CdA e partiti: poche regole per fare chiarezza

Amalia Mirante, deputata di Avanti con Ticino&Lavoro
Quando un'azienda appartiene ai cittadini non basta che faccia utili: deve anche essere governata in modo limpido e deve essere chiaro dove finisce l'interesse pubblico e dove iniziano gli interessi personali o politici.
La discussione in corso sui compensi del Consiglio di amministrazione delle AIL riporta d'attualità il problema. Secondo i dati pubblicati da Ticinonews, nel solo primo semestre del 2026 il presidente del CdA avrebbe percepito tra 80 e 90 mila franchi e il vicepresidente tra 70 e 80 mila.
Troppo? Troppo poco? Non è questo il punto che mi interessa discutere. La questione viene prima: quando parliamo di un'azienda interamente pubblica, ogni franco deve poter essere spiegato e ogni nomina deve essere al riparo dal sospetto che una poltrona sia diventata il prolungamento di una carriera politica.
Già nel marzo del 2025, in Consiglio comunale a Lugano, Avanti con Ticino&Lavoro aveva sollevato il tema dei conflitti d'interesse e della trasparenza nella governance di AIL. Nella sua risposta lo stesso Municipio riconosceva che concentrare più ruoli nella stessa persona "non è una soluzione ottimale" e sottolineava la necessità di separare con chiarezza le responsabilità. Sono d'accordo e credo che sia arrivato il momento di passare dalle buone intenzioni a regole semplici.
Chi viene nominato nel Consiglio di amministrazione di un'azienda pubblica deve essere scelto per competenza, esperienza e indipendenza e deve essere estraneo a cariche politiche attive: niente consiglieri comunali nei CdA, ma nemmeno presidenti, copresidenti, capigruppo o dirigenti di partito. Essere impegnati politicamente non è una colpa, ma un Consiglio di amministrazione non può trasformarsi in una seconda assemblea politica, con le sedie distribuite secondo i rapporti di forza tra partiti, né una poltrona pubblica dovrebbe diventare il premio per anni di militanza, fedeltà o equilibri interni.
Diverso è il caso dei municipali. Nelle aziende pubbliche strategiche la loro presenza è necessaria, perché il Municipio deve poter rappresentare direttamente il proprietario, cioè il Comune e in ultima analisi i cittadini, vigilando e assumendosi la responsabilità politica di ciò che accade nelle società della collettività. Ma proprio per questo il municipale non dovrebbe ricavare un reddito personale aggiuntivo da quella funzione. È già pagato dai cittadini per rappresentare il Comune e tutelarne gli interessi e, se siede in un CdA perché è municipale, il compenso dovrebbe quindi tornare al Comune.
Aggiungerei infine una regola altrettanto semplice: pubblicare ogni anno, nome per nome, tutti i compensi percepiti dai membri dei CdA delle società pubbliche, indicando parte fissa, parte variabile, commissioni e gettoni, senza formule vaghe e senza aspettare che siano i giornalisti a ricostruire le cifre. Sia chiaro: non c'è nulla di scandaloso nel pagare bene una persona competente che assume responsabilità importanti. Anzi. La competenza ha un valore e le responsabilità devono essere remunerate. Ma qui si parla di un'azienda pubblica che opera praticamente in monopolio e che dispone già di organi dirigenziali il cui lavoro non deve essere duplicato dal CdA. Il problema nasce quando i cittadini non possono sapere con chiarezza chi viene nominato, perché e quanto viene pagato.
La trasparenza non è un fastidio da sopportare, ma il prezzo minimo da pagare quando si amministrano soldi e aziende che appartengono alla collettività. Le aziende pubbliche appartengono a tutti: bisognerebbe ricordarselo ogni giorno.



