«La Polizia è più visibile? Ecco perché. I giovani con il coltello? Serve un lavoro di squadra»

Da quasi un mese il Comandante Federico Chiesa guida la Polizia della Città di Lugano. Lo abbiamo intervistato, tra quelli che sono i progetti per il futuro e i problemi più caldi del presente cittadino
LUGANO - Dall'inizio di settembre, il Comandante Federico Chiesa è entrato ufficialmente in servizio, raccogliendo la guida della Polizia della Città di Lugano dopo il comando ultra-ventennale di Roberto Torrente. Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio per un'intervista a 360 gradi, partendo dal suo ieri e guardando alla Lugano di domani.
Comandante, è in servizio da quasi un mese ma il lavoro, immagino, sia iniziato molto prima. Quanti e quali “compiti” ha dovuto fare?
«Ho avuto la fortuna di avere un po' di vacanza arretrata, che ho messo a disposizione per cominciare ad approcciare questo nuovo compito. Chiaramente nel pieno rispetto della confidenzialità: a determinati dati, evidentemente, non ho avuto accesso. Questo periodo mi ha però permesso di iniziare a conoscere il personale, un aspetto per me molto importante. Mi sono stati presentati tutti i servizi, ho potuto cominciare a uscire sul territorio – penso, ad esempio, agli agenti di quartiere – e a farmi conoscere, elemento questo altrettanto importante. Tutto questo mi ha permesso di arrivare al primo settembre senza il proverbiale bagno in acqua fredda. Diciamo che l'acqua era... perlomeno tiepidina».
Il grosso arriva ora...
«Esatto. Prima dovrò seguire una scuola federale come ufficiale di polizia. Inizierò nel 2027: è un percorso abbastanza lungo, che mi permetterà di acquisire le basi sia tecniche sia tattiche necessarie per poter operare nell’ambito di polizia. L'altra parte del lavoro spetta invece a me: conoscere concretamente il mestiere del poliziotto, che oggi non conosco perché non provengo dall'ambito di polizia. Conoscere questo lavoro sarà quindi fondamentale e, di conseguenza, lo sarà anche guadagnarmi la fiducia del Corpo».
E come si fa?
«Ho pianificato gli impegni a partire da ottobre e saranno mesi piuttosto intensi. Li considero una sorta di stage, che mi permetteranno di fare esperienza nei diversi ambiti: uscire in pattuglia, lavorare in centrale operativa di giorno, di notte e nei weekend. Voglio capire bene quali siano le caratteristiche del lavoro, perché questo è l'unico modo per assorbirne le dinamiche e poi, se necessario, introdurre dei miglioramenti. Che è un po' il mio scopo qui».
C’è sicuramente una continuità con il passato da garantire. “Cantieri” aperti da portare a compimento. Cosa però vuole portare di suo nei prossimi anni?
«Io seguo una filosofia che è quella di entrare, come si suol dire, con occhi grandi, orecchie grandi e bocca piccola. Se c'è bisogno di decidere, decido: non ho particolari timori nel farlo. Ma chiaramente devo prima avere gli elementi necessari. In questa fase devo però soprattutto osservare e capire. Quello che certamente voglio portare è anche il rispetto per chi mi ha preceduto: non arrivo con l'intenzione di stravolgere tutto.
Detto questo, ci sono principalmente tre cose che mi piacerebbe fare. La prima è potenziare e ottimizzare il lavoro di rete, quindi capire chi sono i partner sul territorio con i quali possiamo relazionarci. E non soltanto a livello di città. Troppo spesso pensiamo al Ticino come a qualcosa di chiuso. L'idea è quindi, a tempo debito e una volta acquisite le necessarie conoscenze, di interfacciarmi anche oltre Gottardo, capire quali realtà siano simili alla nostra e fare quello che, in ambito economico, si definisce benchmark».
Delle sinergie sul territorio nazionale...
«Esatto. Quindi anche “rubare” qualcosa agli altri: prendere spunto da ciò che nelle altre città o negli altri cantoni funziona bene. E poi, anche se è molto difficile, cercare di anticipare possibili sfide o minacce, provando a capire come si svilupperà la società, con l'ottica di guardare avanti.
L'ho detto anche agli agenti: voi siete quelli che gestiscono l'oggi; a me spetta invece il compito di contribuire a definire come sarà il domani. E per farlo serve questa rete. È un lavoro che riconosco essere estremamente difficile. Arrivo così al terzo punto: riuscire a stare al passo con gli sviluppi, sia a livello di società sia in ambito tecnologico. Oltretutto all'interno di una realtà, come quella dell'amministrazione pubblica, dove tutto tende a muoversi più lentamente dell’ambito privato».
Lei, lo dice il suo curriculum, è uomo di sinergie. Dieci anni nella Sezione del militare e della protezione della popolazione; il coordinamento del contact tracing durante la pandemia prima e quello dello Stato maggiore durante il disastro in Vallemaggia. Situazioni complesse e straordinarie. Tutto questo come si traduce nell’attività ordinaria del quotidiano della polizia?
«È paradossale, ma il lavoro “di Stato maggiore” è per certi versi facilitato durante le emergenze, perché le persone hanno una percezione molto chiara: “Devo salvare qualcuno”. Era così durante il Covid ed è stato così anche in Vallemaggia, quando inizialmente si parlava di centinaia di dispersi. In quei momenti emerge una forte volontà comune.
E non vorrei che suonasse male, ma in tempo di pace c'è più tempo e, proprio perché c'è più tempo, spesso si tende a dire: “Sì, poi ci mettiamo mano, poi lo facciamo”. È chiaro quindi che i due ritmi sono molto diversi.
Detto questo, sono dell'avviso che si debba lavorare dandosi obiettivi chiari e tempistiche precise. Ognuno deve fare i propri compiti a casa; poi ci si riunisce e ciascuno porta il proprio contributo. L'aspetto fondamentale è riuscire innanzitutto a capire quale sia realmente il problema. E una volta identificato – cosa che non è sempre facile – si possono definire le strategie per risolverlo o, quantomeno, per affrontarlo».
E ha trovato il giusto ambiente per sviluppare queste sinergie?
«Ne ho parlato anche con la capodicastero (Karin Valenzano Rossi, ndr.), che è molto orientata in questa direzione. Quindi, per quanto mi riguarda, il supporto politico c'è. Sono però convinto che tutto il Municipio vada in questa direzione. Dopodiché sono consapevole che tradurla nella pratica non sarà facile. Serviranno sinergie su più livelli e serviranno altri punti di vista.
Se parliamo di un punto di vista privilegiato, non possiamo non citare gli “agenti di quartiere”. Il loro, in un contesto dove chi è sul territorio ogni giorno può captare determinati “allarmi” in anticipo, è un ruolo ancora più delicato e importante rispetto al passato. Molti di loro sono in servizio dalla fine degli anni ‘80 e dai primi anni ‘90. I prossimi anni vedranno inevitabilmente un ricambio importante. Siete pronti?
«È un tema che, vivendo in collina, conoscevo poco e che mi ha affascinato. È proprio quella che chiamiamo prossimità: il fatto di conoscere personalmente l'agente di quartiere, di sapere che è quella persona alla quale, se ho un problema, posso rivolgermi prima ancora di chiamare la centrale, a meno che naturalmente non si tratti di un'urgenza.
È vero che il cambio generazionale rappresenta un aspetto molto delicato. Ci stiamo già lavorando attraverso degli affiancamenti. C'è poi un altro elemento molto interessante: questa attività sta iniziando ad attirare anche agenti più giovani che, dopo alcuni anni trascorsi in pattuglia, dove prevale l'attività d'intervento, apprezzano la possibilità di passare a un compito dal carattere maggiormente relazionale. Tutto questo ci permette di ridurre il rischio di trovarci con dei vuoti importanti nel prossimo futuro».
Passiamo ora alla sicurezza. I numeri continuano a dirci che Lugano è una città sicura. Per molti questa è anche la percezione generale. Altri non sono d’accordo. E anche i media hanno usato, dopo i fatti degli scorsi mesi, toni diversi. Lei che quadro traccia in questo momento?
«È certamente una situazione che va monitorata. Bisogna capire se ci troviamo di fronte a un bivio, con una tendenza verso un aumento della violenza, oppure se si tratta di episodi puntuali.
Monitorare, però, non significa restare passivi a guardare dalla torre di controllo: significa marcare il territorio e cercare di capire in quale direzione stia evolvendo la situazione. Anche per questo abbiamo implementato una presenza rinforzata. In momenti come questi è giusto adottare le misure d'urgenza necessarie affinché la situazione rimanga sotto controllo, ma al contempo bisogna restare lucidi e oggettivi. Quindi non sottovalutare nulla, ma allo stesso tempo rendersi conto che non stiamo vivendo una situazione d'emergenza».
Tra le spie accese, da monitorare, c’è anche quella del disagio giovanile che sfocia in violenza. Ragazzi che girano con il coltello in tasca. E l’obiettivo non è far sì che i coltelli non escano dalla tasca ma che rimangano a casa. Ma come?
«La Polizia è uno degli attori che deve scendere in campo. Attraverso questi controlli accresciuti, nell'ambito dei quali possiamo anche procedere al sequestro preventivo di oggetti potenzialmente pericolosi, si dovrebbe riuscire a disincentivare una persona dal mettersi un coltello in tasca prima di uscire di casa.
Ma ci sono anche altri attori fondamentali. Penso, ad esempio, ai gestori dei locali, che possono introdurre determinate misure o avvisare la Polizia in presenza di persone sospette o potenzialmente pericolose. E poi c'è l'autorità parentale. È vero che, come papà, non so se mi metterei a perquisire mio figlio prima che esca di casa. Ma sensibilizzarlo, quello sì. E lo stesso può fare la scuola. È un problema che non può essere risolto da una sola entità: serve un lavoro di squadra».
Ha citato la presenza accresciuta. In alcune delle zone legate alla movida notturna si è infatti notata. Oltre ai controlli veri e propri, c’è quindi anche una volontà legata a voler comunicare di più la propria presenza?
«Assolutamente. Parliamo di presenza accresciuta perché non significa che prima la Polizia non ci fosse. Ora, però, è più visibile e questo dovrebbe produrre due effetti. Il primo è trasmettere maggiore sicurezza alle persone che vivono la città anche durante la notte. Il secondo, come detto, è riuscire a disincentivare alcuni soggetti, magari problematici, dal commettere atti illeciti.
È evidente che è impossibile pensare di poter essere ovunque, ma una maggiore visibilità nei punti più critici sicuramente aiuta».
Quando si verificano alcune situazioni di disagio, a finire nel mirino è spesso il vostro lavoro. “Ma cosa fa la polizia?”, la domanda che spesso risuona. In realtà, il vostro lavoro può arrivare fino a un certo punto. Lo ha ribadito in tempi recenti anche la capo dicastero Valenzano Rossi: «La polizia si trova molto spesso di fronte agli stessi soggetti». Come si risolve questo cortocircuito?
«È un tema complesso. Posso confermare che spesso ci troviamo confrontati con gli stessi soggetti. Non parlerei però di un cortocircuito. La Polizia interviene sulla base di strumenti e competenze definiti dalla legge e, in alcuni casi, ci si trova nella condizione di non avere i presupposti per procedere ulteriormente sul piano penale.
Il problema è che dietro a molti di questi episodi non c'è soltanto un comportamento che richiede un intervento di polizia, ma una situazione di disagio più profonda, che può essere legata a problemi psichiatrici, al consumo di sostanze o a una combinazione di più fattori. In questi casi l'intervento della Polizia può intervenire sul singolo episodio, ma difficilmente può risolvere il problema che ne sta alla base.
Per questo è fondamentale una presa a carico più ampia e coordinata con le altre strutture competenti. Sono percorsi che richiedono tempo e nei quali possono esserci anche delle ricadute. È proprio qui che il lavoro di rete e le sinergie tra i diversi attori diventano essenziali».
L'ipotesi di una stanza del consumo è sul tavolo del Municipio. Cosa ne pensa?
«È un progetto che sicuramente sposo. Non sarà la soluzione a tutti i mali, ma permette di avere un maggiore monitoraggio e di sapere dove trovare queste persone, all'interno di una struttura protetta. Questo permetterebbe inoltre di poter meglio monitorare e intervenire con chi svolge attività criminose.
Mi è capitato di confrontarmi con una dottoressa di Ginevra, dove esiste una struttura di grandi dimensioni e dove si sono ottenuti ottimi risultati. Diventa un punto di riferimento per le persone con tossicodipendenze, che sanno di poter consumare in sicurezza, trovare qualcuno se hanno bisogno di parlare o se hanno problemi di salute. Rispettivamente può servire per avvicinare queste persone da parte di organizzazioni che hanno come obiettivo quello di far uscire queste persone dalle tossicodipendenze».
Tornando alle zone “calde” della Città, tracciamo una mappa aggiornata. Quali sono quelle che vi impegnano di più?
«Di per sé sono quelle legate alle principali discoteche: il quartiere Maghetti, via Cantonale, corso Pestalozzi, via Soave e il lungolago. In sostanza, il famoso quadrilatero della movida e gli assi che portano da un locale all'altro. Ci sono poi i punti nei quali i giovani, soprattutto durante la bella stagione, si fermano e fanno gruppo. E la Pensilina è attualmente quello più gettonato».
Ma l'anno prossimo, con la demolizione, la situazione in quella zona cambierà...
«In realtà stiamo già facendo una valutazione in un'ottica più globale. Per me il tema non è tanto la Pensilina in sé, quanto piuttosto far capire ai giovani come comportarsi durante la notte luganese e identificare dei punti di raduno, dei luoghi di ritrovo sicuri.
È però evidente che, quando la Pensilina non ci sarà più, quel punto d'incontro si sposterà altrove. È quindi un tema che va affrontato. Bisognerà anche capire quali saranno le linee direttive del Municipio. Ne stiamo già parlando».
Le faccio un'ultima domanda. La nostra è ormai una società iper-mediatizzata e anche gli interventi di polizia trovano spesso la via del web e dei social prima di qualsiasi comunicazione ufficiale. E con questo arrivano anche commenti, giudizi, critiche. Tutto questo come influenza il vostro lavoro?
«Purtroppo sta diventando un po' un'abitudine. Dal punto di vista del comandante, per me rappresenta un problema perché rischia di mettere in dubbio l'operato degli agenti. Agenti che sono esseri umani, che lasciano a casa la famiglia, e che si mettono a disposizione della cittadinanza e della sua sicurezza, talvolta anche a rischio della propria incolumità.
Posso quindi comprendere una certa frustrazione quando il loro operato viene sminuito o ridicolizzato attraverso video che, oltretutto, mostrano spesso una sola prospettiva, accompagnata da una narrazione e da una visione inevitabilmente soggettiva.
Io dagli agenti esigo un'ottima disciplina e pretendo che si comportino in maniera corretta. Allo stesso modo, mi aspetto che anche i cittadini si comportino correttamente nei confronti degli agenti, cosa che purtroppo non sempre avviene.
Restiamo in attesa della base legale che ci permetta di utilizzare in modo diffuso le bodycam, strumento che possa servire da garanzia sia per gli agenti e sia per i cittadini».




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