Neutralità: proteggerla o irrigidirla?

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Il prossimo 27 settembre voteremo sull’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera». Un tema che merita di andare oltre gli schieramenti politici: la neutralità non appartiene né alla destra né alla sinistra. È parte della nostra storia e ha contribuito alla sicurezza e all’indipendenza del Paese.
Le preoccupazioni dei promotori meritano rispetto. In un mondo nel quale aumentano le tensioni geopolitiche e la Svizzera collabora sempre più con altri Paesi anche in materia di sicurezza, è legittimo chiedersi dove finisca la cooperazione e dove possa iniziare un progressivo abbandono della neutralità.
Anche una neutralità interpretata con troppa elasticità rischia di perdere credibilità. Questa preoccupazione non va liquidata. Ma la soluzione deve necessariamente essere quella di limitare la nostra futura libertà di decisione?
Prendiamo la difesa. La Svizzera ha deciso di acquistare gli F-35 statunitensi, scelta sostenuta anche dall’UDC. Questo non significa che Washington possa semplicemente “spegnere” i nostri aerei. Ma sistemi così complessi comportano inevitabilmente interdipendenze per tecnologia, ricambi, software, aggiornamenti e logistica. Non è una critica all’F-35. È la realtà della difesa moderna. Tecnologia, addestramento, scambio di conoscenze e interoperabilità hanno assunto un’importanza che difficilmente un Paese delle dimensioni della Svizzera può ignorare.
Nasce allora una domanda: che senso ha investire miliardi in tecnologie difensive sempre più avanzate se, contemporaneamente, vogliamo limitare costituzionalmente la possibilità di collaborare con alleanze militari o difensive? E soprattutto, alleanza e cooperazione sono la stessa cosa? Aderire alla NATO significherebbe assumere impegni politici e militari. Addestrarsi con altri eserciti, scambiare esperienze e prepararci a collaborare qualora la nostra sicurezza fosse minacciata è necessariamente incompatibile con la neutralità? Dove termina la neutralità e dove comincia l’isolamento?
Un dubbio simile riguarda le sanzioni. L’iniziativa impedirebbe alla Svizzera di adottare sanzioni contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle decise dall’ONU e per le misure volte a impedirne l’elusione. Comprendo il principio: essere neutrali e sovrani significa anche non sentirsi obbligati a riprendere automaticamente le sanzioni decise da altri Paesi. Ma la sovranità dovrebbe valere in entrambe le direzioni. Dovremmo poter decidere di non seguire gli altri, ma anche conservare la libertà di agire quando riteniamo che uno Stato belligerante abbia gravemente violato il diritto internazionale.
Il Consiglio di sicurezza dell’ONU comprende cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – dotati del diritto di veto. Quando gli interessi delle grandi potenze si scontrano, una decisione può quindi essere bloccata. Per evitare che la Svizzera segua decisioni prese altrove, rischiamo così di condizionare la nostra libertà d’azione proprio alle decisioni – o ai veti – delle grandi potenze. Non è un po’ incoerente?
È questo il punto che mi porta a non condividere l’iniziativa. Non perché consideri superata la neutralità. Al contrario, credo che continui a rappresentare uno dei pilastri della nostra indipendenza. E proprio per questo esiterei a trasformarla in un insieme di vincoli che potrebbero impedirci domani di reagire a situazioni che oggi non possiamo prevedere. Essere neutrali significa non partecipare alle guerre degli altri. Ma deve significare anche rinunciare preventivamente alla libertà di decidere? Per difendere la nostra neutralità siamo davvero disposti a limitare la nostra sovranità?



