«Il regime è debole, le donne continuano a sfidarlo»

La guerra non ha spento la protesta. Il racconto dell'attivista iraniana, nel 2003 premio Nobel per la pace
Piccola di statura, minuta. Con una voce pacata, che contrasta con la forza delle sue parole. Shirin Ebadi non usa mezzi termini quando si tratta di parlare del futuro dell'Iran, del regime degli ayatollah e della condizione delle donne.
La incontriamo in una sala del Palazzo dei Congressi, a margine del Lugano International Festival Endorfine, durante il quale le è stato assegnato il Premio Marco Borradori. Per l'occasione ha scelto di indossare un tailleur bianco. Sulla giacca, non passano inosservati, alcuni ricami geometrici che richiamano la tradizione mediorientale e persiana: un dettaglio che sembra rivendicare, anche attraverso l'abbigliamento, la cultura e le radici di una donna costretta da anni a vivere lontano dal proprio Paese. Accanto a lei, c'è la sua interprete.
TiPressUna vita spesa per i diritti umani
Premio Nobel per la pace nel 2003, avvocata e da decenni voce della dissidenza iraniana, Ebadi - oggi 79enne - continua a battersi per i diritti umani, la democrazia e la libertà delle donne. Con lei abbiamo parlato della guerra, dell'indebolimento del regime e del futuro dell'Iran. Ma anche di una battaglia che, nonostante il conflitto abbia spostato altrove l'attenzione internazionale, secondo Ebadi non si è mai fermata: quella delle donne iraniane.
Come ha vissuto e come sta vivendo la popolazione iraniana questo conflitto? Che cosa è cambiato dallo scorso febbraio?
«Oltre a tutti i problemi causati dalla guerra, come la distruzione e i bombardamenti, il problema veramente grave in questo momento è l'inflazione e la situazione economica».
Possiamo dire che gli iraniani stanno soffrendo due volte: da una parte a causa del regime e dall'altra a causa dei bombardamenti?
«Esattamente così. È come se fossero tra le lame di una forbice, schiacciati da una parte e dall'altra».
In passato ha sostenuto che il regime abbia bisogno di un nemico esterno e di una guerra per sopravvivere. L'escalation militare potrebbe quindi, paradossalmente, rafforzare la Repubblica islamica invece di indebolirla?
«Questa guerra ha portato il dissenso della popolazione a livelli molto alti. In questo momento il divario tra il regime e il popolo è piuttosto grande, ma non è ancora finito. Il regime sta tenendo testa in questa guerra e ritiene che questo sia un punto di forza. Non fa altro che ribadire, a livello interno: "Noi stiamo vincendo questa guerra" e che il regime iraniano è sempre più forte».
E dal punto di vista del consenso interno?
«È molto debole. A mio avviso, la legittimità di un sistema viene dal rapporto con il popolo e in questo momento il consenso è minimo».
E da che parte sta la popolazione? Che cosa pensa la maggioranza degli iraniani di questa escalation?
«Ovviamente nessuno vorrebbe che la propria casa venisse distrutta o che qualcuno venisse ucciso. È naturale che la gente non voglia la guerra. Ma, dato che questa guerra in qualche modo ha indebolito il regime, ci sono persone in Iran che pensano che non ci sia altra possibilità che la guerra per indebolirlo.»
Che cosa è cambiato con la morte dell'ayatollah Ali Khamenei?
«I Pasdaran hanno preso di fatto il potere in mano».
ImagoLei ha detto che il regime è molto indebolito. Che futuro vede per l'Iran? E se il regime dovesse cadere, quale sarebbe il primo passo per evitare che si crei il caos e che il Paese precipiti in una guerra civile? Come si può realizzare una transizione verso la democrazia?
«Il popolo iraniano non possiede armi e fino ad oggi ha dimostrato di credere nella lotta non violenta. Perciò la possibilità di una guerra civile è molto bassa».
Molte persone vedono Reza Pahlavi come una possibile figura per il futuro dell'Iran. Dall'altro lato c'è il ruolo molto importante della società civile. Che tipo di sistema potrebbe emergere? Una democrazia basata su una repubblica oppure un ritorno alla monarchia?
«Alcuni iraniani sostengono un futuro sistema monarchico. Altri sostengono che ci debba essere una repubblica. Dato che in Iran c'è una dittatura feroce che non permette alle persone di esprimersi liberamente, non è possibile fare un censimento o una statistica per sapere quanti siano favorevoli alla monarchia e quanti alla Repubblica.
Quello che ci accomuna, tra monarchici e repubblicani, è che vogliamo tutti la fine della Repubblica islamica. Al posto della Repubblica islamica vogliamo un sistema democratico e secolare. E questo sistema potrebbe realizzarsi sia in una monarchia sia in una repubblica: sarà il popolo a decidere».
ImagoLa protesta delle donne iraniane è finita in secondo piano?
Con la guerra, la causa della lotta delle donne iraniane sembra essere stata in qualche modo messa in secondo piano, sia a livello nazionale sia internazionale. Si parla molto meno di quello che accade alle donne in Iran. La preoccupa che questa guerra possa mettere ulteriormente in ombra la loro battaglia per la libertà e il libero arbitrio?
«Sì, è vero che fuori dall'Iran è successo quello che lei ha appena descritto. Ed è quello che stiamo cercando di evitare: che ci si dimentichi delle donne iraniane. Ma all'interno del Paese non è assolutamente così, anzi, direi il contrario».
Che cosa sta accadendo concretamente all'interno dell'Iran? La protesta delle donne continua?
«Basterebbe andare per le strade in Iran e vedere che le donne continuano a non portare il velo, nonostante rischino l'arresto, le multe e altre conseguenze. Hanno deciso di non rispettare più questa legge.
Di fatto hanno fatto indietreggiare il regime, che non riesce più ad applicare il potere e la violenza come faceva prima. Questo è un modo per le donne di dimostrare che non intendono rinunciare alla propria lotta e a ciò che hanno conquistato».
ImagoLei una volta ha detto che Islam, democrazia e parità di genere possono convivere. Tuttavia, se guardiamo all'Afghanistan dei talebani e alle donne che sono state progressivamente private di ogni diritto, sembra difficile immaginare questa convivenza, almeno dal punto di vista occidentale. Che messaggio di speranza può dare queste?
«C'è stato un equivoco. Io non ho detto che l'Islam, la democrazia e la parità di genere possono convivere. Ho detto che l'Islam non va contro i diritti umani se viene interpretato in maniera corretta. A quel punto, in una società islamica, i diritti umani non vengono violati.
L'Islam, come tutte le altre religioni, è soggetto alle interpretazioni. Vediamo, per esempio, che alcune Chiese celebrano i matrimoni tra persone dello stesso sesso, mentre altre non accettano l'omosessualità. Di fatto sono tutti cristiani. L'Islam è la stessa cosa.
Le condizioni delle donne nei Paesi musulmani possono essere molto diverse proprio perché l'interpretazione delle leggi può essere diversa. Per esempio, la condizione delle donne in Iran è molto diversa e non è paragonabile a quella delle donne in Kuwait o in Qatar.
Nella legislazione della Repubblica islamica dell'Iran, per esempio, esiste la lapidazione: le donne possono essere lapidate in Iran. In molti altri Paesi islamici, invece, questa pena non esiste.
Perciò la domanda deve essere: qual è l'Islam e qual è l'interpretazione dell'Islam?»
Una volta lei ha pronunciato una frase molto forte: «Mi hanno tolto tutto, ma non mi toglieranno mai la mia voce». Dopo una vita spesa a usare la sua voce contro la repressione, che cosa direbbe oggi alle giovani donne iraniane e, più in generale, alle donne che continuano a lottare per la propria libertà?
«Per ottenere qualunque cosa bisogna pagare un prezzo. Anche per la libertà e la democrazia bisogna pagare un prezzo. Finché una società non è pronta, non è disposta a pagare un prezzo per la propria libertà e la democrazia, non potrà averla»,
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