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MARIA PIA AMBROSETTI

Xhaka, Covid e libertà di coscienza

Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera HelvEthica Ticino
Xhaka, Covid e libertà di coscienza
DPA
Xhaka, Covid e libertà di coscienza
Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera HelvEthica Ticino

Non sono un’appassionata di calcio. In compenso lo sono della libertà di coscienza. Ed è per questo che il caso di Granit Xhaka mi interessa molto più di quanto mi interessino le sue prestazioni sul campo.

Il capitano della Nazionale svizzera ha ammesso di essersi procurato nel 2022 un certificato attestante una vaccinazione contro il Covid che in realtà non aveva ricevuto. Ha chiesto scusa e sul caso è stato aperto un procedimento penale.

La falsificazione di un certificato resta una falsificazione. Non è questo il punto.

Il punto è un altro, e continuare a eluderlo significa rinunciare a capire che cosa sia realmente accaduto in quegli anni.

Perché una persona arrivò a considerare preferibile procurarsi illegalmente un certificato piuttosto che dichiarare semplicemente: «Non voglio vaccinarmi»?

«Potevano scegliere di non vaccinarsi»

Sul Corriere del Ticino, il dottor Marco Marano, direttore del Centro Swiss Olympic di Manno, commentando i casi Xhaka e Fischer, sostiene che entrambi avrebbero potuto scegliere di non sottoporsi all’iniezione. Siamo in democrazia, osserva, nessuno era obbligato a vaccinarsi; chi decideva di rifiutare doveva però essere coerente e «accettare le conseguenze della propria scelta».

Ed è precisamente su queste «conseguenze» che vale la pena soffermarsi.

In Svizzera non esisteva un obbligo vaccinale generalizzato. Ma esisteva un sistema nel quale l’esercizio di quella libertà poteva comportare restrizioni molto concrete nella vita sociale e professionale.

Le assistenti di volo di Swiss che rifiutarono l’obbligo vaccinale imposto dalla compagnia persero il lavoro. Altre persone si trovarono di fronte a limitazioni nell’accesso a determinate attività e luoghi.

Dire che una persona è libera di rifiutare un trattamento medico e aggiungere immediatamente che deve «accettarne le conseguenze» non chiude dunque la discussione. Al contrario, la apre.

Quali conseguenze può legittimamente imporre una società a chi esercita il diritto di rifiutare un trattamento medico? E soprattutto: su quali evidenze devono poggiare?

E qui arriviamo al certificato

A distanza di cinque anni, c’è un fatto che merita di essere ricordato: l’Agenzia europea per i medicinali ha chiarito che i vaccini contro il Covid non furono autorizzati specificamente allo scopo di impedire la trasmissione del virus da una persona all’altra. La loro indicazione autorizzata riguardava la protezione della persona vaccinata contro la malattia.

Ciò ha un significato politico e giuridico importante: il certificato non attestava che una persona vaccinata non potesse infettarsi o trasmettere il virus.

E allora una domanda, oggi, dovrebbe essere lecita: quanto era giustificato attribuire a quello status conseguenze così diverse nella vita quotidiana delle persone?

Il certificato Covid svizzero poteva essere ottenuto anche da guariti e, secondo le regole applicabili, da persone risultate negative a un test. La sua logica dichiarata era quella di ridurre il rischio epidemiologico, non di garantire l’assenza assoluta di contagiosità.

Proprio per questo sarebbe utile riesaminare, alla luce dei dati di cui disponiamo oggi, quanto fossero solide e proporzionate le misure introdotte allora. Le misure eccezionali adottate durante una crisi non dovrebbero diventare immuni da un esame critico una volta terminata l’emergenza.

La «sfiducia» di Xhaka

Nell’articolo del CdT, la decisione di Xhaka viene interpretata anche come manifestazione di una «mancanza completa di fiducia verso il mondo sanitario e le istituzioni».

Può darsi. Ma fermarsi qui è troppo comodo.

Se un cittadino perde fiducia nelle istituzioni, non ci si dovrebbe limitare a rimproverargli di non aver avuto abbastanza fiducia, ma chiedersi anche perché quella fiducia sia venuta meno.

Xhaka aveva dubbi. Ha scelto una strada illegale per sottrarsi alle conseguenze di una scelta che non voleva compiere. Di questo risponderà personalmente. Ma il suo comportamento non cancella la questione collettiva. Anzi, la rende ancora più evidente.

La fiducia nelle istituzioni non può essere pretesa per decreto. E non può neppure diventare il criterio con cui distinguere il cittadino responsabile da quello irresponsabile. La fiducia si costruisce con la trasparenza, la possibilità di dissenso, un autentico contraddittorio, la proporzionalità delle misure e la disponibilità a sottoporre le decisioni pubbliche a verifica anche dopo che l’emergenza è terminata.

Non abbiamo ancora fatto davvero i conti con quegli anni

I vaccini furono autorizzati in condizioni eccezionali. Comirnaty ottenne inizialmente un’omologazione temporanea in Svizzera mentre ulteriori dati continuavano a essere raccolti.

Anche la sorveglianza delle sospette reazioni avverse presenta limiti noti: Swissmedic precisa che la notifica spontanea non permette di determinare direttamente la frequenza reale degli effetti indesiderati.

Tutto questo dimostra qualcosa di molto semplice: quelle scelte devono poter essere riesaminate. E possibilmente non soltanto da chi contribuì a prenderle.

Un’analisi indipendente non dovrebbe partire dalla conclusione che le autorità abbiano agito bene o male. Dovrebbe servire precisamente a stabilirlo, misura per misura, sulla base delle conoscenze disponibili allora e di quelle acquisite successivamente.

Qual era il rapporto tra benefici e costi delle diverse restrizioni?

Quanto era giustificata la distinzione tra vaccinati, guariti, testati e persone prive di certificato?

Quanto erano solide, nei diversi momenti della pandemia, le conoscenze sulla capacità della vaccinazione di ridurre infezione e trasmissione?

Quanto erano solide, nelle diverse fasi della pandemia e per le diverse fasce d’età, le evidenze alla base delle raccomandazioni vaccinali rivolte anche a bambini e donne incinte?

E fino a dove è accettabile che lo Stato, o un datore di lavoro, condizioni indirettamente una decisione medica attraverso restrizioni sociali o conseguenze professionali?

Domande che meritano oggi un esame trasparente, approfondito e indipendente.

Xhaka non è il vero problema

Possiamo rimproverare a Xhaka di aver falsificato un certificato. Possiamo anche ritenere che avrebbe dovuto avere il coraggio di dire apertamente «no» e assumersene le conseguenze. Ma allora dobbiamo avere il coraggio di discutere anche quelle conseguenze.

Altrimenti la libertà di scelta rischia di ridursi a una formula piuttosto curiosa: sei libero di scegliere, purché tu sia disposto a pagare il prezzo che altri stabiliscono per la scelta sbagliata.

Ed è proprio quando una società è convinta di agire per proteggere il bene collettivo che la tutela delle libertà individuali diventa più difficile — e più necessaria.

La questione è particolarmente attuale perché la Svizzera sta rivedendo la Legge sulle epidemie, incorporando nel nuovo quadro legislativo anche insegnamenti e alcune disposizioni derivati dall’esperienza del Covid.

Prima di codificare nella legge strumenti nati da quella crisi, sarebbe ragionevole sottoporre quella stessa esperienza a un esame trasparente, approfondito e realmente indipendente. Non per riaprire la guerra tra vaccinati e non vaccinati. Non per trasformare Xhaka in un eroe. Ma per ricordare una cosa molto più importante: una democrazia non dimostra la propria solidità quando tutti sono d’accordo. La dimostra nel modo in cui tratta chi dice di no.

Forse, allora, il caso Xhaka può ancora servire a qualcosa.

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