Maxi truffa da 60 milioni: «Non c'è un disegno criminale condiviso»

Le contestazioni della difesa. Gli imputati si sono scusati (a distanza) con la vittima. Sentenza attesa giovedì.
LUGANO - Proscioglimento da ogni accusa. È questa la richiesta principale delle difese dei tre imputati alla sbarra, accusati di aver architettato una maxi truffa da 60 milioni di franchi ai danni di un cittadino georgiano residente a Dubai. Nei loro confronti, la procuratrice pubblica Chiara Borelli ha invece chiesto pene detentive per complessivi 17 anni e mezzo: sette anni e mezzo per l’imprenditore italiano, sei anni e mezzo per il cittadino iraniano e tre anni e mezzo per il professionista belga. La sentenza è attesa per giovedì prossimo alle 16.30.
La difesa: «Non c'è truffa»
Secondo l’avvocato Giovanni Molo, difensore del professionista belga, non sarebbero soddisfatti gli elementi costitutivi del reato di truffa. Mancherebbero «una decisione comune, il dominio condiviso dell’operazione, un contributo essenziale dell’imputato e la sua partecipazione alla parte principale del disegno criminoso». Il suo assistito, sostiene la difesa, avrebbe invece operato nell’ambito di attività professionali lecite.
«Non si è appurato se sia stato un amministratore fedele»
Nel corso dell’inchiesta, secondo Molo, non si sarebbe appurato se il suo assistito fosse stato «un amministratore fedele o diligente». L’accusa, ha precisato l’avvocato, gli attribuisce invece di aver «condiviso e contribuito a perfezionare, in qualità di correo, un piano criminale volto a truffare l’imprenditore georgiano». È proprio su questo aspetto che la difesa concentra le proprie obiezioni. Dagli atti, secondo Molo, emergerebbe che il suo assistito non conosceva la vittima georgiana e non aveva mai avuto contatti con lui né con il cittadino iraniano coinvolto nella vicenda. Anche la sua conoscenza dell’imprenditore italiano sarebbe stata soltanto superficiale.
Impossibile pianificare una truffa con chi «non si conosce»
E ancora: «Come si fa a pianificare un’operazione truffaldina così sofisticata ai danni di una vittima sconosciuta insieme a chi non si conosce?» Un’impossibilità che, secondo Molo, sarebbe stata evidente anche all’accusatore privato e ai suoi rappresentanti. Il difensore mette inoltre in discussione l’idea che il suo assistito fosse a conoscenza di tutte le dinamiche della vicenda e delle informazioni in possesso degli altri protagonisti.
«Non ha venduto nessuno, ha deciso da che parte stare»
Molo respinge anche l’accusa secondo cui il suo assistito avrebbe «venduto» l’imprenditore italiano. La ricostruzione proposta dalla difesa è diversa: una volta compresi gli elementi della vicenda, il professionista belga avrebbe raccolto informazioni e si sarebbe documentato, decidendo quindi da che parte stare. Come anticipato sopra, la richiesta è di proscioglimento (In subordine, 24 mesi, sospendendo la parte ancora da scontare).
Le dichiarazioni degli imputati
In conclusione, i tre imputati hanno preso la parola per ultimi. L’imprenditore italiano ha ribadito le proprie scuse: «Avrei dovuto parlargli. Così non sarei qui ora».
Il cittadino iraniano ha precisato di non aver mai immaginato «che questo investimento finisse in tribunale. Mi dispiace quanto ho sentito. Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo».
Infine, il professionista belga: «Mi sono già scusato con la vittima. Una cosa è certa: lascerò la finanza. Molte cose, tornassi indietro, le farei in maniera diversa. Di certo non lavorerei mai con l’italiano».




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