Massimo, modello per gioco e contadino: «Rifarei agricoltura al 100%»

Massimo Balena, volto ticinese del Calendario degli agricoltori svizzeri, racconta l'amore per l'agricoltura, le difficoltà del settore e un mestiere che attrae sempre meno giovani.
Massimo Balena, volto ticinese del Calendario degli agricoltori svizzeri, racconta l'amore per l'agricoltura, le difficoltà del settore e un mestiere che attrae sempre meno giovani.
BELLINZONA/KOSTLERS - Per Massimo Balena, agricoltore 29enne originario di Bellinzona, l'idea di posare per il Calendario degli agricoltori svizzeri è nata quasi per gioco, su iniziativa della fidanzata: «Mi ha iscritto e abbiamo detto: "guardiamo cosa succede". Se mi prendono bene, se non mi prendono non ho niente da perdere». Per lui, abituato a una quotidianità scandita dagli animali e dai ritmi dell'agricoltura, mettersi davanti a un fotografo significava entrare in un mondo completamente nuovo.
All'inizio non sono mancati il nervosismo e qualche pensiero sulle possibili reazioni di chi lo conosce. «Il primo pensiero che mi è venuto in testa è stato: se lo vedono gli altri, inizieranno a scherzarci sopra», racconta. Sul posto di lavoro, però, la partecipazione è stata presa con leggerezza, tra battute e ironia. E durante gli scatti anche la tensione iniziale ha progressivamente lasciato spazio alla spontaneità: «Pian piano ho capito come funzionava e alla fine è diventato tutto più naturale».
Del risultato finale Massimo si dice soddisfatto: «Ero quasi fiero. Ci ho messo la faccia, mi sono messo in gioco». Una sfida non scontata per una persona che si definisce timida e che non aveva mai vissuto un'esperienza simile. Ma dietro il volto finito sul calendario c'è una storia iniziata molti anni prima, lontano dai riflettori e senza una tradizione contadina alle spalle.
Una passione nata da bambino a casa della nonna
Il suo primo contatto con l'agricoltura è arrivato grazie alla nonna, che aveva una casa di vacanza a Campoblenio. «Quando andavamo lì, avevamo sette, otto, nove anni e passavamo da una stalla all'altra a vedere come funzionava. Aiutavamo un po', per quel minimo che potevamo fare». Un interesse che è cresciuto ulteriormente quando il fratello ha scelto di intraprendere una formazione nel settore agricolo.
Spinto da questa passione, il 29enne ha quindi deciso di svolgere il suo apprendistato lontano dal Ticino, a Bergün il primo anno, a Jenins il secondo, e l'ultimo a Davos: «Si cambia azienda ogni anno per poter imparare di più», ha spiegato. Questa scelta ha significato confrontarsi anche con una lingua che non conosceva: «Scuola e lavoro erano tutti in tedesco. Il primo anno è stato abbastanza duro».
Del lavoro agricolo Massimo apprezza soprattutto le giornate trascorse all'aperto e il rapporto con gli animali. «Ci si affeziona», racconta, sottolineando l'importanza di cercare di garantire loro il miglior benessere possibile. Ad appassionarlo è anche una quotidianità scandita dalle condizioni esterne: «Ci dobbiamo comunque regolare al clima», tra fienagione e programmi che possono cambiare rapidamente in caso di pioggia. Una variabilità che, ai suoi occhi, rende il lavoro più libero e flessibile rispetto alla routine d'ufficio.
Costi elevati, giornate lunghe e poche vacanze: le sfide dell'agricoltura
Ma non è tutto rose e fiori. La politica agricola è in grosse difficoltà, e Massimo questo lo sa bene. «Fanno diverse leggi, ogni anno ne arriva una diversa dall'altra e sono sempre più complicate. Noi ci dobbiamo adattare, ormai è quello che è».
Una realtà che ha vissuto sulla propria pelle. «Io ho fatto l'apprendistato di agricoltore e ho avuto una mia piccola azienda di 650 galline. Mi hanno fatto chiudere l'attività perché avevo una stalla accanto alla quale scorre un ruscello, a circa due metri di distanza e secondo loro le galline lo inquinavano con gli escrementi. La stalla è lì da più di due o trecento anni e anche il ruscello è sempre passato da lì. Ho sempre allevato le mie galline all'aperto, alla vista di tutti». Eppure, racconta, per anni in quella stessa area sono stati tenuti anche mucche e cavalli. Poi, da un giorno all'altro, «arriva qualcuno di nuovo nel Cantone e decide: "Questa cosa non va più bene"»
A pesare sono anche i ritmi di lavoro. «In estate lavoriamo anche 15 ore al giorno durante la fienagione», spiega. «Si lavora dalla mattina alla sera, dal lunedì alla domenica, siamo infatti l'unico settore in cui si può lavorare più di 55 ore a settimana, anche se ogni agricoltore ne fa più di 60 o 65».
Un mestiere che attrae sempre meno giovani
Giornate lunghe, pochi periodi di vacanza e guadagni non altissimi contribuiscono, dal suo punto di vista, a rendere la professione poco attrattiva per i più giovani.
Una tendenza che il 29enne osserva anche a Kostlers, paese in cui attualmente vive, dove l'agricoltura è parte della quotidianità: «Anche qua si nota: i giovani non vogliono più fare gli agricoltori, anche se nascono da famiglie attive nel settore».
Ma conosce anche l'altra faccia del problema: cresciuto a Bellinzona, da ragazzo percepiva l'agricoltura come un mondo distante. Quando annunciò ai compagni di scuola che avrebbe intrapreso un apprendistato nel settore, si confrontò con gli stereotipi legati a questa professione. Pregiudizi che, secondo la sua esperienza, contribuiscono a creare un'immagine riduttiva del mestiere e scoraggiano i giovani dal prendere in considerazione questa strada.
Nonostante le difficoltà incontrate, però, Massimo non ha alcun dubbio: «Rifarei agricoltura al 100%».








