Cerca e trova immobili
LUGANO

«Sono un rompicoglioni, e c’è una cosa che mi fa paura»

Luca Bizzarri ha poche certezze. Tra social, insulti e verità distorte, il comico genovese arriva a Lugano con uno spettacolo che porta in scena il coraggio di avere dubbi
«Sono un rompicoglioni, e c’è una cosa che mi fa paura»
IMAGO / ZUMA Press
«Sono un rompicoglioni, e c’è una cosa che mi fa paura»
Luca Bizzarri ha poche certezze. Tra social, insulti e verità distorte, il comico genovese arriva a Lugano con uno spettacolo che porta in scena il coraggio di avere dubbi

LUGANO - L'ultima volta che lo abbiamo incontrato era un anno e mezzo fa quando era venuto a Lugano per presentare il suo spettacolo "Non hanno un amico". Ritorna quest'anno con "Non hanno un (amico) dubbio" in programma al Palazzo dei Congressi il prossimo 25 novembre. Uno spettacolo che prende spunto dalla precedente esperienza teatrale e riflette su una società basata sulle certezze assolute, sui social e sulla ricerca continua di attenzione.
Luca Bizzarri da non avere un amico a non avere un dubbio è un attimo. Che cosa è successo nel frattempo?
«Purtroppo poco. Nel senso che succedono sempre tante cose, ma più o meno sempre le stesse. Lo spettacolo, però, si è rinnovato: è cambiato. Quello precedente parlava della mancanza di amici, del fatto che non ci siano più persone capaci di dirci che abbiamo torto. Questo è uno sviluppo ulteriore: quella mancanza di amici ci ha portato anche a una mancanza di dubbi. Viviamo una sorta di scontro tra certezze: ognuno di noi è certo di qualcosa e finisce per litigare con chi è certo dell'esatto contrario».

Il titolo è già una provocazione. Chi sono quelli che “non hanno un dubbio”?
«Siamo tutti noi. Perché è molto più facile avere certezze che avere dubbi. E chi ha dei dubbi viene spesso visto con sospetto. Bisogna schierarsi, prendere posizione. A volte chi non ha una posizione precisa viene guardato male».

Il dubbio, soprattutto nell'epoca dei social, viene spesso percepito come una debolezza. Può invece essere una forma di intelligenza?
«Me lo auguro, anche perché io sono pieno di dubbi e quindi spero che non sia invece la mia stupidaggine a farmeli venire. Quello che so è che non è molto di moda avere dubbi».

Quali sono i suoi dubbi?
«Ho dubbi su qualsiasi cosa e lo dico anche nello spettacolo: dalle nostre capacità come figli alle nostre capacità come genitori, dalle nostre prese di posizione fino alla validità stessa del mio mestiere».

Nella vita capita facilmente di incontrare persone che sembrano avere sempre e solo certezze. Come bisogna comportarsi con loro?
«Forse la cosa migliore, se a quella persona vogliamo bene, è cercare di farle venire qualche dubbio. Credo sia ancora possibile una dialettica tra esseri umani. È quello che ci ha fatto crescere fino a oggi: qualcuno che mettesse in discussione alcune delle nostre certezze. Naturalmente non tutte le certezze vanno messe in discussione: che due più due faccia quattro è una certezza. Il rischio è che ci siano persone che mettano in discussione anche quello. Faccio sempre l'esempio dei No vax: non hanno dubbi sui vaccini, hanno la certezza che non funzionino. Ed è molto diverso dall'avere dei dubbi».

Uno dei temi dello spettacolo è anche il rapporto con i social. Lei è molto attivo su queste piattaforme. Che idea si è fatto? Fanno bene o fanno male?
«Io credo che ci abbiano peggiorato. Mi sembra quasi un dato oggettivo. E credo anche che non se ne possa fare a meno. E, come tutte le cose di cui non si può più fare a meno, mi fanno paura».

Che cosa la preoccupa maggiormente?
«Il fatto che è stato praticamente abolito il concetto di vero o falso. La verità e la falsità non sono più nemmeno così importanti, perché si può disinformare dicendo cose vere. Faccio un esempio: è vero che ci sono immigrati nelle stazioni e che fanno casino. Ma se io per venti volte al giorno ripeto soltanto che ci sono immigrati nelle stazioni che fanno casino, quello diventa un problema fondamentale. E quindi le persone cercano la soluzione a quel problema, che in realtà è semplicemente una delle tante questioni problematiche. Nessuno mente quando dice che esiste quel fenomeno, ma viene modificata la sua rilevanza. Ed è questo a essere molto pericoloso».

Lei sui social riceve anche moltissimi insulti. Come vive questa esposizione?
«Non la vivo male, semplicemente perché so da dove arrivano quegli insulti. Qualche volta sono anche andato a vedere che cosa succede se rispondo privatamente a qualcuno che mi insulta. Nove volte su dieci finisce che mi chiede di fare una foto».

Quindi dietro agli insulti c'è soprattutto una ricerca di attenzione?
«Il problema è proprio la ricerca dell'attenzione. Chi insulta sui social non lo fa necessariamente per odio, ma per cercare attenzione. E questo è il vero problema: la solitudine. Io ho altrettanta paura di quelli che mi danno ragione, perché non è detto che, se mi danno ragione, siano per forza furbi. L'attività sui social è una costante ricerca di attenzione, sia da parte mia sia da parte loro. Solo che io la monetizzo. Per molti, invece, è una questione di solitudine».

Le è mai capitato di incontrare dal vivo uno dei suoi hater a uno spettacolo?
«No, anche perché non vengono agli spettacoli. Ma anche perché quelli che odiano me odiano altre 150 persone. In realtà non odiano me: odiano un gruppo del quale io nemmeno faccio parte. Mi danno spesso del comunista, ma in realtà sono lontanissimo da questa ideologia».

È a tutti gli effetti un uomo di sinistra, o no?
«Io sono un vecchio radicale, che però è difficilmente collocabile. Fondamentalmente sono un rompicoglioni: mi piace rompere i coglioni e trovare in ogni cosa il lato grottesco. Quello è il mio mestiere».

Quindi la sua satira non nasce necessariamente da una posizione politica?
«Io quasi mai parlo di politica. Parlo sempre di comunicazione. È difficile che contesti un provvedimento politico: semmai contesto come viene presentato, oppure critico la vanità. Vannacci, per esempio, non lo contesto in quanto fascista: non mi interessa. Lo contesto in quanto macchietta italiota, un po' cialtrona. Questo mi fa ridere. Non mi spaventa per niente. Anzi, vorrei che diventasse presidente della Repubblica, perché non ne faccio una questione politica o di parte. Per me Vannacci potrebbe essere il segretario del Pd e lo tratterei nello stesso modo».

Guardando alla società di oggi, qual è la nevrosi che la preoccupa maggiormente?
«Mi preoccupano le persone della mia età, perché sembrano vivere una realtà fuori dal mondo. Al contrario, i ragazzi mi rassicurano».

Perché?
«In questo momento sto girando un film con nove attori della mia età e nove molto giovani. E quello che vedo, per esempio, è che noi siamo molto più attaccati al telefono di loro».

Verrebbe da pensare esattamente il contrario.
«E invece è così. I giovani hanno anche una creatività diversa e questo è rassicurante. Secondo me arriverà il momento in cui, vedendo i loro padri e le loro madri attaccati 24 ore su 24 a uno schermo, avranno, come succede a ogni generazione, un rigetto per quello che vedono fare ai propri genitori. Questa è la mia speranza. Probabilmente torneranno a fare cose che con gli schermi e i telefoni non c'entrano niente».

Perché secondo lei la generazione dei cinquantenni è più dipendente dallo smartphone rispetto ai giovani?
«Perché non avendo vissuto dall'inizio questa rivoluzione ci siamo fatti travolgere. Molto spesso abbiamo sostituito una dipendenza con un'altra. I social network sono disegnati per essere una droga».

E la sua generazione, con le dipendenze, ha già avuto una certa familiarità...
«Diciamo che la mia generazione con le droghe si è data abbastanza del tu».

Lo spettacolo è fatto di riflessione, ma anche di ironia e satira. Se dovesse scegliere, preferirebbe provocare una risata o una riflessione?
«Una risata, tutta la vita. Anche perché la risata provoca la riflessione. Senza la risata, la riflessione diventa un predicozzo inutile».

C'è una battuta che oggi non farebbe più rispetto a dieci o vent'anni fa?
«No. Forse non rifarei le battute brutte che mi è capitato di fare, magari credendoci pure. Ma non le rifarei semplicemente perché non hanno funzionato. Tutte quelle che hanno funzionato, invece, le rifarei».

Su TikTok spopolano le puntate del vostro CameraCaffè. In molti sperano in un ritorno.
«Il problema di Camera Café è che abbiamo fatto 1.800 episodi. Questo significa che a volte sono stati trattati anche più volte gli stessi temi. Avevamo una telecamera fissa, un ufficio e una macchina del caffè: non è che ci si potesse sbizzarrire più di tanto dal punto di vista della trama. Credo che il lavoro produttivo e di scrittura sia stato già abbastanza miracoloso. È stata una ripetizione del miracolo».

Entra nel canale WhatsApp di Ticinonline.
Iscriviti alla newsletter giornaliera di Tio per ricevere le notizie più importanti direttamente nella tua casella di posta.
Naviga su tio.ch senza pubblicità Prova TioABO per 7 giorni.
COMMENTI
NOTIZIE PIÙ LETTE