Vivono in Africa e per due soldi ti scrivono la tesi in sei ore

Il fenomeno degli “shadow scholar” - gli accademici ombra - sotto la lente. Ad approfittare dei loro servizi studenti occidentali in difficoltà, a volte ricchi a volte meno.
Alcuni di loro hanno comprato la casa ai genitori o sono riusciti a far studiare i propri fratelli e sorelle. C'è chi è riuscito a completare gli studi e chi ha dato un contributo fondamentale alla propria famiglia in difficoltà. Tutti loro sono stati studenti ambiziosi e motivati e hanno faticato a lungo per arrivare a una laurea che non si è rivelata foriera di alcun posto di lavoro nel proprio Paese.
Ecco perché sono diventati “studiosi ombra”, degli shadow scholars che, dalle loro abitazioni in India, Pakistan, ma soprattutto dal Kenya, dove il fenomeno è particolarmente diffuso con oltre quarantamila ghostwriter attivi nella sola Nairobi, scrivono in poche ore saggi e tesine per numerosi studenti occidentali nelle materie più disparate: dall'ingegneria alla chimica, oltre alle materie umanistiche ed economiche.
DepositA caccia di ombre
Nel 2024 uscì nelle sale il documentario intitolato proprio ”Shadow Scholars“, diretto dalla regista Eloise King, nel quale si può vedere Patricia Kingori, la più giovane professoressa di origine africana di Oxford, indagare sul fenomeno dei giovani laureati impiegati in un lavoro sommerso e poco conosciuto e domandarsi quale sia il valore di un titolo di studio conquistato sfruttando il lavoro altrui.
Il nome è stato coniato dallo scrittore Dave Tomar, che aveva parlato, in un memoir del 2012, della propria esperienza di ghostwriter accademico. La scelta di intitolare in tal modo il documentario non è casuale, dato che la professoressa Kingori ha spiegato che in Kenya non esiste una parola per descrivere il concetto di «ombra», come se fosse una cosa che non esiste.
Chiamare questi lavoratori ”shadow scholars“ quindi era un modo per costringere le persone a chiedersi se queste persone esistano o meno; fare leva sul concetto stesso di ombra, quindi, dovrebbe servire a far luce su questa realtà che tante persone decidono volontariamente di ignorare. «Sono incredibili - ha dichiarato al Guardian la professoressa Kingori, originaria essa stessa del Kenya - mi sentivo come se stessi entrando in una specie di campo di atleti d'élite. È come essere un jogger dilettante ed entrare improvvisamente in un villaggio olimpico».
DepositRiuscire a scrivere un saggio in sei ore
Impressionata dalla preparazione di questi scrittori-fantasma («chi riuscirebbe a scrivere un saggio in appena sei ore?»), Kingori ha però avuto modo di verificare le condizioni di sfruttamento nelle quali gli stessi devono operare: «devono rispettare le scadenze altrimenti vengono cacciati dalla piattaforma. Non ottengono aumenti di salario. Non ottengono permessi per malattia. Devono solo farlo».
Tra le tante storie raccontate nel documentario vi è quella di Mercy, nome di fantasia, una laureata e madre single della piccola Angel, che lavora tutta la notte, a volte dovendo padroneggiare due materie diverse per due incarichi nell'arco di dodici ore: «Ho dormito solo tre ore - racconta la donna - ma ho bisogno di soldi».
Adrian ha scritto saggi per gli studenti delle università di Oxford e Leeds, tra le tante: interrogato sull'etica del lavoro nel quale è impegnato risponde «per me sto acquisendo conoscenza. Passerei questa domanda al cliente».
Si tratta di paghe molto basse, vista anche la complessità del lavoro richiesto, ma che possono essere paragonate comunque a quanto guadagnato da un medico che opera a Nairobi. Le richieste provengono soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, ma riguardano anche Paesi come la Cina o l'Australia.
Studenti benestanti, impegnati in corsi di laurea prestigiosi, pagano una miseria il lavoro di giovani laureati, sfruttando il loro bisogno di trovare un'occupazione e una forma di reddito: una realtà non dissimile da quella del post colonialismo della fine del secolo scorso, dove la fatica dei lavoratori economicamente più svantaggiati andava ad arricchire coloro che si trovavano già in posizioni economicamente più forti.
DepositFingersi occidentali, per risultare più credibili
Dall'indagine condotta risulta che questi scrittori usino identificativi falsi, utilizzando preferibilmente nomi occidentali perché «aiuta a convincere i clienti che sono all'altezza del proprio compito». «Se vai online ora e cerchi di trovare aiuto per un saggio, invariabilmente ti vendono il servizio come se provenisse da qualcuno che si trova nel Regno Unito o negli Stati Uniti» ha detto la Kingori, aggiungendo che «niente di quello che ho visto può far capire che sia qualcuno di Nairobi. C'è questa idea che questo non potrebbe provenire da un Paese africano. Questo livello di intelletto e abilità non appartiene a delle persone del Kenya».
Si tratta di una sorta di razzismo culturale di cui è permeata la società occidentale, per la quale «l'Africa non è il posto dove la gente ha un'educazione scolastica». Come detto dalla professoressa Kingori: «ci hanno convinto che studiando e applicandosi avremmo raccolto i frutti del nostro lavoro», ma, in effetti, a godere dei benefici di questo impegno sono solo gli studenti che, grazie alla propria disponibilità economica, riescono ad accaparrarsi il lavoro intellettuale di preparati ma economicamente svantaggiati laureati kenioti.
Kate, una ragazza la cui storia viene raccontata nel documentario, sente il peso delle proprie responsabilità, avendo i suoi genitori investito i risparmi di una vita nella sua istruzione, che costa decine di migliaia di dollari all'anno, per cui non vuole deluderli. Per tale motivo, essendo rimasta indietro con gli esami, ha iniziato a vendere le proprie foto su internet per poter guadagnare i soldi necessari per pagare colui che, dall'altra parte del mondo, scrive al suo posto le tesine e i saggi da consegnare.
Se non all'uomo, alla macchina
Il fenomeno degli shadow scholars fa luce su un problema che va diffondendosi a macchia d'olio, ossia il delegare ad altre persone, se non all'Intelligenza Artificiale, i propri doveri di studente, preferendo saltare a piè pari l'impegno e la fatica richiesti, per ottenere facili riconoscimenti ottenuti con l'inganno.
Attualmente si stima che nove adolescenti su dieci utilizzino l'A.I. per scopi legati alla scuola. Per il Corriere della Sera «su una base di novecento milioni di utenti settimanali a livello globale, gli studenti rappresentano una delle fette più ampie, principalmente per risparmiare tempo per svolgere i compiti».
Secondo il Pew Research Center, un centro studi americano che fornisce informazioni su problemi di carattere sociale, negli Stati Uniti, da dove proviene la maggior parte delle richieste per gli «studiosi ombra», oltre il 60% degli adolescenti ha utilizzato a fini scolastici chatbot di A.I., e il 26% lo usa regolarmente. A livello universitario, poi, l'utilizzo è ancora più massiccio: più di un giovane su tre utilizza ChatGPT regolarmente per portare avanti il proprio lavoro accademico, con dati più che raddoppiati rispetto al 2023.
DepositResta comunque una frode
Per Thomas Lancaster, informatico esperto di frodi contrattuali all'Imperial College di Londra, «l'uso di questi contratti rimane un grosso problema nell'istruzione superiore del Regno Unito, poiché gli studenti stanno ricevendo premi che non meritano. Questo è ingiusto nei confronti della stragrande maggioranza degli studenti, che stanno lavorando e studiando duramente (…) alcuni studenti sono passati all'utilizzo di sistemi come ChatGPT invece di commissionare un saggio. Ho anche sentito che ora c'è un mercato per gli studenti che usano GenAI per creare una prima bozza, ma poi assumono uno scrittore per controllare il contenuto e riscriverlo in modo che non venga rilevato l'utilizzo dell'A.I».
Nel guardare il documentario non si può non cogliere l'enorme ingiustizia di questo sistema, che premia o condanna gli studenti unicamente sulla base di quanto denaro possiedano. «Il potere ci rende invisibili - ha dichiarato la Kingori - quindi non ci chiediamo se le cose dovrebbero essere come sono. Mi fa infuriare. Questo non dovrebbe essere il motivo per cui il Kenya è sulla mappa, e se il mondo fosse giusto, questi studiosi sarebbero in grado di operare sulla scena mondiale mostrando se stessi».
Appendice 1
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