontato il canadese, giocatore-culto a Langnau - Non pensi mai che ti verrà un cancro, ma a me è capitato. Mi è stato diagnosticato un tumore al colon al quarto stadio. Da febbraio sono impegnato con la chemioterapia e ci sono stati dei miglioramenti significativi. Lotto e combatto ogni giorno».

Essere stato un atleta e un professionista ti sta in qualche modo aiutando in questa battaglia?
«Sì, la situazione in cui mi trovo attualmente e il fatto di essere stato nel mondo dell'hockey praticamente per tutta la vita mi hanno sicuramente aiutato durante questo percorso».

TI-Press

Tra i tanti che ti hanno manifestato il loro sostegno, anche solo con un messaggio, c’è qualcuno che ti ha sorpreso particolarmente?
«Molti dei messaggi che ho ricevuto sono arrivati da ex giocatori della NHL. Giocatori che hanno dovuto affrontare loro stessi il cancro o altri infortuni. Quella dell’hockey è davvero una grande famiglia».

Hai in qualche modo ancora qualche contatto con il Lugano o i suoi tifosi? Il motto del Lugano è “Never give up”. Si addice perfettamente alla tua situazione.
«No, non ho sentito la società o qualcuno a Lugano. Sono rimasto in contatto con Keith Fair (nove anni ad Ambrì e dieci a Lugano) e Andre Doll (un biennio in bianconero). Siamo molto legati. Sono persone fantastiche».

Ovunque tu sia andato, in National League, hai lasciato ottimi ricordi.
«La Svizzera mi ha dato tutto nella vita. Nel vostro Paese, che ha grandi qualità, mi hanno permesso di giocare e lavorare. Quegli anni sono stati una bellissima esperienza per me e per la mia famiglia».

Devi tornarci.
«Torno in Svizzera due volte all'anno. C'è una famiglia di Eggiwil, nell'Emmental, alla quale sono molto legato».

Hai la forza o la voglia di fare progetti a lungo termine?
«Ho dei progetti, delle cose che voglio fare. La mia vita quotidiana non è cambiata molto. Sono solo un po' più affaticato. Un po' più stanco, ma andrò avanti finché potrò. Amo l'hockey e amo farne parte».

Cosa ti ha spinto a tornare in panchina, a spenderti per i Southern Rebels nella Provincial Junior Hockey League?
«A spingermi ad andare ad Assiniboia (cittadina della provincia canadese del Saskatchewan) è stato Curtis Nelson. È il presidente e mi ha contattato. In realtà sono molto fortunato. Mi ha dato l'opportunità di allenare, cosa che amo. Fa tantissimo per il club, i giocatori e la comunità. Abbiamo un'ottima organizzazione».

Quanto conta per te, in questo specifico momento, avere la possibilità di fare l’allenatore?
«Sono molto fortunato ad avere l'hockey nella mia vita. Mentalmente mi permette di allontanarmi dalla malattia. Mi aiuta a staccare dai problemi».

La comunità ad Assiniboia è molto unita.
«Non posso che parlare benissimo dell'organizzazione di hockey e della città. È davvero qualcosa di speciale. È una piccola comunità, è vero, ma molto unita. Abbiamo una pista nuova, all'avanguardia, c’è entusiasmo, e i giocatori hanno tutte le opportunità per migliorarsi ogni giorno».

Assiniboia Southern Rebels

E la comunità si è ovviamente stretta attorno a Elik, "dedicandogli" qualche minuto - e una maglia con un nastro blu dedicata - prima del match vinto domenica contro i Regina Silver Foxes.

Carly Tendler, Operations Manager del club, ci ha spiegato: «I Southern Rebels desiderano dedicare un momento per riconoscere e onorare tutti coloro che sono sopravvissuti al cancro, coloro che attualmente lo stanno combattendo e i loro cari che sono stati al loro fianco. Questa causa ci sta particolarmente a cuore, e in questa stagione siamo orgogliosi di dedicarla a tutti coloro che sono stati colpiti dal cancro. I nostri giocatori indosseranno un nastro blu sulle loro maglie come simbolo di coraggio, forza, speranza e della tenacia dimostrata da coloro che continuano a lottare con determinazione».

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