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«Non sussistono elementi per aprire un procedimento disciplinare»

Il risultato dell'indagine del Consiglio della Magistratura nei confronti del Procuratore generale Andrea Pagani e di come fu gestita la denuncia nei confronti di Claudio Zali nel 2021.
«Non sussistono elementi per aprire un procedimento disciplinare»
Ti-Press
«Non sussistono elementi per aprire un procedimento disciplinare»
Il risultato dell'indagine del Consiglio della Magistratura nei confronti del Procuratore generale Andrea Pagani e di come fu gestita la denuncia nei confronti di Claudio Zali nel 2021.

BELLINZONA - Nessun seguito disciplinare e nessuna sanzione nei confronti del Procuratore generale per come «aveva gestito, nel 2021, una querela contro un Consigliere di Stato».

A confermarlo via nota è lo stesso Consiglio della Magistratura che si è pronunciato sulla segnalazione ricevuta il 27 agosto 2026 dalla Sottocommissione Vigilanza del Gran Consiglio. La sentenza è stata emessa formalmente in data 21 settembre 2026 e notificata il 22 settembre al diretto interessato.

Stando al Consiglio, «dopo approfondita valutazione, non sussistono elementi per darvi seguito disciplinare, ossia per aprire un procedimento disciplinare e sanzionare il magistrato».

Come fu gestita quella querela del 2021
La segnalazione «ha messo in dubbio il modo in cui il Procuratore generale aveva gestito, nel 2021, una querela contro un Consigliere di Stato. Nel valutare la condotta del magistrato, il Consiglio ha potuto considerare esclusivamente ciò che egli conosceva o poteva conoscere all’epoca, 5 anni fa, senza tenere conto di quanto emerso successivamente, in particolare negli ultimi mesi».

Le accuse contenute nello scritto anonimo prodotto dalla Sottocommissione «sono risultate generiche e prive di riferimenti a specifici atti od omissioni. Dall'istruttoria non è inoltre emerso alcun elemento oggettivo, né alcun indizio, di complicità o sudditanza del magistrato, la cui condotta è anzi risultata adeguata e professionale».

Un interrogatorio mai concluso, e il non luogo a procedere
Il Procuratore generale ha quindi «sentito sia la denunciante sia la persona denunciata, convocando la donna una seconda volta per chiarire i fatti».

Un secondo interrogatorio, quello della donna che «non ha potuto concludersi». In seguito, quando la querela è stata ritirata «il magistrato si è rivolto ai medici che l’avevano in cura in quel periodo per accertare se, al momento del ritiro, la donna fosse in grado di comprendere e di decidere liberamente: gli stessi ne hanno confermato la capacità».

Il decreto di non luogo a procedere emesso il 4 novembre 2021 per lesioni semplici e minacce «rientrava quindi nelle competenze e nel margine di apprezzamento del magistrato, e non ha rilevanza disciplinare».

L'ipotesi di minacce, violenze e reati sessuali
La Commissione si è pronunciata anche in relazione alla gestione dell'inchiesta riguardo ad altri possibili reati, e se questi avrebbero dovuto essere indagati ulteriormente.

«Riguardo al presunto trattenimento della donna in un veicolo e alle minacce da lei riferite – fatti astrattamente connotabili, ad esempio, quali possibili sequestro di persona o coazione – gli elementi raccolti non raggiungevano la soglia dei "sufficienti indizi di reato" richiesta dall'art. 309 CPP».

Inoltre «la donna non ha mai voluto chiarire la dinamica dei fatti, il denunciato, sentito come imputato, si è avvalso della facoltà di non rispondere, e non risultavano testimoni né altri riscontri oggettivi. A mesi di distanza, nemmeno un intervento della polizia avrebbe offerto concrete possibilità di raccogliere prove utili».

Riguardo «ai possibili reati sessuali contenuti nella segnalazione» nemmeno per essi «le vaghe informazioni fornite all’epoca, mai precisate, permettevano di disporre degli indizi indispensabili per poter avere un quadro sufficientemente preciso di cosa sarebbe accaduto e di quali fattispecie penali potevano, oggettivamente, entrare in considerazione, così da poter stabilire come e dove eventualmente indagare».

Da cui la perentoria conclusione: «Gli sviluppi successivi (il cosiddetto “senno di poi”) non possono, retroattivamente, mutare la valutazione di ciò che il magistrato poteva sapere nel 2021. Nemmeno per queste ipotesi, la mancata apertura di un'indagine per reati perseguibili d'ufficio lascia spazio all’ipotesi di una possibile violazione disciplinare».

Indicazioni per il futuro
Pur non avendo accertato «alcuna violazione disciplinare», il Consiglio ha invitato il Ministero pubblico a valutare due possibili accorgimenti: il primo consiste nel formalizzare, per i casi particolarmente delicati, «il principio del doppio controllo (il “vier Augen Prinzip”), coinvolgendo almeno un altro magistrato» e, nei casi più sensibili, «un terzo magistrato».

Il secondo caso riguarda situazioni in cui il magistrato «nutre dubbi sulle condizioni di chi è vittima o presunta vittima in procedimenti penali non sfociati in un’accusa formale». A loro tutela, indipendentemente dall’esito penale, «potrebbe essere utile raccogliere anche brevi informazioni presso la cerchia stretta della persona o presso i servizi già attivi».

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