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Stefano Dias

La rabbia non è una soluzione. La Svizzera ritrovi la via della concordanza

Stefano Dias, membro di comitato del PVL Ticino
La rabbia non è una soluzione. La Svizzera ritrovi la via della concordanza
TiPress
Fonte red
La rabbia non è una soluzione. La Svizzera ritrovi la via della concordanza
Stefano Dias, membro di comitato del PVL Ticino

I primi sondaggi in vista delle elezioni federali del 2027 ci consegnano un segnale sul quale dovremmo riflettere attentamente. Secondo il barometro elettorale SSR pubblicato il 16 ottobre, l'UDC si avvicina al 30% delle intenzioni di voto, il Partito socialista cresce e anche i Verdi guadagnano terreno, mentre formazioni come il Centro e il PLR arretrano.

Non sono risultati elettorali, e sarebbe sbagliato confondere il sostegno ai partiti più forti con l'estremismo. Tuttavia, emerge una tendenza che merita attenzione: la crescente polarizzazione della nostra società. Una polarizzazione che non riguarda soltanto la Svizzera. Basta osservare quanto sta accadendo nelle piazze francesi e italiane, dove al legittimo malcontento di migliaia di cittadini si sono affiancati episodi di violenza, distruzione e scontri con le forze dell'ordine.

Potrebbe accadere anche da noi? Sarebbe ingenuo escluderlo. La Svizzera non è un'isola separata dai cambiamenti economici, sociali e culturali che attraversano l'Europa. Ma la domanda più importante, a mio avviso, è un'altra: come siamo arrivati a considerare sempre più spesso chi la pensa diversamente un avversario da sconfiggere, anziché una persona con cui trovare una soluzione?

Viviamo un periodo storico di trasformazioni profonde. Il costo della vita aumenta, gli affitti pesano sui bilanci familiari, i premi di cassa malati preoccupano, molti giovani temono di non poter raggiungere il benessere dei propri genitori. A questo si aggiungono le incertezze geopolitiche, il cambiamento climatico, le trasformazioni tecnologiche e le difficoltà economiche europee. Sono problemi reali. Sarebbe un grave errore minimizzarli, così come sarebbe sbagliato non ascoltare le preoccupazioni di chi manifesta pacificamente per chiedere un futuro migliore. Ma riconoscere la legittimità della protesta non significa giustificare la violenza. Distruggere una vetrina, incendiare un'automobile o aggredire un agente di polizia non renderà più accessibile un appartamento, non aumenterà uno stipendio e non migliorerà la scuola.

La rabbia può dare voce a un problema. Non può, da sola, costruirne la soluzione.

Ed è proprio qui che entra in gioco la responsabilità della politica. Nei momenti di incertezza è naturale provare paura, frustrazione e persino rabbia. Sono emozioni profondamente umane. Ma chi assume responsabilità pubbliche dovrebbe avere il dovere di non alimentarle per ottenere qualche consenso in più. Troppo spesso, invece, assistiamo alla ricerca di un colpevole, alla contrapposizione continua, alla promessa che basterà una singola misura per risolvere questioni che si trascinano da decenni.

È una tentazione che attraversa tutti gli schieramenti politici. Ci viene raccontato che esista sempre una soluzione immediata, possibilmente senza costi e senza sacrifici. Che basti cambiare una legge, trovare più denaro o mettere qualcuno alla porta perché tutto torni a funzionare. Ma la realtà è molto diversa. La politica non è una lampada magica. E chi promette soluzioni semplici a problemi complessi dovrebbe almeno avere l'onestà di spiegare quali conseguenze comporteranno.

Nel mio lavoro di controllore del traffico aereo ho imparato una lezione che considero fondamentale anche nella vita pubblica. Quando una situazione diventa complessa, quando il tempo stringe e la pressione aumenta, la prima cosa da fare è mantenere la lucidità. Bisogna comunicare chiaramente, ascoltare, collaborare e prendere decisioni sulla base dei fatti, non delle emozioni. In quei momenti nessuno trae beneficio da qualcuno che alza la voce, cerca un colpevole o pretende di avere sempre ragione. Al contrario, è proprio la capacità di lavorare insieme, anche sotto pressione, che permette di trovare una via d'uscita. Credo che la politica dovrebbe imparare, o forse semplicemente riscoprire, questo principio.

La Svizzera possiede uno straordinario patrimonio istituzionale: la concordanza. Un sistema costruito sulla convinzione che governare non significhi imporre la volontà del più forte, ma cercare soluzioni sufficientemente condivise da poter durare nel tempo. Il compromesso non è una sconfitta. Non significa rinunciare ai propri valori o accettare qualsiasi proposta. Significa riconoscere che nessuno possiede da solo tutte le risposte e che una soluzione imperfetta ma condivisa può essere migliore di una vittoria politica che lascia metà del Paese contro l'altra metà. Non dimentichiamo quanto la storia europea ci abbia insegnato sul pericolo delle società che smettono di dialogare. Le crisi economiche, le paure collettive e la sfiducia nelle istituzioni hanno contribuito, in passato, a creare condizioni favorevoli all'ascesa di movimenti autoritari e a conflitti devastanti. Non significa che oggi ci troviamo alla vigilia di una nuova guerra mondiale. Sarebbe un paragone improprio e allarmistico. Significa, però, che abbiamo il dovere di riconoscere alcuni meccanismi pericolosi prima che diventino incontrollabili.

Anche l'ascesa politica di Donald Trump negli Stati Uniti dovrebbe farci riflettere sulla forza di un consenso costruito attorno alla protesta contro il sistema e sulla facilità con cui il confronto democratico può trasformarsi in una contrapposizione permanente. Winston Churchill, che aveva conosciuto da vicino le conseguenze della guerra, ricordava che incontrarsi e parlarsi faccia a faccia è meglio che farsi la guerra. Una lezione che, pur nata nel contesto delle relazioni internazionali, conserva un significato profondo anche per la nostra convivenza democratica. Dobbiamo però avere anche il coraggio di dire qualcosa che forse oggi molti preferirebbero non sentire. I prossimi anni potrebbero essere difficili. L'Europa sta attraversando trasformazioni che mettono sotto pressione un modello di prosperità e sicurezza che per lungo tempo abbiamo considerato acquisito. Difenderlo richiederà investimenti, riforme, capacità di adattamento e, probabilmente, anche sacrifici.

Non possiamo promettere tutto a tutti, per sempre, senza spiegare come finanziarlo e quali priorità scegliere. Ma questi sacrifici dovranno essere giusti, proporzionati e condivisi. Non possiamo chiedere sempre a chi è già in difficoltà di sopportare il peso maggiore del cambiamento. Questo è il compito della politica: non nascondere i problemi, ma affrontarli con serietà, competenza e senso di responsabilità. Non avremo tutte le risposte domani mattina. Serviranno tempo, pazienza e la disponibilità a rivedere alcune delle nostre convinzioni. Servirà soprattutto una classe politica capace di spiegare la complessità senza trasformarla in paura, e una società disposta ad ascoltare anche quando le risposte non sono quelle che vorremmo sentire.

Non credo che il futuro debba necessariamente essere peggiore del passato. Al contrario, sono convinto che abbiamo le conoscenze, le capacità e gli strumenti per costruirne uno migliore. Ma non ci riusciremo cercando continuamente qualcuno da accusare. Ci riusciremo soltanto tornando a considerarci parte della stessa comunità, pur nelle nostre differenze. Il vero coraggio politico, oggi, non è promettere di sconfiggere i propri avversari. È avere la forza di sedersi con loro e trovare soluzioni.

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