Giovani, il diritto alle opportunità non dovrebbe avere un prezzo

Elio Del Biaggio
Oggi molti giovani scendono in piazza, protestano e alzano la voce. A volte, però, la protesta degenera in danneggiamenti e vandalismi, comportamenti che non possono essere giustificati, qualunque sia la causa. Liquidare tutto come semplice ribellione sarebbe tuttavia altrettanto riduttivo.
Dietro queste manifestazioni possono esserci frustrazione, precarietà, incertezza e soprattutto la sensazione di non essere ascoltati. Viviamo in una società che parla continuamente del futuro delle nuove generazioni, ma troppo spesso trascura il loro presente: opportunità insufficienti, prospettive incerte e difficoltà concrete nel costruirsi una vita autonoma e dignitosa.
E allora, che cosa significa investire nelle nuove generazioni se le opportunità di imparare, praticare sport, coltivare un talento o partecipare ad attività extrascolastiche dipendono soprattutto dal portafoglio dei genitori? La formazione, lo sport e la cultura devono essere opportunità accessibili, non privilegi riservati a chi può permetterseli.
Ascoltare i giovani non significa dar loro sempre ragione, ma comprenderne le preoccupazioni e offrire risposte concrete. Perché, quando la piazza diventa l'unico luogo in cui credono di poter essere ascoltati, dovremmo chiederci anche che cosa non stiamo facendo, come società, per il loro futuro.
A parole, bambini e ragazzi rappresentano il nostro futuro. Nei fatti, però, troppe opportunità restano a pagamento: un corso di musica, un'attività sportiva, un laboratorio scientifico, un sostegno scolastico o un pomeriggio organizzato possono diventare spese difficili da sostenere per una famiglia che già fatica ad arrivare alla fine del mese.
Così, mentre alcuni ragazzi possono scegliere fra numerose attività, altri devono rinunciare prima ancora di poter scoprire le proprie capacità. Non perché manchino loro interesse, talento o volontà, ma perché in casa non ci sono abbastanza soldi.
È davvero questa l'uguaglianza delle opportunità che vogliamo garantire alle nuove generazioni? Quando l'accesso alla formazione, allo sport e alla cultura dipende dalle possibilità economiche della famiglia, le disuguaglianze si accentuano e il senso di esclusione può trasformarsi in frustrazione, rabbia e disagio sociale e psicologico.
Sentimenti che, in assenza di ascolto e risposte concrete, rischiano di alimentare la sfiducia nelle istituzioni, sfociando in forme di protesta e ribellione, come quelle che vediamo oggi nelle piazze di tante città europee.
La scuola non dovrebbe finire quando suona la campanella
La scuola non è soltanto un luogo in cui trasmettere conoscenze durante un numero prestabilito di ore. È anche uno spazio in cui sviluppare autonomia, curiosità, capacità relazionali, creatività e senso di responsabilità.
Perché, allora, non ampliare l'offerta gratuita oltre l'orario ordinario, mettendo a
disposizione palestre, aule, laboratori e competenze già presenti sul territorio?
Immaginiamo una scuola che, dopo le lezioni, offra gratuitamente ai ragazzi un'ora di aiuto nei compiti, un laboratorio di informatica e intelligenza artificiale, attività musicali, tornei sportivi, teatro, fotografia o semplici spazi di incontro seguiti da personale qualificato. Non un obbligo per tutti, ma una possibilità concreta per ciascuno.
Non servirebbero necessariamente nuovi edifici o strutture costose. In molti casi, si potrebbe partire da ciò che già esiste, coordinando meglio scuole, Cantone, Comuni, società sportive, associazioni culturali e volontariato.
L'obiettivo dovrebbe essere semplice: fare in modo che nessun ragazzo debba rinunciare a un'opportunità di crescita perché la famiglia non può permettersela. Offrire attività formative, sportive e culturali accessibili significa anche creare occasioni di incontro, favorire relazioni reali e prevenire isolamento, disagio e marginalità, evitando che la mancanza di alternative spinga i giovani a rifugiarsi sempre più in mondi virtuali, con i rischi che un uso eccessivo e incontrollato può comportare.
All'estero esistono già esempi concreti
Non occorre inventare tutto da zero.
In Francia, il programma “Devoirs faits” offre gratuitamente agli studenti delle scuole secondarie inferiori momenti di studio accompagnato all'interno degli istituti. Esistono inoltre aiuti per sostenere le spese delle attività sportive e culturali, con modalità che variano secondo il territorio e la situazione familiare.
Negli Stati Uniti, secondo il “National Center for Education Statistics”, nell'anno scolastico 2024-2025 l'85% delle scuole pubbliche dalla scuola dell'infanzia alla fine della secondaria offriva programmi doposcuola e il 60% proponeva attività con finalità accademiche. Non tutti gli studenti riescono però ad accedervi: finanziamenti insufficienti e carenza di personale restano ostacoli importanti.
Anche in Ticino esistono già iniziative da valorizzare, come lo sport scolastico facoltativo e le agevolazioni per l'utilizzo di palestre e piscine nell'ambito di determinate attività giovanili, comprese quelle legate a “Gioventù+Sport”, ma non bastano per permettere a tutti di potervi accedere occupando il tempo in modo utile e costruttivo, spesso senza poterselo finanziariamente permettere.
Il problema è che queste opportunità non sono sempre gratuite né accessibili a tutti. Occorre quindi ampliare e coordinare l'offerta, affinché ogni ragazzo possa beneficiarne, indipendentemente dal Comune di residenza e dalle possibilità economiche della famiglia. Non può spettare sempre e soltanto ai genitori il compito di cercare, organizzare e finanziare ogni attività: lo Stato, i Comuni e l'intera società devono assumersi la propria parte di responsabilità, affinché le opportunità di crescita non diventino un privilegio per pochi, ma una possibilità concreta per tutti.
Il prezzo dell'inattività e dell’indifferenza lo paga tutta la società
C'è poi un aspetto che rischiamo di sottovalutare. Che cosa succede ai ragazzi che,
terminata la scuola, non hanno un'attività da seguire, un luogo dove incontrarsi o un adulto disposto ad ascoltarli?
Naturalmente, non tutti i giovani privi di queste opportunità svilupperanno delle difficoltà. Tuttavia, offrire occasioni di socializzazione, sport, apprendimento e partecipazione può contribuire a contrastare isolamento, sedentarietà, demotivazione e disaffezione scolastica, permettendo anche di individuare tempestivamente eventuali situazioni di disagio. Prevenire, attraverso interventi mirati e scelte oculate, significa promuovere il benessere dei giovani e ridurre il rischio di dover affrontare domani costi sociali ben più elevati.
Pensiamo a un adolescente che fatica in matematica ma non può permettersi lezioni private. Oppure a una ragazza che vorrebbe praticare sport, ma la quota d'iscrizione, l'attrezzatura e i trasporti pesano troppo sul bilancio familiare. O ancora a un giovane che scopre una passione per la programmazione, la musica o il teatro, ma non ha accesso agli strumenti necessari.
Quanti talenti rischiamo di perdere senza nemmeno scoprirli?
E quanto costa, nel lungo periodo, intervenire soltanto quando le difficoltà sono diventate più serie? Il sostegno scolastico, la prevenzione del disagio e l'inclusione non possono risolvere tutto, ma meritano di essere considerati anche come investimenti sociali, non soltanto come voci di spesa.
E gli insegnanti? Ripensiamo anche l'organizzazione del lavoro
Naturalmente, un'offerta extrascolastica più ampia richiede persone competenti, strutture aperte, sicurezza, coordinamento e finanziamenti. Ma proprio qui dovrebbe cominciare una discussione seria sull'organizzazione della scuola.
Gli istituti dispongono già di aule, palestre, laboratori e competenze professionali che potrebbero essere valorizzati meglio. I docenti, insieme a educatori, allenatori, animatori, associazioni e professionisti esterni, potrebbero contribuire a costruire un'offerta più ricca e accessibile.
È legittimo chiedersi se le risorse umane e materiali esistenti siano utilizzate nel modo più efficace. È altrettanto legittimo discutere di carichi di lavoro, retribuzioni, orari e responsabilità, senza dimenticare che le condizioni professionali degli insegnanti variano e che preparazione delle lezioni, correzioni, aggiornamento e colloqui fanno parte del lavoro, anche quando non si svolgono in aula.
Le vacanze scolastiche, inoltre, non equivalgono sempre automaticamente a ferie personali dei docenti: il calendario e gli obblighi professionali non coincidono necessariamente sempre.
La domanda corretta, quindi, non è se gli insegnanti debbano lavorare come tutti gli altri, ma come organizzare meglio il sistema affinché le competenze già retribuite e quelle disponibili sul territorio contribuiscano maggiormente alla crescita dei ragazzi.
Si potrebbero prevedere incarichi aggiuntivi riconosciuti e remunerati in modo trasparente,
turnazioni, volontariato, collaborazioni con società sportive e culturali, progetti pilota e accordi con i Comuni.
L'obiettivo non sarebbe imporre indiscriminatamente più lavoro, ma ottenere un beneficio educativo concreto attraverso una migliore organizzazione.
In Ticino possiamo fare di più, partendo da ciò che abbiamo
Il Cantone dispone già di una base legislativa per promuovere le attività dell'infanzia e della gioventù. La legge ticinese del 12 giugno 2025 contempla il sostegno alle iniziative giovanili, ai centri di attività e ai progetti che favoriscono lo sviluppo, la partecipazione e l'autonomia dei giovani.
Occorrerebbe trasformare questi strumenti in un progetto più ambizioso e misurabile, coinvolgendo Cantone, Comuni, scuole, associazioni e famiglie.
Ecco alcune misure concrete:
Doposcuola gratuito: almeno alcune ore settimanali di studio assistito e recupero nelle sedi scolastiche, senza costringere le famiglie a ricorrere alle lezioni private.
Sport e cultura accessibili: corsi introduttivi gratuiti di musica, teatro, informatica, arti e attività sportive, con sostegni per attrezzature e trasporti.
Scuole aperte anche dopo le lezioni: utilizzo più razionale di palestre, biblioteche, laboratori e spazi comuni, con personale responsabile.
Un fondo per le pari opportunità: contributi semplici da ottenere, destinati alle famiglie che non possono sostenere i costi delle attività.
Un progetto pilota cantonale: sperimentare il modello in alcuni Comuni, misurando partecipazione, costi, risultati scolastici e soddisfazione delle famiglie, prima di estenderlo.
Non tutto deve necessariamente essere gratuito per chiunque, in ogni circostanza. Ma nessun ragazzo dovrebbe essere escluso per ragioni economiche. Dove una gratuità universale non è sostenibile, si possono prevedere tariffe progressive e agevolazioni automatiche per chi ne ha bisogno.
Il futuro dei giovani non può essere una spesa facoltativa
Siamo spesso pronti a discutere di risparmi, bilanci e contenimento della spesa pubblica. Molto meno spesso ci domandiamo quanto costi non investire nelle nuove generazioni.
Una società che lascia alle sole famiglie il compito di finanziare sport, cultura, approfondimenti e occasioni di crescita finisce inevitabilmente per ampliare le differenze di partenza. E una società che offre meno opportunità a chi dispone di meno risorse rischia di sprecare proprio quei talenti di cui avrà bisogno domani.
La formazione non termina con l'ultima lezione, proprio come la crescita non si esaurisce sui banchi. E il tempo libero, quando è accompagnato da attività sane e stimolanti, può diventare uno spazio prezioso di apprendimento e maturazione.
Non si tratta di trasformare la scuola in un servizio permanente né di attribuirle ogni responsabilità educativa. Si tratta di costruire una comunità che condivida questo compito e che consideri i giovani una priorità concreta, non soltanto una dichiarazione d'intenti.
Perché il vero risparmio non consiste nel negare oggi un'opportunità, ma nel creare le condizioni affinché domani meno persone restino indietro.
Una società civile non dovrebbe chiedersi soltanto quanto costa offrire opportunità ai giovani, ma quanto rischia di costare loro non averle offerte.
E allora, la domanda finale davvero inevitabile è: vogliamo una società in cui il futuro dei giovani dipenda dal talento, dall'impegno e dalla curiosità, oppure dal portafoglio dei genitori?
E siamo disposti ad aspettare che frustrazione e senso di esclusione alimentino proteste sempre più esasperate, fino a degenerare in disordini e danneggiamenti, prima di intervenire?
Investire oggi nelle nuove generazioni non è soltanto una scelta educativa, ma una responsabilità sociale.



