La mobilità corre. Le regole devono tenere il passo

Luca Frasa
Da ciclista e da automobilista vivo la strada da entrambe le prospettive. E negli ultimi anni una cosa è diventata evidente: la mobilità è cambiata molto più velocemente degli spazi nei quali ci muoviamo.
Automobili, motociclette, biciclette tradizionali, e-bike e monopattini elettrici devono oggi convivere sulle stesse carreggiate, sulle stesse ciclopiste e, purtroppo troppo spesso, anche sugli stessi marciapiedi.
Le situazioni potenzialmente pericolose sono sotto gli occhi di tutti. Monopattini che passano dalla strada al marciapiede, attraversano improvvisamente la carreggiata o si muovono tra i pedoni. E-bike che raggiungono velocità importanti e vengono talvolta utilizzate negli spazi pedonali senza considerare che peso e velocità cambiano completamente le conseguenze di un eventuale impatto.
Non è una questione di essere contro questi mezzi. Sarebbe assurdo. La mobilità elettrica è ormai una realtà e offre indubbi vantaggi. Ma sostenibile non può diventare sinonimo di senza regole.
Anche perché le norme, in buona parte, ci sono già. L'USTRA precisa che i monopattini elettrici ammessi alla circolazione pubblica possono raggiungere al massimo 20 km/h e devono rispettare le regole dei ciclisti: sui marciapiedi non possono circolare. Esistono inoltre sul mercato modelli che non soddisfano i requisiti svizzeri e che quindi non possono essere utilizzati sulle aree pubbliche. Per le e-bike veloci, con assistenza fino a 45 km/h, il casco è invece obbligatorio.
Il tema della sicurezza non è teorico. Nel 2025 in Svizzera 24 utenti di e-bike hanno perso la vita e 586 sono rimasti gravemente feriti. Sono numeri che non autorizzano facili generalizzazioni, ma che mostrano quanto questa forma di mobilità sia ormai parte integrante anche della sicurezza stradale.
La questione da affrontare è quindi concreta: le regole attuali sono abbastanza conosciute? I controlli sono adeguati? Chi acquista un mezzo elettrico sa realmente dove può utilizzarlo e a quali condizioni? E le nostre infrastrutture sono ancora adatte alla quantità e alla varietà di mezzi che oggi devono condividere lo stesso spazio?
Da ciclista conosco bene la vulnerabilità di chi pedala e la necessità che gli automobilisti rispettino distanze e precedenze. Da automobilista vedo però anche quanto una manovra improvvisa di una bicicletta o di un monopattino possa creare, in pochi secondi, una situazione di pericolo.
La sicurezza stradale non dovrebbe avere categorie privilegiate: le regole e la responsabilità valgono per tutti.
La tecnologia continuerà a cambiare il nostro modo di spostarci. Norme, informazione, controlli e infrastrutture dovranno inevitabilmente confrontarsi con questa evoluzione.
Perché la strada è di tutti. E proprio per questo nessuno dovrebbe comportarsi come se fosse soltanto sua.



