«Nessuno sapeva nulla». Davvero?

Come è possibile che nessuno sapesse nulla? Dalla cronaca degli ultimi anni, ripercorriamo dieci casi in cui l'emergere di alcune situazioni è stato frenato dai silenzi.
Come è possibile che nessuno sapesse nulla? È la domanda, quasi rituale, che molto spesso accompagna scandali e casi di cronaca. Quei casi che, quando deflagrano, fanno improvvisamente cascare muri. E così si scopre che spesso quei nessuno sono in realtà tanti. Che certe situazioni o determinati comportamenti, anche solo marginali rispetto alle vicende stesse, erano effettivamente note. A ricordarcelo è anche la storia più recente, con l'epilogo della vicenda che ha portato alle dimissioni del consigliere di Stato Claudio Zali. Ma i precedenti non sono pochi. Vediamone alcuni.
Caso Zali, gli audio che fanno crollare la diga
Lo abbiamo già detto. È il caso più recente e il ricordo è ancora fresco nella memoria di tutti. Un paio di audio registrati di una telefonata di qualche anno fa che vengono pubblicati su Instagram e che segnano l'epilogo politico di Claudio Zali. A partire da quel momento sembra scoperchiarsi il proverbiale vaso di Pandora. Al contenuto delle telefonate e al caso già in corso del giovane alla Farera ─ per il quale arriva, proprio in quei giorni, la notizia dell'inchiesta penale ─ si somma l'ormai famigerata missiva via e-mail, risalente al 2020, con cui Zali faceva pressioni sull'EOC per far assumere un'amica, se necessario licenziando un frontaliere.
La mail era indirizzata all'allora presidente del Consiglio d'amministrazione dell'EOC Paolo Sanvido. E in copia c'era anche il consigliere di Stato Raffaele De Rosa, direttore del Dipartimento della sanità e socialità (DSS). Quest'ultimo, in occasione della Conferenza stampa con cui il governo ha preso parola dopo l'annuncio delle dimissioni di Zali, ha fatto mea culpa: «Mi spiace non avere dato il giusto peso a quei toni. All'epoca tutta l'attenzione era rivolta alla questione Covid».
Il docente di Giubiasco, un decennio di segnalazioni
Dalla cronaca recente emerge anche il caso del docente delle scuole medie di Giubiasco, arrestato lo scorso mese di marzo per presunti reati di natura sessuale nei confronti di almeno due ragazze minori di 16 anni. L'uomo, oggi 37enne, era attivo nell'istituto da oltre dieci anni ed è notizia degli ultimi giorni che sull'arco dell'ultimo decennio lo stesso era già stato oggetto di diverse segnalazioni, cadute però nel vuoto. Un motivo che ha portato anche la politica a chinarsi di nuovo sulla vicenda con nuovi atti parlamentari, chiedendo al Consiglio di Stato ─ e più in particolare al Dipartimento dell'educazione, la cultura e lo sport (DECS) ─ di chiarire cosa non ha funzionato, perché tali segnalazioni non sono state prese a carico e di chi sono le responsabilità.
Caso Hospita, quando i fatti emergono a strati
Tra le vicende tuttora "in corso" si inserisce anche il cosiddetto Caso Hospita, dal nome della società al centro di una vicenda complessa in cui a sovrapporsi sono presunte malversazioni finanziarie, intrecci politici ─ in particolare legati ad alcuni esponenti della Lega dei Ticinesi ─ e nomine in Magistratura. L'arresto del sindaco di Bioggio Eolo Alberti. Il doppio ruolo di Sabrina Aldi (come direttrice amministrativa di Hospita e vicepresidente della Commissione giustizia e diritti in Gran Consiglio) e la sua successiva rottura con il Movimento di Via Monte Boglia. La nomina contestata di Alvaro Camponovo (figlio di Claudio Camponovo) a procuratore pubblico. E infine il "rapporto segreto" sul caso redatto da Enea Petrini, commissionato dai vertici leghisti.
Per far luce sulla vicenda è stata costituita una Commissione parlamentare d'inchiesta, la quarta nella storia in Ticino, affiancata da alcuni periti indipendenti e i cui risultati saranno resi noti in autunno.
Lacune su più livelli: lo scandalo Argo 1
Lo scandalo Argo 1 esplose nel febbraio del 2017 e innescò un grande dibattito sulla trasparenza dell'amministrazione pubblica ticinese. Al centro c'era l'omonima società di sicurezza a cui il Dipartimento della sanità e socialità (DSS) aveva assegnato, mediante mandato diretto, gli incarichi di sicurezza, pasti e pulizia dei centri provvisori per richiedenti l'asilo. Questo accadeva nel luglio 2024. Quel mandato aveva la scadenza fissata al 31 dicembre di quello stesso anno. Fu invece tacitamente rinnovato, contravvenendo alla legge sugli appalti, anche per gli anni successivi, per una cifra totale che raggiunse i 3,4 milioni di franchi.
A far saltare il coperchio dello scandalo amministrativo, lo ricordiamo, fu però una maxi operazione di polizia, su scala nazionale, che portò all'arresto di un dipendente della società, uno svizzero di origini turche, accusato di essere un reclutatore dell’Isis. Nel corso dei blitz, a cui presero parte un centinaio di agenti, furono perquisiti appartamenti, luoghi di preghiera e anche il centro d'accoglienza di Camorino.
Fu un caso ─ come messo nero su bianco anche dl rapporto conclusivo della Commissione parlamentare d'inchiesta nelle oltre 130 pagine del suo rapporto ─ che evidenziò lacune su più livelli all'interno dell'amministrazione pubblica. Un «pasticcio amministrativo» in cui i vertici del Dipartimento, fu detto, dovevano essere a conoscenza dell'irregolarità dei mandati assegnati.
Il responsabile operativo di Argo 1, Marco Sansonetti, fu assolto dalle accuse di abuso d'autorità e coazione. A pagare, politicamente, il prezzo dello scandalo fu invece l'allora direttore del DSS, Paolo Beltraminelli, che nel 2019 non venne riconfermato in Consiglio di Stato.
Il caso Unitas, molestie per un quarto di secolo
«Quando c'ero io nessuno ha parlato». Basterebbo già queste parole a far rientrare la vicenda di Unitas in pieno nella casistica in esame. A pronunciarle, nel febbraio 2023, fu l'allora direttore del DECS Manuele Bertoli, che prima di entrare a Palazzo nel 2011 fu per un decennio il direttore dell'Associazione ciechi e ipovedenti della Svizzera italiana.
Il silenzio fu rotto un anno prima, agli inizi del 2022. Da quel momento in poi altre testimonianze di molestie subite in seno all'associazione trovarono voce pubblica svelando una situazione che era andata avanti per un quarto di secolo. L'audit indipendente raccolse in tutto 19 segnalazioni ─ dal 1994 al 2021 ─, 17 delle quali relative a casi di molestie sessuali, tutte attribuite al medesimo responsabile: un ex alto dirigente attivo per decenni in Unitas, il cui nome emerse nel corso di un concitato dibattito in Gran Consiglio.
Le forti pressioni della politica e del Governo, in particolare da parte del direttore del DSS Raffaele De Rosa, portarono alle dimissioni dei vertici di Unitas e al rinnovo generale del comitato.
L'ex funzionario del DSS
Le cronache lo ricordano come «l'innominabile». È il caso dell'ex funzionario del DSS, attivo nell'ambito delle politiche giovanili, condannato nell'aprile 2021 per coazione sessuale e violenza carnale. Il procedimento penale prese il via nel 2018 ma le origini della vicenda risalgono a molti anni prima.
Il primo episodio segnalato è addirittura datato 1987, nei confronti di una vittima che al tempo aveva 14 anni. Dall'audit esterno emersero diverse criticità e responsabilità. Si scoprì che il funzionario aveva ricevuto un richiamo formale orale per un problema comportamentale nel 2003, senza però alcuna conseguenza mentre, sempre citando l'audit, «già nel 2004 un licenziamento poteva essere giustificato». Ulteriori segnalazioni sarebbero poi arrivate ai suoi superiori anche nel 2005 e nel 2007, anche in questi casi senza che venisse però adottato alcun provvedimento.
Abusi tra le preghiere, il caso di Don Leo
Don Rolando Leo, ex cappellano del Collegio Papio di Ascona, è stato condannato in primo grado nell'agosto 2025 a 18 mesi, sospesi, per diversi episodi di atti sessuali con fanciulli, coazione sessuale e atti sessuali con persone incapaci di discernimento. La sentenza di primo grado lo prosciolse tuttavia da una parte degli addebiti.
A dare risonanza ancora più ampia alla vicenda furono però i lunghi silenzi che hanno preceduto l'intervento delle autorità. In seguito al suo arresto, avvenuto nell'agosto del 2024, si scoprì infatti che la Curia era al corrente di alcune di quelle situazioni da tre anni. Alcuni fatti erano stati segnalati alla Diocesi di Lugano già nel 2021, quando una delle vittime si rivolse personalmente all'allora vescovo Valerio Lazzeri. In quella sede, Don Leo avrebbe ammesso i fatti, scusandosi per l'accaduto. Non vi fu però alcuna denuncia né sospensione. Solo nel 2024, dopo una nuova segnalazione all’amministratore apostolico Alain de Raemy, il caso arrivò sul tavolo del Ministero pubblico.
La Diocesi di Lugano e l'archivio distrutto
Nel settembre del 2023, l'Università di Zurigo pubblicò i primi risultati di uno studio condotto a livello nazionale sugli abusi nella Chiesa cattolica svizzera. Un totale di oltre un migliaio di casi, dal 1950, finì sotto la lente. E sotto quella stessa lente finì anche la Diocesi di Lugano e in particolare i suoi archivi, ritenuti incompleti a causa della mancanza di alcuni documenti, distrutti, che hanno reso impossibile ricostruire e fare piena luce su alcuni casi di abusi.
In quell'occasione, la Diocesi di Lugano annunciò per l'indomani della pubblicazione di quel rapporto una conferenza stampa. «Quanto rivelato da questo documento ci spaventa, ci sconcerta, ci rattrista e ci sfida», disse l'amministratore apostolico della Diocesi di Lugano Alain de Raemy, parlando del «silenzio assordante dietro il numero di vittime». Sugli archivi distrutti, l'allora vicario generale, Nicola Zanini, spiegò che «fu monsignor Giuseppe Torti a decidere la distruzione dei documenti». Torti fu vescovo di Lugano dal 1994 al 2004. Volontà di insabbiamento? «Non penso», disse Zanini, spiegando che fu messo in pratica «quello che diceva il Codice di diritto canonico, con l'errore di non averne lasciato traccia».
Lo scandalo "in piscina"
Una lunga serie di abusi sessuali commessi tra il 1998 e il 2011. Quindici vittime, tutti giovani atleti. Adolescenti, anche minorenni. È il caso di Flavio Bomio, ex presidente della Società Nuoto Bellinzona ed ex allenatore della Nazionale. Condannato nel 2013 alla pena di 11 anni di carcere, non fece ricorso in appello.
Bomio sfruttò il suo ruolo gerarchico per instaurare con le sue vittime un rapporto di forte sudditanza. E a rendere ancora più sconcertante la vicenda fu il ritrovamento, nel suo computer personale, di una tabella in cui erano stati minuziosamente annotati date, nomi delle vittime e il tipo di rapporto avuto. Una lista di abusi che veniva aggiornata di volta in volta.
Quella di Flavio Bomio ─ che fu a sua volta anche vittima di un ricatto, da parte di un ex atleta e la madre che gli chiesero 250mila franchi in cambio del loro silenzio ─, personalità conosciuta e molto rispettata, fu una vicenda che portò molti a chiedersi come fosse potuto accadere che una situazione così grave fosse durata così a lungo senza che nessuno denunciasse nulla. «Sul caso Bomio ─ disse l'ex consigliere di Stato Alex Pedrazzini alla RSI ─ penso che in diversi sapessero, ma hanno preferito tacere e non parlare».
Il direttore e l'allieva
Un'altra scuola media, questa volta quella di Lugano Centro. E un altro caso in cui la domanda da cui siamo partiti se la posero tutti. Come mai nessuno sapeva? Era il 7 settembre 2022 quando l'allora direttore dell'istituto scolastico viene arrestato per reati legati alla sfera intima di alcune minorenni. Pochi giorni dopo, l'uomo (al tempo 39enne) confessò di avere avuto una relazione, durata alcuni mesi, con un'allieva con cui furono consumati rapporti sessuali completi.
Rapporti avvenuti fuori dalla scuola, consenzienti, ma vietati dalla legge (la giovane aveva meno di 16 anni). L'uomo fu condannato a tre anni da espiare parzialmente. Parallelamente alla vicenda penale, fu avviata anche un'inchiesta amministrativa dal cui rapporto emerse che «non poche segnalazioni, relative ad atteggiamenti inadeguati, erano giunte al precedente (nonché in carica a quel tempo) direttore della Scuola media di Lugano Centro espresse da diversi docenti e da parte di terze persone» e che «il direttore in questione, prossimo al pensionamento, aveva affrontato e gestito ogni elemento venuto a sua conoscenza giudicandolo non sufficientemente allarmante o tale da giustificare l’adozione di misure incisive». E quindi «aveva deciso di non prendere contatto con i propri dirigenti superiori, a partire dalla capa Sezione dell’insegnamento medio».




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