L'Avs e le armi le paghino i poveri

di Alberto Togni, Membro della direzione del Partito comunista
La 13ª mensilità AVS è una conquista sociale, approvata nettamente dalla popolazione nel marzo 2024. Sarà versata per la prima volta questo dicembre, indipendentemente dall'esito della votazione del prossimo 29 novembre. In quell'occasione saremo invece chiamati a decidere esclusivamente se finanziarla attraverso un aumento dello 0,4% dell'IVA: il secondo balzello in pochi anni, che porterebbe l'aliquota ordinaria all'8,5%, con un aumento complessivo di oltre il 10% rispetto al 2023. L'IVA è la tassa antisociale per eccellenza: colpisce tutti in ugual misura, indipendentemente dalle disponibilità economiche. Anche l'istituto di ricerca BAK - certamente non un'organizzazione rivoluzionaria - riconosce in un suo recente studio il carattere regressivo dell'aumento dell'IVA: in rapporto al reddito disponibile, le economie domestiche a basso reddito finiscono per sostenere un onere maggiore, poiché destinano ai consumi una quota più elevata delle proprie risorse.
C'è poi un ragionamento di fondo che va stroncato: quello secondo cui aumentare l'IVA starebbe diventando la risposta automatica a ogni nuova richiesta di risorse. Non dimentichiamo che anche l'esercito ha recentemente proposto un aumento dell'IVA dello 0,5% per finanziare il piano di riarmo che NATO e UE stanno imponendo anche al nostro Paese, e per coprire indirettamente i costi di acquisti fallimentari (dai Patriot che vedremo forse fra 5-10 anni allo scandaloso caso degli F-35). Pensioni dignitose e sistemi d'arma dai prezzi gonfiati finirebbero così sullo stesso conto: quello delle fasce meno favorite.
Non regge, allora, l'obiezione di comodo - a cui si è purtroppo accodata anche una parte della sinistra - secondo cui le fasce sfavorite sarebbero poco toccate, perché verrebbe alzata unicamente l'aliquota ordinaria e non quella ridotta. È vero che una quota consistente delle spese delle famiglie a basso reddito riguarda beni soggetti all'aliquota ridotta; è altrettanto vero, però, che queste stesse famiglie destinano tra il 20 e il 30% delle proprie spese a beni soggetti all'aliquota ordinaria. E nella società odierna quei beni non sono affatto meno essenziali degli altri: basti pensare alla benzina, all'olio da riscaldamento, alle spese di telefonia. Difficile liquidarli come consumi dettati da capricci.
In un momento di crescente precarietà e crisi sociale, la sinistra dovrebbe rifiutare chiaramente un modello in cui il costo di pensioni dignitose per chi ha lavorato una vita intera e di sistemi d'arma dai prezzi gonfiati ricade sulle fasce meno favorite. Dovrebbe invece rivendicare una distribuzione più equa del carico fiscale, chiedendo un contributo maggiore a chi dispone di patrimoni e redditi elevati e a chi ha tratto enormi profitti dalle dinamiche internazionali in corso.



