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«In Ticino una quarantina di suicidi l'anno»: i segnali che non dovremmo sottovalutare

«I tentativi sono più numerosi dei suicidi», ma quanto ne sappiamo davvero in Ticino? Maria Chiara Ferrazzo, direttrice OSC: «Anche chi appare integrato e realizzato può attraversare una grave sofferenza».
«In Ticino una quarantina di suicidi l'anno»: i segnali che non dovremmo sottovalutare
Deposit/M. Chiara Ferrazzo
«In Ticino una quarantina di suicidi l'anno»: i segnali che non dovremmo sottovalutare
«I tentativi sono più numerosi dei suicidi», ma quanto ne sappiamo davvero in Ticino? Maria Chiara Ferrazzo, direttrice OSC: «Anche chi appare integrato e realizzato può attraversare una grave sofferenza».

LUGANO - «Ogni suicidio rappresenta una perdita drammatica che coinvolge non solo le persone più vicine, ma l’intera comunità». È la premessa che si sente di condividere la Direttrice del Servizio di Psicologia e psicoterapia dell'Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC) prima di entrare nelle pieghe di un fenomeno complesso, che tocca anche la nostra comunità, tra numeri, differenze legate all'età e al genere, segnali da non sottovalutare e prevenzione.

Maria Chiara Ferrazzo, qual è oggi la situazione dei suicidi in Ticino?
«In Ticino si registrano mediamente una quarantina di decessi per suicidio all’anno. Secondo i dati dell’Osservatorio svizzero della salute (Obsan), il Cantone presenta da molti anni il tasso più basso della Svizzera: 7,7 suicidi ogni 100'000 abitanti, contro una media nazionale di 11,3. Poiché i numeri assoluti sono contenuti, l’Obsan considera periodi di cinque anni per limitare le oscillazioni annuali ed evidenziare così la tendenza effettiva».

E per quanto riguarda i tentativi di suicidio?
«È molto più difficile quantificarli. Attualmente non esiste un sistema di rilevazione completo e uniforme, né a livello cantonale né federale. Inoltre, una parte dei tentativi non arriva all’attenzione dei servizi sanitari o non comporta un ricovero. Sappiamo dalla letteratura che i tentativi sono più numerosi dei suicidi, ma non disponiamo di cifre precise».

Come si spiega il dato relativamente favorevole del nostro cantone?
«Non esiste una spiegazione univoca. Possiamo ipotizzare diversi fattori socioculturali e relazionali: l’importanza della famiglia e dei legami interpersonali, il senso di appartenenza alla comunità e, per una parte della popolazione, riferimenti culturali, spirituali o religiosi. A questo si aggiunge il lavoro di sensibilizzazione e prevenzione svolto sul territorio. Il dato è incoraggiante, ma non deve portare ad abbassare la guardia».

Qual è l’andamento rispetto al passato?
«Sul lungo periodo i dati Obsan mostrano una diminuzione della mortalità per suicidio rispetto ai decenni passati, pur con oscillazioni annuali. Sui tentativi, invece, non abbiamo dati sufficienti per stabilire con certezza se in Ticino siano aumentati. A livello svizzero alcuni indicatori sanitari segnalano negli ultimi anni una maggiore presenza di comportamenti suicidari e situazioni di crisi, soprattutto tra i più giovani».

È possibile tracciare un identikit della persona che si suicida o tenta di farlo?
«No. Il suicidio può riguardare persone di età, condizioni sociali e situazioni familiari molto diverse. Anche chi dall’esterno appare integrato e realizzato può attraversare una grave sofferenza. Le statistiche indicano però alcune differenze: gli uomini rappresentano la maggioranza dei decessi per suicidio, mentre tra le donne sono più frequenti l’ideazione e i tentativi».

Ci sono differenze anche in base all’età?
«Sì. Nell’età adulta e anziana possono avere un peso maggiore solitudine, perdite, malattie e riduzione dell’autonomia. Tra i giovani assumono particolare rilievo il disagio psicologico, le difficoltà relazionali, l’isolamento e le pressioni scolastiche e sociali. Un elemento che ricorre è un dolore mentale percepito come intollerabile, accompagnato dalla sensazione di non avere più alternative».

Uomini e donne differiscono anche nelle modalità?
«I dati Obsan mostrano alcune differenze di genere. In generale, gli uomini ricorrono più frequentemente a modalità caratterizzate da una maggiore letalità, mentre tra le donne sono relativamente più presenti modalità con una probabilità di sopravvivenza maggiore. Questo contribuisce, almeno in parte, a spiegare perché i decessi siano più frequenti tra gli uomini».

Perché gli uomini risultano più esposti agli esiti fatali?
«La modalità scelta è soltanto uno dei fattori. Gli uomini tendono mediamente a chiedere aiuto con maggiore difficoltà e a esprimere meno apertamente la propria sofferenza. In alcuni casi arrivano ai servizi quando la crisi è già molto avanzata. Sono tendenze generali, non comportamenti esclusivamente maschili o femminili».

Quali segnali non dovrebbero essere sottovalutati?
«Un precedente tentativo, disturbi psichici, uso problematico di alcol o altre sostanze, isolamento sociale, eventi di vita critici e malattie croniche o invalidanti possono aumentare il rischio. Particolare attenzione va prestata quando una persona esprime il desiderio di morire, dice di non farcela più, di sentirsi un peso o di non vedere vie d’uscita. Anche un forte ritiro dalle relazioni, l’abbandono delle attività abituali e marcati cambiamenti dell’umore sono segnali da considerare seriamente».

Che fare in questi casi?
«Di fronte a questi segnali è importante non minimizzare e parlarne direttamente: chiedere a una persona se sta pensando al suicidio non aumenta il rischio, ma può aiutarla a esprimere la propria sofferenza e ad attivare una rete di sostegno».

Cosa sta facendo il Ticino sul fronte della prevenzione?
«Il Consiglio di Stato ha istituito un gruppo di lavoro interdipartimentale dedicato principalmente alla costruzione di un monitoraggio del comportamento suicidale. L’obiettivo è seguire l’evoluzione del fenomeno e rafforzare le strategie di prevenzione sul territorio. L’OSC propone inoltre ASSIP, un programma di terapia breve e strutturato in tre sedute per le persone che hanno compiuto un tentativo di suicidio. Il percorso aiuta a comprendere ciò che ha portato alla crisi, riconoscere precocemente i segnali di rischio e individuare strategie per prevenire nuove situazioni critiche».

Cosa invece per i familiari e sul fronte della prevenzione?
«L’OSC offre anche un gruppo di auto-mutuo-aiuto per i survivor, cioè le persone che hanno perso un familiare o una persona cara per suicidio, accompagnato da due psicologi esperti. Sul fronte della prevenzione, la collaborazione tra OSC-DSS e DECS ha inoltre permesso di sviluppare una formazione per i docenti delle scuole Medie Superiori ticinesi, con strumenti per riconoscere i segnali di disagio e indicazioni su come intervenire e a chi rivolgersi. L’obiettivo è coinvolgere nella prevenzione non soltanto i professionisti della salute mentale, ma l’intera comunità».

I numeri e il sito web per chiedere aiuto
i numeri in caso di crisi, consultabili anche online, sono il 147 e il 143. È poi possibile trovare tutte le informazioni utili sul sito "Parlare può salvare". C'è infine il numero di contatto (tutti i giorni, 24 ore su 24) 0848/062062 del
Centro di contatto dell'Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC). Nel dubbio, chiedi aiuto.

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