La cifra fa il titolo, la governance dovrebbe fare la discussione

Andrea Togni, consigliere comunale PLR Lugano
Le cifre pubblicate e attribuite agli emolumenti dei vertici del CdA di AIL stanno facendo discutere. Comprensibile. Sono cifre ragguardevoli ma, da sole, dicono poco.
Un compenso non è alto o basso in assoluto. Va rapportato alle responsabilità assunte, alle competenze richieste, al tempo dedicato (oltre le sedute), alla complessità dell'azienda, ai risultati, ai rischi e al mercato. AIL fattura circa 500 mio di franchi: pensare che possa essere amministrata da persone competenti e responsabili, anche profilatesi grazie all'attività politica, in cambio di un gettone simbolico sarebbe poco realistico e squalificherebbe chi questo impegno lo assume con serietà.
Il punto non è stabilire sull'onda di un articolo se i compensi siano troppo elevati. È capire perché sono così, chi lo ha deciso, chi lo monitora e per remunerare che cosa.
Una parte è fissa? Quanto a seduta? E dalle commissioni o dai gruppi di lavoro? Esistono benchmark con aziende comparabili? Quali criteri ha fissato l’azionista (la Città)? Quali attività vengono remunerate?
Così facendo la questione diventa più interessante della cifra assoluta.
Una buona governance si basa su 3 livelli: azionista, CdA e Direzione, che hanno ruoli diversi. L'azionista stabilisce valori e obiettivi. Il CdA lo rappresenta, esercita l'alta direzione, definisce la strategia aziendale e vigila. Il management gestisce l’operatività e riporta al CdA.
Quando l'attività di un amministratore diventa particolarmente intensa e genera remunerazioni aggiuntive, è legittimo chiedersi dove finisca l'attività propria del CdA e dove inizi quella direzionale. Non perché una sia migliore dell'altra, ma perché separare competenze e responsabilità è uno dei fondamenti della buona governance.
Nel maggio 2025 avevo già sollevato il tema delle remunerazioni e delle partecipate di Lugano, sostenendo la necessità di criteri chiari, competenze specifiche e una distinzione trasparente tra politica e gestione. Oggi quella riflessione sembra ancora più attuale.
Nel frattempo, si è discusso di nomine, incompatibilità, limiti d'età, Casinò, discarichi, remunerazioni e del nuovo regolamento sulle partecipate. Episodi diversi, ma tutti riportano alla stessa domanda: come vuole Lugano esercitare il proprio ruolo di azionista?
Perché anche qui credo serva un approccio liberale: una società pubblica non dovrebbe essere amministrata secondo logiche burocratiche solo perché appartiene all'ente pubblico. Deve poter attrarre competenze, assumere responsabilità, decidere e competere. Ma proprio per questo deve disporre di una governance moderna, professionale e trasparente.
Trasparenza non significa pubblicare cifre e lasciare che ci si indigni. Significa poter spiegare quei numeri e in maniera oggettiva.
In quest'ottica sarà depositata un'interrogazione interpartitica, non per stabilire se qualcuno guadagni “troppo” o “troppo poco”, ma per conoscere / definire criteri e regole.
Penso che in Ticino ci sia bisogno di meno rumore, meno "gossip" sussurrati o urlati, ma, in generale, più chiarezza sulla governance.



