Il libro scomodo sulla NATO che sparisce dalle librerie svizzere

Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera indipendente
Il 19 agosto 2026 il giornalista svizzero-tedesco Rafael Lutz ha pubblicato Das NATO-Netzwerk in der Schweiz, un’inchiesta destinata a far discutere. Basandosi anche su documenti ottenuti attraverso la legge sulla trasparenza, Lutz ricostruisce l’esistenza di una rete di funzionari, esperti e giornalisti che, a suo giudizio, starebbe favorendo un progressivo avvicinamento della Svizzera alla NATO.
La tesi centrale è che, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, all’interno dell’Amministrazione federale si sia consolidato un orientamento nettamente favorevole a una maggiore integrazione con l’Alleanza atlantica. Lutz punta il dito in particolare contro il DFAE e il DDPS. Secondo il giornalista, nei gruppi di lavoro incaricati dal DFAE di riflettere sul futuro della politica estera svizzera sarebbero stati coinvolti quasi esclusivamente esperti vicini all’UE e alla NATO, lasciando pochissimo spazio ai sostenitori della neutralità tradizionale.
Lutz ricostruisce inoltre le carriere e l’influenza di diverse personalità della politica di sicurezza. Tra queste cita Benno Zogg, passato dal Center for Security Studies del Politecnico federale di Zurigo al DDPS e successivamente al SEPOS, dove oggi dirige la divisione Strategia e anticipazione. Secondo Lutz, il suo percorso sarebbe emblematico dell’influenza crescente di ambienti favorevoli a un ripensamento della neutralità.
Quanto è già avanzato l’avvicinamento alla NATO?
Tra gli elementi più interessanti dell’inchiesta vi sono alcuni documenti interni dell’Amministrazione federale. In una presa di posizione sull’iniziativa per la neutralità, il SEPOS avrebbe avvertito che la sua approvazione comporterebbe una «forte restrizione delle possibilità di cooperazione» con la NATO. Lutz interpreta questa formulazione come un’indicazione del livello già raggiunto — e di quello previsto in futuro — nella collaborazione con l’Alleanza.
Il giornalista ricorda inoltre che nel solo 2025 la Svizzera avrebbe partecipato a 23 esercitazioni con Paesi partner. A suo avviso, l’intensificazione delle esercitazioni e gli accordi di cooperazione nel settore della sicurezza starebbero creando una forma di integrazione di fatto, pur senza un’adesione formale alla NATO.
Un altro documento riguarda lo spazio informativo ed è stato consegnato con circa il 40% del contenuto caviardato. Secondo la lettura di Lutz delle parti accessibili, il DDPS starebbe valutando strumenti per seguire digitalmente persone o organizzazioni e le loro «tracce di dati», attraverso fonti pubblicamente accessibili e informazioni provenienti da «sensori del servizio informazioni». Il documento fa inoltre riferimento a dottrine NATO relative alle comunicazioni strategiche e alle operazioni informative. Va precisato che i critici della NATO non vengono esplicitamente indicati come obiettivo: è Lutz a ritenere che possano rientrare tra i soggetti interessati.
Sono elementi che meritano quantomeno una discussione pubblica. Fino a che punto può spingersi la cooperazione con un’alleanza militare senza mettere in discussione la neutralità? E quali devono essere i limiti dell’azione dello Stato nello spazio dell’informazione?
Un libro ritirato senza una decisione giudiziaria
Ma la vicenda assume un significato ancora più delicato per ciò che è accaduto dopo la pubblicazione.
Un capitolo del libro è dedicato a Pälvi Pulli, già responsabile della politica di sicurezza del DDPS e in seguito vicedirettrice del SEPOS. Lutz vi formula anche affermazioni personali sulla sua carriera, che Pulli ha duramente contestato attraverso la propria avvocata, definendole grossolanamente sessiste. Fin qui nulla di anomalo: chi ritiene che la propria reputazione sia stata lesa ha tutto il diritto di difendersi.
Ciò che sorprende è quanto avvenuto successivamente. Secondo Lutz, dopo l’intervento dell’avvocata i grandi librai svizzeri hanno ritirato il libro dal loro assortimento senza che un tribunale ne avesse ordinato il ritiro, nemmeno a titolo superprovvisionale. Per evitare il rischio e i costi di una causa, l’editore ha oscurato integralmente il capitolo contestato. Ciononostante, il blocco della vendita è rimasto.
Lutz parla apertamente di censura
Dal punto di vista formale non siamo di fronte a una censura di Stato: nessuna autorità, stando alle informazioni disponibili, ha vietato la pubblicazione. Ma il caso solleva comunque un problema serio. Se la prospettiva di un’azione legale è sufficiente a far ritirare un libro dai principali canali di vendita senza che un giudice ne abbia accertato l’illiceità, si produce un evidente effetto dissuasivo sulla libertà editoriale.
Quanti editori saranno disposti, in futuro, a pubblicare inchieste controverse su funzionari, istituzioni o ambienti influenti sapendo di poter affrontare spese giudiziarie considerevoli?
Si può condividere o respingere l’interpretazione di Rafael Lutz sulla NATO. Le sue accuse devono poter essere verificate e le persone chiamate in causa devono poter replicare. Ma la risposta a un libro scomodo dovrebbe essere il confronto, la confutazione e il dibattito pubblico, non la sua scomparsa dagli scaffali.
In una democrazia come quella svizzera, fondata sulla libera formazione dell’opinione dei cittadini, questo caso dovrebbe far riflettere. La libertà d’espressione acquista tutto il suo significato proprio quando vengono formulate tesi che disturbano, contestano le scelte delle istituzioni o mettono in discussione orientamenti politici consolidati.
E a sole due settimane dalla votazione sull’iniziativa per la neutralità, il Popolo svizzero ha più che mai il diritto di conoscere i fatti, confrontare le diverse versioni e sapere la verità.



