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Maria Pia Ambrosetti

La guerra è pace? Quando un premio per la pace va alla NATO

Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera indipendente
La guerra è pace? Quando un premio per la pace va alla NATO
TiPress
Fonte red
La guerra è pace? Quando un premio per la pace va alla NATO
Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera indipendente

«La guerra è pace». È uno dei paradossi più celebri di 1984 di George Orwell. Una formula concepita per descrivere un mondo nel quale le parole finiscono per significare il contrario di ciò che sembrano dire. Eppure, è difficile non ripensarci davanti a una notizia di questi giorni: la NATO ha ricevuto il Premio internazionale della Pace di Vestfalia 2026.

Il riconoscimento è stato consegnato il 1° ottobre nello storico municipio di Münster, città simbolo della Pace di Vestfalia del 1648. A ritirarlo, a nome dell’Alleanza, il segretario generale Mark Rutte. La laudatio è stata pronunciata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Un premio per la pace a un’alleanza militare!

La motivazione di chi ha promosso il riconoscimento è chiara: secondo la Wirtschaftliche Gesellschaft für Westfalen und Lippe (WWL), che assegna il premio, la NATO garantisce stabilità attraverso la cooperazione e la deterrenza. Il presidente della WWL Reinhard Zinkann ha sostenuto esplicitamente che forza militare e salvaguardia della pace non sarebbero una contraddizione, ma si condizionerebbero reciprocamente.

Nel discorso con cui ha accettato il premio, Rutte ha parlato della necessità di continuare a sostenere l'Ucraina, rafforzare la difesa degli Stati membri e destinare maggiori risorse alla sicurezza. Ha ricordato l'obiettivo concordato dagli alleati di arrivare al 5% del PIL per spese legate alla difesa e alla sicurezza.

Ed è qui che sorge la domanda: quando abbiamo cominciato a misurare la pace attraverso la quantità di armamenti necessaria a garantirla?

La deterrenza può certamente essere considerata uno strumento per evitare un'aggressione. Ma se un premio per la pace viene attribuito a un’alleanza militare proprio in virtù della sua capacità di armarsi, dissuadere e sostenere militarmente i propri partner, non sarebbe almeno necessario interrogarsi sul significato che stiamo attribuendo alla parola pace?

La decisione, del resto, non è stata priva di contestazioni. Organizzazioni pacifiste tedesche hanno criticato pubblicamente l'attribuzione del riconoscimento alla NATO; la stessa WWL ha ammesso di essersi aspettata critiche, pur dichiarandosi sorpresa dalla loro ampiezza.

Interessante è anche osservare chi compone la giuria che propone i candidati al premio. Vi siedono, fra gli altri, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, il cancelliere Friedrich Merz, gli esponenti politici Sigmar Gabriel, Cem Özdemir e Hendrik Wüst, l'ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, l'ambasciatore tedesco in Russia Alexander Graf Lambsdorff e l'ex presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Ci possiamo legittimamente chiedere se una giuria composta in larga misura da personalità provenienti dalle istituzioni politiche ed economiche europee possa avere una concezione della pace simile a quella di un movimento pacifista.

Questa concezione della pace fondata sulla deterrenza non riguarda però soltanto la NATO: si inserisce in una trasformazione molto più ampia della politica di sicurezza europea.

Il riarmo dell’Unione europea

L’UE sta attraversando una profonda trasformazione: da progetto fondato soprattutto sulla pace, la riconciliazione e l’interdipendenza economica a soggetto sempre più orientato verso la difesa, il riarmo e la preparazione militare. È a questa Europa che la Svizzera intende cedere una parte della sua sovranità?

UE e NATO giustificano questo cambiamento come una politica di deterrenza nei confronti della Russia, necessaria per evitare un conflitto più vasto. Parallelamente, crescono gli investimenti militari: con il piano ReArm Europe/Readiness 2030, l'Unione europea punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro per la difesa. Tra gli strumenti previsti figura SAFE, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti agli Stati

membri per aumentare gli investimenti militari attraverso appalti comuni.

Anche il linguaggio politico è cambiato. Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha evocato la possibilità che la Russia sia pronta ad affrontare la NATO «entro cinque anni o meno». La Germania è uno degli esempi più evidenti di questa evoluzione: dalla politica di cooperazione economica con Mosca è passata a un forte aumento delle spese militari, al sostegno armato all’Ucraina e a una presenza militare permanente in Lituania.

Si pone quindi una questione fondamentale: fino a che punto una politica concepita come deterrenza può svilupparsi senza trasformare la preparazione militare in una componente permanente della politica europea?

Potrebbe inoltre instaurarsi un circolo vizioso: l’Europa si arma perché considera la Russia una minaccia; Mosca interpreta il riarmo europeo come una minaccia; questa reazione viene utilizzata per giustificare un ulteriore rafforzamento militare europeo. Una preparazione alla guerra concepita per impedirla rischia così di contribuire a renderla sempre più plausibile.

Conflitto inevitabile con la Russia?

È proprio questo meccanismo di escalation reciproca a preoccupare anche l’ex analista della CIA Larry Johnson, secondo il quale un conflitto più ampio tra Europa e Russia starebbe diventando inevitabile. Tra i fattori di escalation indica il riarmo europeo, il deterioramento delle relazioni diplomatiche, le tensioni attorno a Kaliningrad, la politica tedesca e l’eventuale sequestro di navi russe.

La questione di fondo è dunque se l’Europa stia realmente costruendo capacità militari per preservare la pace oppure se, abituandosi politicamente e istituzionalmente alla prospettiva di uno scontro con la Russia, rischi di contribuire a creare le condizioni perché quello scontro diventi realtà.

Può un’alleanza militare essere contemporaneamente strumento di deterrenza e simbolo della pace? Se intendiamo la pace anche come disarmo, diplomazia, mediazione e progressiva riduzione della contrapposizione militare, possiamo amaramente constatare quanto siamo lontani da questo obiettivo.

È proprio qui che il premio di Münster lascia perplessi. Se l’invio di armamenti, l’addestramento militare e una strategia fondata sulla deterrenza diventano criteri per assegnare un premio per la pace, dove passa ormai il confine tra la pace e la preparazione alla guerra?

Orwell aveva condensato il paradosso in tre parole: «La guerra è pace». Era uno slogan distopico. Oggi, inquietantemente, quelle tre parole sembrano risuonare anche nel linguaggio geopolitico.

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