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Attentato di Berlino

«La Svizzera ha i mezzi per prevenire tali attentati»

L’attentatore di Berlino era già noto alle autorità. Come si può evitare che accada di nuovo? Lo spiega Ahmed Ajil, esperto di terrorismo dell’Università di Lucerna.
«La Svizzera ha i mezzi per prevenire tali attentati»
Felix Imhof
Ahmed Ajil, criminologo dell’Università di Lucerna.
«La Svizzera ha i mezzi per prevenire tali attentati»
L’attentatore di Berlino era già noto alle autorità. Come si può evitare che accada di nuovo? Lo spiega Ahmed Ajil, esperto di terrorismo dell’Università di Lucerna.

ZURIGO - A maggio Nesip D. ha aggredito tre persone a Winterthur. Questo weekend un radicalizzato islamico ha compiuto un attentato a Berlino uccidendo una persona e ferendone altre 29. Entrambi erano noti alla polizia. Ahmed Ajil*, esperto di terrorismo dell’Università di Lucerna cerca di capire se questi episodi avrebbero potuto essere evitati.

Si poteva fare qualcosa per fermarli?
«Le autorità avevano già sott'occhio l’autore. Il fatto che fosse inserito in un programma di deradicalizzazione è, di per sé, un segnale positivo. Gli assistenti sociali e gli psicologi che lavorano con queste persone devono però prendere decisioni delicate: quando è il momento di segnalarli alla polizia? Evidentemente, in questo caso qualcosa non ha funzionato. Questo ha permesso ad Abdul B. di agire, nonostante fosse considerato potenzialmente pericoloso».

Abdul B. voleva unirsi all’IS in Siria e, secondo i media, prima dell’attentato aveva pubblicato online una sua foto con un’arma, circostanza che aveva portato a una perquisizione domiciliare. Nonostante ciò, era ancora in libertà e ha potuto compiere l’attacco. Non avrebbe dovuto essere già in carcere?
«Il tribunale lo ha condannato secondo il diritto penale minorile. In linea di principio, questo sistema è orientato alla risocializzazione e al reinserimento, più che a lunghe pene detentive. Una condanna al carcere non avrebbe risolto il problema. Dopo fatti simili, una parte dell’opinione pubblica chiede che persone come Abdul B. vengano isolate definitivamente. Ma non è così che funziona il nostro sistema giuridico, né è un modo efficace per prevenire la violenza nel lungo periodo».

L’uomo voleva unirsi all’IS e sembrerebbe aver minacciato di voler compiere un attentato prima del CSD. Non c’erano segnali sufficienti per prevenire quanto accaduto?
«Come detto, devono esserci stati errori nella gestione delle informazioni e nella collaborazione tra giustizia, polizia e gli operatori dei programmi di deradicalizzazione. Ora è necessario chiarire con precisione cosa sia successo. Esistono anche esempi in Svizzera di giovani che volevano partire per la Siria, sono stati fermati e oggi conducono una vita normale: fanno un apprendistato, lavorano e contribuiscono alla società. Il fatto di aver voluto unirsi all’IS in giovane età non può giustificare una detenzione a vita, anche perché non è così che si combatte la radicalizzazione».

La deradicalizzazione ha dei limiti?
«Senza dubbio. In paesi come la Francia, ad esempio, non si parla più solo di deradicalizzazione, ma di "désengagement". L’obiettivo non è necessariamente cambiare la visione del mondo di una persona, ma fare in modo che non legittimi più la violenza, non mantenga contatti con reti violente e non abbia accesso alle armi».

Abdul B. avrebbe dovuto essere sorvegliato più da vicino?«È una domanda legittima. Occorre ricostruire con precisione quali dichiarazioni abbia fatto, quando e dove, e come i responsabili abbiano gestito la situazione. Nella pratica può accadere che gli specialisti coinvolgano la polizia troppo tardi».

Pensa che in Svizzera il caso si sarebbe sviluppato diversamente?
«È difficile dirlo. Le autorità svizzere dispongono delle competenze necessarie per monitorare in modo preventivo i soggetti pericolosi, cioè prima che commettano reati. Non è quindi una questione di leggi, ma di come vengono applicate. Va anche detto che oggi la quantità di contenuti pubblicati online, comprese dichiarazioni radicali, è enorme. Per questo la gestione delle informazioni è cruciale: è necessario avere un quadro il più completo possibile delle attività e delle dichiarazioni dei soggetti a rischio, per intervenire al momento giusto. Le autorità stanno facendo progressi anche grazie all’intelligenza artificiale, ma resta ancora molto da fare».

Cosa dovrebbe cambiare concretamente?
«Le autorità avviano numerosi procedimenti contro chi diffonde propaganda o esprime opinioni radicali sui social media, anche quando non esiste un reale rischio di violenza. Questo assorbe risorse che potrebbero essere impiegate nei casi più pericolosi. L’enfasi crescente sulla prevenzione ha quindi anche un lato problematico».

Prima Winterthur, ora Berlino: questi attentati stanno diventando più frequenti?«In Europa, purtroppo, episodi di questo tipo si verificano ogni anno. Tuttavia non si osserva un aumento, nonostante una crescente radicalizzazione nello scenario politico globale. Il fatto che si tratti per lo più di casi isolati, senza la formazione di nuove reti organizzate, è un segnale positivo».

E nel breve periodo? Esiste un rischio maggiore di attentati, ad esempio per la Street Parade di Zurigo?
«È dimostrato che esiste un effetto emulazione: individui già avanzati nel loro percorso di radicalizzazione possono essere spinti ad agire dopo eventi simili, soprattutto se ricevono grande attenzione mediatica. Negli ultimi anni, però, questo effetto è stato meno marcato. Inoltre, eventi di massa come la Street Parade si svolgono ormai con piani di sicurezza che tengono conto anche del rischio di attentati terroristici».

*Ahmed Ajil è criminologo e ricercatore postdoc presso il Seminario di Scienze delle Religioni dell’Università di Lucerna. Si occupa di estremismo, violenza politico-ideologica, prevenzione del terrorismo e sicurezza nel contesto del mondo arabo. Ha studiato a Ginevra, Exeter e Losanna e ha lavorato nella ricerca e nel settore delle ONG in Giordania. Ha inoltre collaborato con fedpol come analista criminale e nel settore dell’esecuzione delle pene.

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