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SVIZZERA

Ageev e Kiselev costretti a lasciare la Svizzera e a tornare in Russia: «È la fine per noi»

Respinta la richiesta d’asilo della coppia omosessuale: per le autorità svizzere non sussistono rischi di persecuzione sufficienti a giustificare la protezione.
Ageev e Kiselev costretti a lasciare la Svizzera e a tornare in Russia: «È la fine per noi»
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Fonte BLICK
Ageev e Kiselev costretti a lasciare la Svizzera e a tornare in Russia: «È la fine per noi»
Respinta la richiesta d’asilo della coppia omosessuale: per le autorità svizzere non sussistono rischi di persecuzione sufficienti a giustificare la protezione.

BERNA - «È la fine per noi, finiremo in prigione». Ilia Ageev e Dmitrii Kiselev, coppia russa omosessuale, dovranno lasciare la Svizzera entro l’inizio di ottobre e rientrare nel loro Paese. La notizia è riportata dal Blick. La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha respinto la loro richiesta d’asilo e il Tribunale amministrativo federale ha confermato la decisione. Secondo le autorità svizzere, non sussisterebbero rischi sufficienti di persecuzione.

L'aggressione omofoba a San Pietroburgo
I due uomini vivono in Svizzera da cinque anni e mezzo. Sono fuggiti dalla Russia nell’aprile 2021, dopo che Ageev era stato aggredito a San Pietroburgo. «Mi ha colpito in faccia e insultato perché sono gay», racconta. L’uomo aveva riportato la frattura del naso e aveva denunciato l’aggressione, senza che venisse aperta un’indagine.

Ageev era inoltre una figura conosciuta nella comunità queer di San Pietroburgo: aveva organizzato proteste, manifestato pubblicamente il proprio orientamento sessuale e parlato della propria sieropositività. Kiselev definisce quindi i due «non rifugiati economici, ma rifugiati politici».

La SEM: «Sistema giudiziaro russo funzionante»
Nel frattempo, la Russia ha inasprito la repressione nei confronti delle persone LGBTQ+. Ageev, inoltre, sarebbe stato convocato dall’esercito per combattere in Ucraina, ma si è rifiutato di prestare servizio.

Nonostante ciò, la SEM ritiene che in Russia esista un sistema giudiziario e di polizia funzionante e che le autorità garantiscano una sufficiente «volontà di protezione». Anche il Tribunale amministrativo federale ha ritenuto che le restrizioni e le discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali non siano, da sole, sufficienti per concedere l’asilo. Secondo la sentenza, finché i due uomini non rendessero pubblica la propria sessualità, potrebbero vivere in Russia senza correre rischi tali da giustificare la protezione svizzera.

«La Svizzera è la nostra nuova casa, ma non ci vuole»
Una valutazione contestata da Valerio Priuli, professore di diritto della migrazione alla ZHAW, secondo il quale il Tribunale avrebbe dovuto analizzare più approfonditamente il rischio futuro. Anche Amnesty International invita alla cautela: pur non essendo formalmente punita, l’omosessualità in Russia è oggetto di una repressione crescente e, in presenza di seri rischi di trattamenti inumani, un’espulsione non dovrebbe essere eseguita.

Intanto, Ageev e Kiselev si preparano a lasciare la Svizzera. «I nostri amici sono la nostra famiglia. Qui ci siamo integrati, siamo accettati e al sicuro», racconta Kiselev. «La Svizzera è la nostra nuova casa, ma la Svizzera non ci vuole».

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