«Papà si è tolto la vita»: il senso di colpa e le domande di chi resta

«Speravo che non sarebbe mai arrivato a tanto». «No, non poteva averlo fatto!». Marco e Giorgia hanno perso i loro padri per suicidio, ora rompono il silenzio.
In Ticino si registrano mediamente una quarantina di suicidi all’anno. Un dramma che continua a segnare la nostra comunità sia per i recenti tragici episodi avvenuti nel nostro cantone, sia perché, dietro ogni morte, ci sono famiglie costrette a fare i conti con un dolore difficile da elaborare, spesso accompagnato da sensi di colpa e silenzi. A raccontarlo sono Giorgia e Marco*, che hanno perso i loro padri per suicidio. «È una ferita indelebile», confida lei. «Rimane la sensazione che si sarebbe potuto fare di più», racconta lui.
Entrambi partecipano al gruppo di auto-mutuo-aiuto dell'Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC) dedicato ai "survivor", le persone che hanno perso un familiare o una persona cara. Uno spazio di condivisione accompagnato da due psicologi esperti, dove si può trovare ascolto, lontano da tabù e giudizi.
Marco: «Speravo che non sarebbe mai arrivato a tanto»
«Erano le 9.00 del mattino, quel giorno un suo caro amico aveva appuntamento con lui, ma non riusciva né a contattarlo né a trovarlo. Era molto strano vista la puntualità di mio papà, quindi mi chiamò per verificare se avessi sue notizie».
Inizia così il racconto di Marco, che quattro anni fa ha perso il padre, morto suicida. «Tutti sapevamo quanto soffrisse ancora per la recente perdita della moglie, mia mamma. Per questo - continua -, il timore che potesse compiere un gesto estremo si è subito insinuato in me, anche se speravo con tutto me stesso che non arrivasse a tanto».
Poi cosa accadde?
«Di quei momenti di ricerca e dubbio ricordo la speranza mista al panico. Insieme a mia moglie e alla sorella di papà corremmo a casa sua. Aprimmo la porta della proprietà. Poco dopo, mia moglie trovò una lettera in casa, mentre l'amico lo trovò morto in giardino. Io non lo vidi. Mi fu detto di non entrare e fortunatamente ubbidii: mi fu risparmiato il dolore di trovarlo».
Quali emozioni ti sono rimaste più impresse?
«Ricordo i momenti di quella mattina ma in maniera confusa, con suoni e immagini ovattate. Sono invece molto chiari i ricordi delle emozioni: ansia, incredulità, dolore, speranze infrante. Mentre di lui serbo un ricordo positivo, fatto di poche parole e brevi momenti, ma piacevoli».
Sapevi che tuo padre stava attraversando un periodo difficile?
«Sì, papà è morto il 12 dicembre ed era dalla morte della mamma, avvenuta il 2 aprile, che soffriva per la sua perdita».
Dunque ti sei sentito in qualche modo responsabile per quanto è poi avvenuto?
«Sì, la sensazione è quella che si sarebbe potuto e dovuto fare di più. Che evitare quanto accaduto fosse alla nostra portata, che avremmo potuto impedirlo».
Difficile pensare di superare tutto questo da soli.
«Mia moglie e mio figlio sono stati i miei principali sostegni, fondamentali soprattutto nei primi mesi. Poi sono arrivati lo psicoterapeuta e il gruppo di auto-mutuo aiuto, che mi hanno aiutato a comprendere quanto accaduto e a trovare gli strumenti per affrontare il dolore».
Con il tempo sei riuscito a fare i conti con quel senso di colpa?
«Sì. Penso che le persone che arrivano a togliersi la vita entrino in una sorta di tunnel, dal quale non riescono più a vedere altre vie d'uscita. Per chi sta loro vicino è difficile intervenire. Ancora oggi, però, mi chiedo cosa avremmo potuto fare per evitare che papà entrasse in quel tunnel».
Quanto è importante poter condividere il dolore?
«Il gruppo “Survivor” di auto-mutuo aiuto ci permette di entrare in contatto con persone che hanno vissuto una perdita simile. La loro esperienza è preziosa per me, così come la mia può esserlo per loro. Il dolore appartiene a chi lo ha vissuto e la forza del gruppo sta proprio nella possibilità di condividerlo con persone che possono davvero comprenderlo».
Sono passati quattro anni. Perché senti ancora il bisogno di partecipare agli incontri?
«Il suicidio di un caro lascia una cicatrice che fatica a rimarginarsi. Le numerose domande che provoca, la frustrazione che lascia e il senso di impotenza che si porta appresso può essere mitigata dal tempo, ma rimane sempre strisciante nel nostro intimo».
Che cosa ti dà, oggi, condividere la tua esperienza?
«Il gruppo è una sorta di manutenzione costante nel tempo. Condividere fa bene: capisci che altre persone hanno vissuto una perdita simile alla tua e che non sei solo».
deposit (foto emblematica)«Speravo che papà non sarebbe mai arrivato a tanto»Nel gruppo c'è anche Giorgia, 38 anni, che due anni fa ha perso il padre. Uno shock che l'ha portata a confrontarsi con il senso di colpa, l'incomprensione esterna e il bisogno di rompere il silenzio attorno a un tema ancora fortemente stigmatizzato.
Giorgia, com'era il rapporto con tuo papà?
«Formidabile. È stato un amorevole papà quando ero bambina: premuroso, sempre attento che stessi bene, che non prendessi troppo freddo oppure troppo caldo. Si preoccupava che indossassi i guanti, la sciarpa, oppure il cappello da sole in estate: non una cosa scontata per un papà. Poi nell'adolescenza e quando sono diventata maggiorenne, mi ha sempre dato consigli e anche proibizioni ma sempre per il mio bene».
Poi cos'è cambiato?
«Quando purtroppo gli è stata riscontrata la così detta “ansia da contaminazione” siamo diventati entrambi più combattivi e litigiosi. Io forse non accettavo o non capivo appieno la sua malattia e cercavo di spronarlo dicendogli di reagire oppure di fargli fare le cose che prima della malattia per lui erano semplici».
Come hai vissuto la notizia della sua morte?
«Ero incredula, mi sembrava che tutto attorno a me fosse futile. Le piccole gioie, come i derby che mi appassionavano, mi sembravano così stupidi e senza senso. Vedevo la gioia degli altri, come ingiusta nei miei confronti. E poi pensavo: “no, non poteva averlo fatto!”. Non così, senza che io e mia mamma potessimo cogliere la sua enorme sofferenza e l'intenzione di compiere quel gesto estremo, con una pistola».
Nei mesi successivi, quali le difficoltà?
«Vivere con le altre persone come se nulla fosse, con gente che quasi non osava parlare dell'accaduto, minimizzando la nostra grande perdita, dicendo la solita frase “ora sta meglio”. Grazie, lo so anche io, ma io e mia mamma non lo stiamo, anzi, abbiamo il cuore spezzato: solo io e lei possiamo saperlo, mentre gli altri sembrava pensassero che in fondo per noi fosse meglio così: una liberazione, “tanto era malato”».
Si è anche insinuato in te il senso di colpa?
«Certamente. La grande differenza tra la perdita di un caro, che muore per un incidente o malattia, e chi perde per suicidio una persona vicina è che si sente in colpa. Ho pensato: “ma come, ho visto che non stava bene, ma mai avrei pensato così tanto, a tal punto di lasciare la sua amata moglie e figlia". Così senza dirci addio, senza un biglietto con le sue ultime parole per noi!».
Tutto questo ha inciso sul modo in cui vivi le relazioni?
«Sì, oggi tengo molto più le distanze dalle persone, mi circondo solo delle persone che mi fanno stare bene e quelle a cui tengo. Così ho scoperto amicizie che non pensavo fossero così preziose, mentre le altre amiche - che pensavo fossero le migliori - si sono rivelate quasi staccate e poco empatiche».
Hai vissuto il peso del lutto da figlia unica.
«Il pensiero va subito a mia mamma, perché mi sono dovuta, anzi ho voluto, farmi forza per lei e fare insieme cose burocratiche noiose, di cui prima si occupava mio papà. Io e lei abbiamo un bel rapporto, quasi come sorelle, perciò abbiamo sempre parlato apertamente del papà. Questo ci ha aiutate e non ho sentito così tanto la mancanza di fratelli».
Dove hai trovato maggiore conforto?
«La complicità con mia mamma e parlare con altre persone nella mia stessa situazione: ti fa sentire meno sola».
Il dolore può attenuarsi in qualche modo?
«Partecipare al gruppo di mutuo aiuto dei “Survivor” è stata un'esperienza molto positiva. Ho iniziato il terzo ciclo e continuo a frequentarlo, perché sì, il tempo aiuta ma il suicidio è una ferita indelebile, rimarrà sempre in me e nulla potrà mai curarla, anche se nel gruppo è possibile attenuarla».
Come hai cominciato a partecipare agli incontri?
«È iniziato proprio tre mesi dopo la perdita di mio papà. La mia terapista, che ne fa parte, mi ha informata e ho subito colto la notizia con entusiasmo, perché sono una persona a cui piace affrontare le questioni e parlare di lutto, ovviamente con chi può comprendere».
Quanto è stato importante poter condividere la tua esperienza?
«Mi ha aiutato a comprendere e vedere quante persone in Ticino soffrono in silenzio. E non sapevo perché la parola suicidio fosse un tabù e perché non ne scrivono mai sui giornali. Pensavo fosse per rispetto dei familiari, ma così non è. Fare finta di niente non aiuta, anzi il “fare finta che” è ciò che più mi dà fastidio. Nel gruppo si fa proprio l'opposto: con delicatezza e senza forzare la mano, ci si apre e si parla apertamente del suicidio dei nostri cari».
Mi sembra di capire che partecipare agli incontri sia stata una scelta per te giusta.
«Certamente e lo consiglio vivamente a tutti, amici e parenti. Per me è un sollievo sapere di avere quel momento al mese (lo farei anche due volte) dove potere parlare con persone come me, senza tabù e sguardi di compassione o ipocrisia».
E oggi?
«Mi sento benino, non starò mai bene come prima, ma si va avanti, per chi mi rimane vicino: i miei bimbi, mio marito e la mamma».
Deposit«Papà si è tolto la vita. Non avevamo capito quanto soffrisse»Come chiedere aiuto
I numeri in caso di crisi, consultabili anche online, sono il 147 e il 143. È poi possibile trovare tutte le informazioni utili sul sito «Parlare può salvare». C'è infine il numero di contatto (tutti i giorni, 24 ore su 24) 0848/062062 del Centro di contatto dell'Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC). Nel dubbio, chiedi aiuto.
* Marco e Giorgia sono nomi di fantasia e sono stati scelti dagli intervistati, a tutela della loro privacy.
Appendice 1
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