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SVIZZERA

La gioventù europea protesta. Perché in Svizzera tutto resta tranquillo?

Dalla Francia all'Albania: blocchi scolastici, cortei e disordini. Il politologo Marko Kovic spiega perché il nostro Paese non si aspetta un’ondata di proteste su larga scala
La gioventù europea protesta. Perché in Svizzera tutto resta tranquillo?
Vlasov Sulaj/JNA via ZUMA Press Wire/dpa
La gioventù europea protesta. Perché in Svizzera tutto resta tranquillo?
Dalla Francia all'Albania: blocchi scolastici, cortei e disordini. Il politologo Marko Kovic spiega perché il nostro Paese non si aspetta un’ondata di proteste su larga scala

SVIZZERA - In Francia centinaia di migliaia di persone scendono in strada. Molti manifestano pacificamente, ma in diverse città la situazione degenera. Si verificano saccheggi, vengono appiccati incendi, manifestanti e polizia si scontrano. L’ondata di proteste è iniziata con i giovani che chiedono condizioni migliori nelle loro scuole. Bloccano gli ingressi, manifestano contro la mancanza di insegnanti, le classi sovraffollate e gli edifici fatiscenti. Dalla rabbia per la quotidianità scolastica è nato un movimento più ampio.

Ma la Francia non è sola. Anche in Belgio i giovani bloccano gli ingressi delle scuole per protestare contro i tagli all’istruzione. Nella capitale albanese Tirana sono state bruciati un edificio governativo e due banche. I giovani protestano contro l’aumento dei costi dell’istruzione, la corruzione e un controverso resort di lusso sulla costa. E poi in Spagna, Portogallo e Italia.

E in Svizzera? Qui tutto resta tranquillo. Ma perché?

«La cultura della protesta in Svizzera, rispetto a molti altri Paesi, è chiaramente meno marcata», afferma Marko Kovic, politologo esperto in materia di cambiamento sociale. A suo avviso, i motivi centrali sono due.

In primo luogo, i sindacati avrebbero di fatto rinunciato agli scioperi come mezzo di pressione. Puntano piuttosto sul partenariato sociale e sull’obbligo di pace nell’ambito dei contratti collettivi di lavoro. Questo ha storicamente plasmato la cultura della protesta svizzera: «Si punta meno all’opposizione fondamentale e si cerca invece di trovare costantemente piccoli compromessi».

In secondo luogo, la democrazia diretta funge da valvola di sfogo. Attraverso iniziative e referendum la popolazione partecipa direttamente – a livello federale, cantonale e locale. La rabbia per il fatto che l’élite politica pensi solo a se stessa e abbandoni la popolazione è quindi qui meno marcata.

«I giovani romandi potrebbero lasciarsi ispirare»
Per Kovic, in Svizzera non ci saranno proteste su larga scala. Anche perché qui non abbiamo i problemi che hanno altri Paesi. «In Francia ci sono davvero problemi significativi nel sistema educativo, molte scuole pubbliche sono in cattive condizioni.» Se dovessero esserci proteste in Svizzera, sarebbe piuttosto per ragioni estetiche. Perché darebbero la sensazione di ribellarsi contro il sistema e allo stesso tempo offrirebbero buone immagini.

Secondo Kovic, soprattutto la Svizzera romanda sarebbe suscettibile a questo. «In Francia, la protesta legittima sul sistema educativo e sul costo della vita è stata dirottata da opportunisti che si poi si danno a distruzione, saccheggi e caos. È possibile che singoli giovani uomini provenienti da un ambiente sociale simile nella Svizzera romanda si lascino ispirare da questo e provochino anch’essi disordini.»

Questo ha anche motivazioni culturali. Grazie alla lingua comune, i romandi sono spesso più vicini alla Francia che alla Svizzera tedesca, anche nei dibattiti e negli umori politici.

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