La prima e più sanguinosa strage della nostra storia

25 anni fa, il 27 settembre 2001, un uomo armato fino ai denti entrava nella sala del Granconsiglio di Zugo uccidendo 14 persone. Da quel momento in poi la Svizzera cambiò per sempre.
Mentre il mondo cercava di svegliarsi dall'incubo dell'11 settembre, realizzando che niente sarebbe stato più come prima, anche la Svizzera conosceva l'orrore causato da chi si ergeva a giudice supremo della vita altrui.
Un signor nessuno, armato fino ai denti
Il 27 settembre del 2001, un Friedrich Leibacher entrò nel palazzo del governo di Zugo, armato fino ai denti e vestito con un costume da poliziotto da lui stesso confezionato, uccidendo quattordici persone, tre consiglieri di Stato e 11 granconsiglieri, e ferendone altre diciotto, per poi togliersi la vita con una pistola.
Quest'anno si commemorano i venticinque anni dal più grave fatto di sangue avvenuto in Svizzera che ha segnato profondamente l'opinione pubblica elvetica per la sua insensata ferocia. Una strage che, a detta di molti, poteva essere evitata, ma che ha indiscutibilmente segnato un cambio di passo nel campo della sicurezza pubblica e dei dibattiti sull'accesso alle armi.
I motivi della strage, in un primo momento imputati a una sorta di effetto emulativo della violenza scatenata dagli attentatori dell'11 settembre, vennero poi rinvenuti nella sete di vendetta del cinquantasettenne, nato proprio a Zugo il 21 luglio del 1944, che si riteneva vittima dell'amministrazione cantonale, e aveva ordito un lucido piano omicida per portare avanti il «giorno dell'ira contro la mafia di Zugo», come scritto dall'uomo stesso in dei farneticanti volantini redatti in occasione della strage.
Alla televisione svizzera, il giornalista Dominik Hertach aveva raccontato «che l'uomo aveva percorso tutta l'aula sparando ai granconsiglieri» per almeno cinque minuti. Come riferito all'epoca alla CNN da Hanspeter Hausheer, tra i membri del legislativo cantonale che si trovavano all'interno dell'edificio, «è stata come un'esecuzione».
Keystone«Li combatterò con le loro stesse armi»
Il cinquantasettenne Leibacher era già noto a Zugo come una persona violenta e dedita ad attività criminali. Dopo la sua morte, come raccontato dal Neue Zürcher Zeitung, è emerso anche il fatto che fosse stato arrestato, anni addietro, «per violenza contro la moglie, all'epoca minorenne e incinta». In tutto, l'uomo si sposo tre volte con tre donne della Repubblica Dominicana, avendo da loro tre figli.
All'uomo era stato diagnosticato uno stato mentale compromesso, e risultava affetto da demenza: i nove raccoglitori rinvenuti dalla polizia cantonale nella sua abitazione, pieni di lettere e documenti nei quali aveva espresso chiaramente le proprie idee folli, testimoniano il suo stato mentale alterato, anche se, al momento del compimento della strage, Leibacher è stato riconosciuto capace di intendere e volere, potendosi parlare solo in misura minima di una scemata responsabilità penale.
Il fatto che il piano criminoso fosse stato accuratamente premeditato è stato provato da una attenta perizia psichiatrica basata anche sul fatto che l'uomo avesse scritto di suo pugno una lettera di commiato alla madre, oltre ad aver venduto la propria abitazione di Seelisberg e sistemato la propria situazione finanziaria; l'uomo percepiva all'epoca una rendita d'invalidità e non svolgeva alcuna attività lavorativa regolare. Il giorno prima dell'attacco, scrisse anche una lettera al direttore della scuola della figlia nella quale si definiva «perseguitato dal governo. Se alcune cose stanno andando fuori controllo è perché sono stanco di combattere contro quella supremazia. Sono costretto a combatterli con le loro stesse armi».
Depositò inoltre un suo testamento nella Repubblica Dominicana dove, aveva vissuto per molto tempo, e dette precise disposizioni a una impresa di pompe funebri per procedere alla sua cremazione.
Archivio Tages-AnzeigerUn alterco, una denuncia e la nascita di una fissazione
L'origine dell'odio covato dall'uomo in maniera tanto violenta nei confronti dell'amministrazione pubblica cantonale risale a un alterco avuto dallo stesso, nell'ottobre del 1998, con un autista della società di trasporto pubblico Zugerland Verkehrsbetriebe: Leibacher accusò quest'ultimo di essere un alcolizzato, pretendendone il licenziamento, e arrivando a minacciarlo di morte con una pistola in un locale pubblico.
A seguito di questo episodio, l'azienda di trasporto pubblico denunciò l'uomo, dando il via a un lungo e complesso contenzioso legale. Quando l'autista venne definitivamente scagionato da ogni accusa, l'uomo sviluppo una vera e propria fissazione complottista nei confronti di tale vicenda, arrivando a scrivere centinaia di lettere di reclamo, denunciando diverse figure professionali coinvolte nella vicenda, tra cui gli stessi magistrati, politici e membri del governo cantonale definiti come “mafia di Zugo”, epiteto che tornerà nel manifesto redatto in occasione della strage, e pretendendo risarcimenti milionari.
Quando Leibacher vide che le sue richieste venivano sistematicamente respinte, mise in atto il suo piano criminoso vendicandosi con violenza dei suoi «nemici»: dopo aver parcheggiato la propria Hyundai Sonata davanti al palazzo del parlamento di Zugo, munito di un fucile d'assalto, un fucile a pompa, due pistole, tutto detenuto legalmente, e una bomba fabbricata in casa, sparò a bruciapelo a una donna per poi aprire il fuoco contro coloro che erano presenti nella sala del Gran Consiglio.
Dopo la sparatoria, Leibacher rivolse la pistola contro se stesso e, con l'ultima pallottola rimasta, pose fine alla sua vita.
Archivio Tages-AnzeigerIl “trauma” di una Zugo diventata globale
Come ricordato dalla NZZ, lo scrittore di Zugo Thomas Hürlimann, il mese successivo alla strage, scrisse sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, un saggio intitolato “Il mio Paese nella sua crisi più grave”, insinuando il dubbio che non fosse un caso che la strage fosse avvenuta proprio a Zugo, un comune diviso tra spinte di globalizzazione e la volontà di conservare la propria tipicità.
Per lo scrittore, questo comune svizzero ha vissuto «un rassicurante tran tran nel XIX secolo» prima di trasformarsi, «come per magia» in una ambita piazza finanziaria, «una baia verso cui sono accorsi cavalcatori di squali da tutto il mondo» pur rimanendo un piccolo centro dove «come sempre vasi di gerani pendevano dalle pensiline della stazione ferroviaria».
Per lo scrittore, in breve tempo Zugo si trovò ad essere il quarto maggiore centro mondiale per il commercio petrolifero, pur rimanendo, in qualche modo, ancorato alla propria immagine di tranquilla cittadina svizzera sorta sulle sponde del lago omonimo, quasi a voler dire che una trasformazione così repentina e radicale della realtà di Zugo abbia posto fine ad un tempo in cui si riteneva fosse praticamente impossibile che fatti di sangue di tale portata potessero accadere «nella pacifica Svizzera».
Si possono dare diverse letture di questa tragica vicenda, ma rimane il fatto che è stato dimostrato che l'omicida avesse deciso di eleggere un personale nemico pubblico contro il quale riversare la sua frustrazione, in uno stato mentale deficitario ma con una pur lucida volontà di morte.
KeystoneUn Paese con tante armi
Dopo il massacro compiuto da Leibacher, la Svizzera fu costretta a rivedere le proprie norme sulla sicurezza pubblica e il monitoraggio di persone accusate del reato di minacce, mentre le leggi sul possesso di armi rimasero praticamente invariate.
La Svizzera è uno dei paesi con il più alto numero di armi pro capite al mondo, e secondo una stima dell'organizzazione ginevrina Small Arms Survey nel 2017 c'erano 2,3 milioni di armi, ossia 27,6 ogni 100 abitanti posizionandosi al quarto posto tra i Paesi dell'Europa occidentale, dopo la Finlandia, l'Austria, e la Norvegia, e il sedicesimo al mondo. Come riferito sul Post, tra il 2019 ed il 2022, il numero dei permessi per l'acquisto di armi da fuoco «è aumentato in media del 10 per cento, specialmente nei cantoni rurali».
Nonostante ci siano delle regole molto chiare e stringenti per la detenzione di armi, ogni volta che si verifica un tragico fatto di sangue legato a esse, in molti si domandano se non sia di limitare ulteriormente la possibilità di poterle acquistare e possedere.
È accaduto nel 2013, anno in cui un uomo che aveva alle spalle una storia di dipendenze ed era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, uccise tre donne e ferì due uomini a Daillon, nel Canton Vallese, o nel 2023, quando un uomo che deteneva legalmente delle armi uccise a Sion, due persone e ne ferì un'altra. Questo agosto, poi, un quarantatreenne giurassiano, armato di un fucile d'assalto tipo Kalashnikov, ha ucciso una ragazza di ventidue anni e ferito altre sei persone durante un rave ad Aarau.
Se è vero che a seguito della riforma del 2019, le norme per l'acquisto di armi semiautomatiche sono diventate più severe, rimane il problema della mancata stima di quelle presenti sul territorio e acquistate nel periodo antecedente la riforma, e viene sollevato il dubbio se esista un modo veramente efficace di monitorare la salute mentale di coloro che le detengono.
Una domanda a cui è chiamata a dare una risposta certa la politica, cantonale e federale, che fino a ora resta divisa sul tema.
Appendice 1
Gallery
Keystone
Archivio Tages-Anzeiger
Keystone
Keystone
Archivio Tages-Anzeiger
Archivio Tages-Anzeiger
Archivio Tages-Anzeiger
Archivio Tages-Anzeiger



