Chiesti 17 anni e mezzo per la truffa da 60 milioni

La procuratrice Borelli chiede fino a sette anni e mezzo per il principale imputato. L’accusatore privato: «Negazione dell’evidenza e mancanza di responsabilità».
LUGANO - È pesante la pena chiesta dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli nei confronti dei tre imputati comparsi davanti alle Assise criminali di Lugano, presiedute da Amos Pagnamenta (giudici a latere Renata Loss Campana e Luca Zorzi), alla sbarra per una maxi frode da 60 milioni.
Diciassette anni e mezzo
I capi d’imputazione sono truffa e falsità in documenti. Nel concreto, sono stati chiesti sette anni e mezzo di carcere, con espulsione per 10 anni, per il 60enne italiano («il dominus della vicenda, presente in ogni investimento»). Per l’imprenditore iraniano sono stati chiesti sei anni e mezzo, con espulsione per 10 anni. Infine, per l’imprenditore belga sono stati chiesti tre anni e mezzo, con espulsione per cinque anni. Il totale ammonta a diciassette anni e mezzo di detenzione.
La vittima? «Dipinta come un losco figuro. La sua colpa? Avere il passaporto russo»
«L’importo è talmente gigantesco che sembra quasi inesistente alle nostre latitudini», ha dichiarato la pp Borelli concludendo la requisitoria. «La colpa è grave per tutti. Hanno tentato per tutta l’inchiesta di annebbiare» i fatti, dipingendo la vittima «come un losco figuro» in possesso di milioni «originati da chissà quali crimini», facendo leva sul fatto che l’imprenditore georgiano fosse anche cittadino russo. Ma la vittima non ha colpe: ha solo un secondo passaporto».
Marcellini: «Negazione dell'evidenza e mancanza di responsabilità»
Luca Marcellini, rappresentante dell’accusatore privato, si è associato alle conclusioni dell’accusa. «Sono rimasto un po’ deluso da quanto detto dagli imputati in aula», ha spiegato l’avvocato ed ex procuratore. «Da un lato c’è la negazione dell’evidenza, dall’altro la mancanza di responsabilità».
Le chat e le mail sono le tracce documentali lasciate dagli imputati
In questa vicenda, secondo Marcellini, «le impronte digitali e il DNA sono le comunicazioni, le chat e le mail: le tracce sono rimaste e sono innegabili, mostrano come comunicano queste persone fra loro». Quanto alla vittima, ha precisato che si tratta di un ingegnere che ha «creato pompe per l’estrazione del petrolio» e che, dopo aver concluso un’operazione redditizia, ha deciso di uscire dalla società.
«Si è giocato i soldi al casinò»
Per il rappresentante dell’accusatore privato, il 60enne italiano, «una volta ricevuti i soldi, è come se fosse andato a giocarli al casinò: ha compiuto operazioni a rischio altissimo», ma con possibilità di guadagno elevate. Secondo l’avvocato, lo schema seguiva sempre la stessa logica: «In caso negativo, a perdere i soldi era la vittima. In caso positivo, a vincere era lui».
Una truffa intricata e internazionale
La vicenda si sviluppa principalmente tra Lugano, Dubai e il Lussemburgo. Secondo la ricostruzione contenuta nell’atto d’accusa, il cittadino georgiano residente a Dubai aveva affidato il proprio patrimonio al consulente italiano attivo a Lugano, conosciuto tramite il cittadino iraniano.
I documenti generati con l’IA
Per mettere al sicuro i capitali, era stata proposta una gestione attraverso una struttura lussemburghese, con il coinvolgimento dell'imprenditore belga. Secondo l’accusa, i tre avrebbero utilizzato i fondi a proprio vantaggio, ricorrendo a documenti falsi generati con l’intelligenza artificiale per simulare il controllo sugli investimenti. Il denaro sarebbe poi stato impiegato anche in operazioni immobiliari e nel mercato delle materie prime. Le indagini hanno portato al sequestro di circa dieci milioni di franchi, mentre dei restanti 50 milioni non vi sarebbe traccia.
Domani parola alle difese
Nella mattinata di oggi si sono conclusi gli interrogatori. I tre imputati, pur ammettendo alcuni errori, hanno di fatto negato le accuse. Il processo riprenderà domattina con le arringhe delle difese, rappresentate dagli avvocati Giovanni Molo, Rosa Maria Cappa e Davide Ceroni.




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