Cassa malati o tassa sulla salute?

di Elio Del Biaggio
Premi in aumento, costi sanitari fuori controllo: è arrivato il momento di mettere in discussione e cambiare un sistema che sembra chiedere sempre di più a chi paga.
Ancora aumenti, ancora premi più pesanti, ancora famiglie chiamate a stringere la cinghia per riuscire a pagare la cassa malati.
La domanda ormai non è più se il sistema sia diventato costoso – questo già lo sappiamo – ma è assai più semplice e molto più scomoda: fino a dove vogliamo arrivare e quanto ancora possiamo sopportare?
I premi delle casse malati continuano a salire senza tregua. Dopo il +4,4% medio - ben più elevato per il Ticino - del 2026, per il 2027 si profila un nuovo aumento compreso tra il 4,5% e il 5% - in Ticino addirittura con un rincaro ancor più pesante - secondo le stime più recenti. E mentre si attende, a giorni, la conferma ufficiale della Confederazione, una domanda torna inevitabilmente a farsi strada: fino a quando la popolazione potrà ancora permetterselo?
L’UFSP - Ufficio federale della sanità pubblica - riconosce apertamente che i premi gravano sempre di più sui bilanci delle economie domestiche e sono diventati una delle principali preoccupazioni della popolazione.
Eppure, continuiamo a chiamarli “premi”: per molte famiglie, ormai, assomigliano sempre più a una tassa obbligatoria sulla salute. Una tassa che si paga ogni mese, indipendentemente dal fatto di ammalarsi oppure no, alla quale si aggiungono franchigia, partecipazione ai costi e altre spese. E quando arriva una vera necessità sanitaria, il conto può diventare ancora più pesante.
Nel frattempo, il sistema sanitario svizzero continua a crescere: nel 2024 la spesa complessiva ha raggiunto i 97 miliardi di franchi, con un aumento del 4,1% in un solo anno. Quasi due terzi del finanziamento sono ricaduti direttamente sulle economie domestiche, attraverso premi e pagamenti di tasca propria.
Non è più soltanto un problema sanitario ed è ormai un problema economico, sociale e politico. Perché quando una famiglia deve destinare una parte sempre maggiore del proprio reddito alla salute, quei soldi vengono sottratti alla casa, ai figli, ai consumi, al risparmio e alla possibilità stessa di vivere dignitosamente.
E allora bisogna avere il coraggio di mettere in discussione anche ciò che per troppo tempo è stato considerato intoccabile. Serve davvero mantenere un sistema con numerose casse malati, ciascuna con proprie strutture, amministrazioni e costi organizzativi?
Oppure è arrivato il momento di discutere seriamente di una cassa malati unica per l’assicurazione di base, lasciando alla concorrenza privata il ruolo che può avere nelle assicurazioni complementari?
Non è una questione ideologica, ma è prima di tutto una questione di efficienza, trasparenza e sostenibilità.
E non è nemmeno soltanto una discussione teorica. Ginevra – Cantone spesso all’avanguardia in molte tematiche sociali - non tergiversa e sta già cercando una strada alternativa: il 23 settembre 2026 il Consiglio di Stato ha fatto avanzare concretamente il progetto di una “Caisse Santé Genève”, avviando due procedure per costruire un nuovo modello di rete sanitaria e di assicurazione cantonale, con l’obiettivo dichiarato di contenere l’esplosione dei premi e dei costi.
Se anche altri Cantoni stanno cercando nuove soluzioni, quanto ancora dovrà aspettare il Ticino prima di affrontare seriamente il problema?
Nel 2025 gli assicuratori malattia hanno registrato complessivamente un'eccedenza di 569 milioni di franchi, confluita nelle riserve, che a inizio 2026 ammontavano a 8,6 miliardi. I costi amministrativi sono stati pari a 1,7 miliardi, ovvero 191 franchi per assicurato.
Sono numeri che non dimostrano, da soli, che le casse malati siano l’unica causa degli aumenti. L'UFSP indica infatti come principali fattori la crescita dei costi sanitari, l'invecchiamento della popolazione, i progressi medici, i nuovi medicamenti e il maggiore ricorso alle prestazioni.
Ma proprio per questo la politica dovrebbe smettere di limitarsi ad amministrare gli aumenti e cominciare a chiedersi come funziona davvero l'intero sistema degli incentivi.
Chi paga? Chi incassa? Chi decide quali prestazioni vengono effettuate? Chi determina i prezzi? Chi controlla che siano necessarie? Chi verifica che non si faccia di più semplicemente perché quel “di più” qualcuno lo paga?
Un sistema sanitario può magari anche essere eccellente ma, contemporaneamente, diventare economicamente insostenibile.
La Svizzera spende moltissimo per la salute: circa 9'963 dollari pro capite, a parità di potere d’acquisto, pari all’11,8% del PIL (Prodotto Interno Lordo), secondo l’OCSE, l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Eppure, nonostante questa enorme spesa, i prezzi dei servizi sanitari svizzeri restano tra i più elevati dell’area OCSE: spendiamo tanto, ma quanto otteniamo davvero in cambio?
Il problema, dunque, non è soltanto quanto spendiamo, ma è più che mai come spendiamo. Dobbiamo avere il coraggio di interrogarci anche sulle prestazioni inappropriate, sulla duplicazione degli esami, sull'eccesso di burocrazia, sulla proliferazione delle strutture, sull'utilizzo delle tecnologie e sulla continua espansione dell'offerta sanitaria. Non significa negare le cure necessarie: significa però pretendere che ogni franco destinato alla salute produca il massimo beneficio possibile per il paziente.
E significa anche ripensare il rapporto fra pubblico e privato.
Il privato non rappresenta di per sé necessariamente un problema, ma neppure tutto ciò che è privato deve essere automaticamente considerato migliore, più efficiente o intoccabile. La salute non può diventare semplicemente un mercato nel quale ogni prestazione genera un ricavo e ogni aumento dei costi finisce, prima o poi, sul conto della popolazione.
E non sono soltanto medici, fisioterapisti, farmacisti e altri professionisti della salute ad alimentare la crescita dei costi. Anche molti pazienti fanno un uso eccessivo, e talvolta poco giustificato, delle prestazioni: visite per semplici disturbi, fisioterapia trasformata in
una sorta di ginnastica a carico della cassa malati, esami e interventi di dubbia necessità, farmaci richiesti o utilizzati senza una reale indicazione.
Perché quando il conto non arriva direttamente al paziente, il rischio è che si perda la percezione del costo reale delle prestazioni: alla fine, quel conto lo paghiamo tutti.
E c'è un'altra contraddizione sulla quale dovremmo riflettere: stiamo spendendo sempre di più per la sanità, ma rischiamo di perdere proprio quella dimensione umana che dovrebbe essere al centro della medicina.
Il medico non dovrebbe diventare un operatore che visita rapidamente un paziente, inserisce dati in un sistema informatico e passa al successivo: la medicina dovrebbe continuare a essere fatta anche di ascolto, relazione, responsabilità e tempo dedicato alla persona.
Se vogliamo che le nuove generazioni scelgano la professione medica e sanitaria, dobbiamo chiederci quale modello di sanità stiamo costruendo per loro e, soprattutto, quale modello vogliamo lasciare ai nostri figli.
La politica, questa volta, non può limitarsi a promettere qualche sussidio in più per compensare qualche aumento in più. Deve avere il coraggio di mettere finalmente mano al sistema. Deve discutere seriamente l’ipotesi di una cassa malati unica, ridurre gli sprechi, verificare l’appropriatezza delle prestazioni, confrontare realmente costi e risultati, correggere gli incentivi distorti e pretendere piena trasparenza da tutti gli attori della sanità: assicuratori, ospedali, cliniche, medici, fisioterapisti, terapisti complementari, industria farmaceutica e autorità.
Perché non è più sufficiente chiedere ai cittadini di pagare sempre di più: prima bisogna dimostrare che ogni franco speso sia necessario, giustificato e produca davvero salute.
Tutto questo, senza amici da proteggere, senza interessi da favorire e senza settori da considerare intoccabili. La sanità non appartiene alle casse malati, alle cliniche, agli ospedali, ai medici o alla politica: appartiene prima di tutto ai cittadini.
Continuare ad aumentare i premi senza affrontare le cause della crescita dei costi non è una soluzione: significa soltanto rinviare il problema. Prima o poi, a dover essere curato non sarà più soltanto il paziente, ma un sistema sanitario diventato troppo costoso per essere sostenibile.



