Maxifrode da 60 milioni: «È un pasticcione, non un truffatore»

Parla la difesa del 60enne italiano: «Gli investimenti esistono, erano scellerati, non finti». Richiesta l'assoluzione sia per lui sia per l'imprenditore iraniano
LUGANO - «È superficiale, impreparato e un po’ narcisista. Ma era in buona fede».
«Un pasticcione che cerca di mettere le pezze»
Per l’avvocata Rosa Maria Cappa, il suo assistito, il 60enne italiano, «è un pasticcione che cerca di mettere le toppe senza averne le competenze», ma non sarebbe il “dominus” della presunta maxi truffa da 60 milioni di franchi contestata a lui e a un imprenditore iraniano e a uno belga, ai danni di un cittadino georgiano residente a Dubai.
«Investimenti scellerati, ma veritieri»
Nella requisitoria di ieri, la pp Chiara Borelli ha chiesto per i tre imputati pene detentive per complessivi diciassette anni e mezzo. «Gli investimenti fatti dal mio assistito esistono – ha continuato la difesa – non erano finti, bensì scellerati. Ed è diverso. Ha affidato i soldi a persone che conosceva e che riteneva grandi intermediari finanziari. E ha sbagliato».
«Viveva in un appartamento di 50 metri a Viganello»
Secondo la difesa, mancherebbe però l’astuzia, elemento costitutivo della truffa. «La vittima, che aveva necessità di fare “uscire” i soldi dall’area mediorientale, aveva tutti gli elementi per accorgersi degli investimenti sbagliati. E secondo me addirittura lo sapeva. Il mio assistito aveva una casa di cinquanta metri a Viganello e lì è rimasto. Possedeva un’utilitaria e non ha cambiato vettura. Non si è arricchito: gli rimane però la responsabilità morale e civile».
La richiesta di assoluzione
La difesa ha inoltre sostenuto che, anche qualora fossero riconosciuti i reati di truffa e falsità in documenti, l’importo della truffa non sarebbe di 60 milioni, bensì di 750’000 franchi. Una cifra che, secondo l’avvocata, dovrebbe comportare una diversa commisurazione della pena. Da qui la richiesta in via principale di assoluzione.
«L’italiano? Il Leonardo da Vinci dei falsari»
Davide Ceroni, difensore dell’imprenditore iraniano, ha invece sottolineato come l’errore più grande del suo assistito fosse stato presentare alla vittima il cittadino italiano, definito «il Leonardo da Vinci delle falsificazioni» e «il centro di questa storia difficile da inquadrare».
La difesa dell’imprenditore iraniano: «Era convinto che i profitti potessero realizzarsi»
L’avvocato ha riconosciuto che l’imprenditore iraniano avesse «pasticciato con i documenti, ma era convinto che i profitti si potessero realizzare». Nell’arringa ha messo in dubbio la credibilità di alcune affermazioni e scelte della vittima, «che si ritrova sempre in mezzo a questi documenti falsi». Ha quindi chiesto l’assoluzione del proprio assistito e la sua scarcerazione. Nel pomeriggio, la parola passerà all’avvocato Giovanni Molo, difensore dell’imprenditore belga.
Una truffa intricata e internazionale
La vicenda si sviluppa principalmente tra Lugano, Dubai e il Lussemburgo. Secondo la ricostruzione contenuta nell’atto d’accusa, il cittadino georgiano residente a Dubai aveva affidato il proprio patrimonio al consulente italiano attivo a Lugano, conosciuto tramite il cittadino iraniano.
I documenti generati con l’IA
Per mettere al sicuro i capitali, era stata proposta una gestione attraverso una struttura lussemburghese, con il coinvolgimento dell'imprenditore belga. Secondo l’accusa, i tre avrebbero utilizzato i fondi a proprio vantaggio, ricorrendo a documenti falsi generati con l’intelligenza artificiale per simulare il controllo sugli investimenti. Il denaro sarebbe poi stato impiegato anche in operazioni immobiliari e nel mercato delle materie prime. Le indagini hanno portato al sequestro di circa dieci milioni di franchi, mentre dei restanti 50 milioni non vi sarebbe traccia.




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