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SARA ROSSINI

Chiedere è gratis. Rispondere lo paghiamo noi

Sara Rossini, CEO fill-up
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Sara Rossini
Fonte Sara Rossini
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Sara Rossini, CEO fill-up

701 interrogazioni in tre anni e tre mesi. Un numero che, da solo, dovrebbe farci porre almeno una domanda: tutto questo interrogare, alla fine, cosa produce?

Ormai non passa giorno senza leggere di un nuovo atto parlamentare. Si prende un tema di attualità, si mettono in fila alcune domande, si aggiunge una firma e il gioco è fatto. Lo so bene, perché qualche anno fa il tema di attualità è stata la mia azienda. Ho vissuto il meccanismo dall’altra parte: le domande rivolte al Governo, l’attesa, la risposta, l’atto dichiarato evaso. E poi più nulla.

In fondo a quella risposta, però, c’era un dettaglio che mi era rimasto impresso: il numero di ore impiegate dall’amministrazione per prepararla. È da lì che è nata questa riflessione. E questa volta ho voluto andare oltre le impressioni e guardare i numeri.

Mi sono fatta aiutare dall’intelligenza artificiale per raccogliere e analizzare gli atti parlamentari pubblicati sul sito del Gran Consiglio dall’inizio della legislatura, nel giugno 2023, a oggi. Ecco cosa è emerso.

In tre anni e tre mesi, i nostri novanta deputati hanno depositato 701 interrogazioni, 264 interpellanze e 200 mozioni. In totale, 1’165 atti parlamentari, con il 2025 come anno record.

La legge prevede che il Governo risponda a un’interrogazione entro sessanta giorni. La risposta arriva invece, in mediana, dopo 84 giorni. Soltanto una volta su tre entro il termine previsto. Oggi 181 interrogazioni hanno già superato i sessanta giorni. La più vecchia risale al giugno 2023. Ma non è tutto.

Sei interpellanze su dieci vengono trasformate in interrogazioni dall’Ufficio presidenziale perché l’urgenza dichiarata non viene riconosciuta. Delle 200 mozioni presentate - lo strumento che, se accolto, può imporre un seguito concreto - ne sono state decise appena 38. Tempo mediano: diciassette mesi.

Poi c’è quel dettaglio in fondo alle risposte: le ore che il Consiglio di Stato dichiara di aver impiegato per prepararle. Sommate, per le 470 risposte nelle quali il dato è indicato, fanno 2’457 ore. Poco più di cinque ore per interrogazione. Equivalgono a 307 giornate lavorative e a 2’182 pagine prodotte. E sono cifre probabilmente per difetto, spesso arrotondate e precedute da un prudente «circa».

Ma cosa producono tutte queste ore?
Per farmi un’idea, ho fatto analizzare dall’AI anche un campione casuale di 36 risposte. Non è un’indagine scientifica, ma il risultato è comunque interessante.

In venti casi il Governo spiega come funziona il processo e conferma che quanto già si fa va bene così. In nove respinge la proposta. In quattro rinvia alla Confederazione o dichiara di non poter rispondere. In due promette genericamente di approfondire o riflettere. In un solo caso annuncia un passo nuovo: la costituzione di un gruppo di lavoro tecnico.

Una risposta su trentasei.
Tradotto? Molte domande, molte ore, molte pagine. Ma quasi nessun cambiamento.

Il problema, naturalmente, non sta soltanto da una parte. Già nel novembre 2023 il Governo, rispondendo a un’interrogazione, invitava i deputati a informarsi anche attraverso contatti diretti prima di ricorrere agli atti parlamentari.

Dall’altra parte, però, due risposte su tre arrivano oltre il termine previsto. A volte quando il problema sollevato si è già evoluto o, nel frattempo, ne ha generato un altro. È tutto il ciclo a girare lentamente: si chiede molto, si risponde tardi e, alla fine, si rimane esattamente dove si era.

Non mi interessa cercare un colpevole, credo però che uno strumento importante sia diventato troppo comodo. Un’interrogazione costa poco a chi la firma. Non richiede una maggioranza, non passa da una commissione e può finire sui media il giorno stesso.

E i numeri lo confermano: dieci deputati su novanta firmano il 37% delle interrogazioni. Una su due viene depositata senza cofirmatari. 70 titoli su 701 contengono espressioni come «bis», «a che punto siamo» o ripropongono una domanda già formulata perché la prima non ha prodotto alcun seguito.

Così, uno strumento nato per controllare l’operato dell’Esecutivo rischia di diventare soprattutto un modo per esserci. E chi lo utilizza in buona fede finisce nello stesso mucchio di chi cerca principalmente visibilità.

Il costo di tutto questo non si misura soltanto in ore.
Quando quasi ogni risposta finisce per confermare ciò che già si fa, l’amministrazione si abitua a rispondere con lo stampino. E la domanda davvero importante - quella che meriterebbe attenzione, tempo e magari anche un cambiamento - rischia di ricevere lo stesso trattamento di tutte le altre.

L’inflazione delle domande non spreca soltanto risorse. Toglie forza anche alle domande che contano. E intanto il Cantone resta fermo, mentre i problemi che dovremmo affrontare - dai giovani che se ne vanno ai costi che continuano a salire - non aspettano i nostri tempi di risposta.

Da cittadina, non da esperta, credo che servano meno atti, ma con un seguito. Meno domande presentate per dimostrare di esserci e più domande poste sapendo già cosa si intende fare con la risposta. Perché lo strumento è importante. È nato per controllare l’Esecutivo, portare alla luce i problemi e contribuire a migliorare le cose. Non per aggiungere una tacca al proprio bilancio di legislatura.

E naturalmente vale nei due sensi: una domanda seria merita una risposta seria. E una risposta utile è tale soltanto se arriva in tempo e porta da qualche parte.

Non ho una ricetta e non tocca a me averla. Ho però l’impressione che, come Cantone, stiamo confondendo il movimento con il cambiamento. E non sono la stessa cosa.

Chiedere è un diritto. Rispondere è un dovere. Cambiare dovrebbe essere il risultato.

Perché un Cantone che non può più permettersi di restare fermo ha bisogno che queste tre cose tornino a stare nella stessa frase.

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