Il personale pubblico non è il bancomat del risanamento

Davina Fitas, responsabile del settore pubblico e docenti OCST
«L’economia non è il bancomat dello Stato». Con queste parole Andrea Gehri richiama la necessità di garantire finanze pubbliche sostenibili. Un obiettivo condivisibile, che richiede responsabilità ed efficienza. Ma se l’economia non è il bancomat dello Stato, nemmeno il personale pubblico può diventare quello del risanamento cantonale.
È una riflessione necessaria di fronte all’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali», che propone di ridurre gli effettivi del 10% in cinque anni.
Come sindacato, non difendiamo le inefficienze: semplificare le procedure e migliorare l’organizzazione è indispensabile. Ma tagliare posti senza analizzare i compiti dello Stato e i bisogni della popolazione rischia di compromettere i servizi, senza garantire i risparmi attesi.
Ridurre gli effettivi non significa automaticamente ridurre i costi, così come spendere meno non significa amministrare meglio.
Dietro i numeri ci sono persone che ogni giorno fanno funzionare istituzioni, scuole e servizi pubblici. Se diminuiscono gli organici ma non i compiti, aumentano i carichi di lavoro, le difficoltà organizzative e i tempi di attesa. Le conseguenze ricadono anche sulla cittadinanza.
C’è poi il carovita. Con il potere d’acquisto sotto pressione, occorre tutelare i salari reali. Per questo l’OCST, insieme a VPOD e SIT, ha rilanciato la richiesta di recuperare il carovita non riconosciuto e compensare pienamente il rincaro effettivo. La responsabilità finanziaria non può tradursi sistematicamente in sacrifici per chi vive del proprio stipendio.
Il personale pubblico non è soltanto una voce di spesa. Scuole di qualità, amministrazioni efficienti e servizi accessibili favoriscono anche lo sviluppo economico. Le imprese hanno bisogno di infrastrutture e istituzioni funzionanti; le famiglie di prestazioni affidabili. Economia privata e servizio pubblico contribuiscono entrambi al benessere del Cantone.
La discussione dovrebbe partire dalle domande giuste: quali prestazioni vogliamo garantire? Quali procedure possiamo semplificare? Dove esistono margini di miglioramento? Quali risorse servono? Per rispondere occorre coinvolgere anche chi conosce la realtà quotidiana dei servizi, anziché stabilire a priori quanti posti sopprimere.
Come OCST, riconosciamo l’importanza della sostenibilità finanziaria, ma chiediamo che proceda insieme a quella sociale. Non chiediamo di rinunciare al controllo della spesa pubblica: chiediamo un confronto serio, fondato sui bisogni reali e rispettoso del lavoro svolto per la collettività.
Il personale pubblico non è un costo da tagliare a priori, ma una risorsa da valorizzare. Difenderne le condizioni di lavoro significa difendere la qualità dei servizi per tutte e tutti.



