Neutralità, sovranità e sicurezza: tre principi, una sola responsabilità

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Il 27 settembre il popolo svizzero ha respinto l'iniziativa che voleva introdurre una concezione più rigida della neutralità. Ma cosa significa realmente questo risultato? Abbiamo semplicemente difeso una tradizione oppure riconosciuto la necessità di conservare la nostra libertà d'azione?
Nel dibattito sono emerse alcune contraddizioni. Come possiamo voler limitare fortemente la cooperazione militare internazionale e contemporaneamente acquistare velivoli come gli F-35, che richiedono una stretta collaborazione tecnologica e logistica con altri Paesi? Non dovremmo distinguere tra neutralità e isolamento?
La sicurezza della Svizzera richiede certamente un esercito credibile. Ma basta rafforzare le capacità militari? Non dovremmo investire altrettanta attenzione nella diplomazia, nella prevenzione dei conflitti e nella cooperazione internazionale?
La neutralità dovrebbe permetterci di restare fuori dalle guerre, ma anche di parlare con chiarezza a tutte le parti coinvolte. Possiamo riconoscere le sofferenze subite da un popolo e contemporaneamente condannare le violazioni commesse da chi lo governa o pretende di rappresentarlo.
Pensiamo al Medio Oriente. Condannare gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 significa forse giustificare ogni successiva operazione militare israeliana? E denunciare le sofferenze dei palestinesi significa negare agli israeliani il diritto alla sicurezza? Non dovremmo invece applicare gli stessi principi a tutti, chiedendo il rispetto del diritto umanitario, l'accesso agli aiuti e la cessazione delle violenze contro i civili?
E quando le parole non bastano? La Svizzera deve poter decidere autonomamente quali misure adottare, senza seguire automaticamente le scelte dell'Unione europea o di altre potenze, nel rispetto dei propri obblighi internazionali.
Ma chi dovrebbero colpire le sanzioni? È giusto penalizzare intere popolazioni per decisioni prese da governi che molti cittadini non sostengono? Perché dovrebbero pagarne le conseguenze famiglie e bambini? Personalmente ritengo che si debbano privilegiare misure mirate: congelamento dei beni, restrizioni finanziarie e divieti di viaggio contro persone e organizzazioni responsabili di gravi violazioni, sulla base di elementi verificabili e garanzie giuridiche. Colpire i responsabili, non i popoli.
E perché aspettare che scoppi una guerra? Se minacce e violazioni degli accordi sono già evidenti, non sarebbe più costruttivo intervenire prima? Comprendere le cause di un conflitto non significa giustificare un'aggressione, ma cercare di prevenirla.
La Svizzera dispone di una tradizione diplomatica riconosciuta. Non dovrebbe valorizzarla maggiormente, anche attraverso le Nazioni Unite e l'OSCE, per favorire il dialogo e difendere il diritto internazionale?
Personalmente, ho respinto l'iniziativa non perché desideri indebolire la neutralità, ma perché non voglio che diventi sinonimo di isolamento. Vorrei una Svizzera capace di dialogare con tutti, senza rinunciare ai propri principi. E proprio per questo mi aspetto dal Consiglio federale maggiore coraggio e determinazione (ne è mancato un po’, vero?): parlare chiaro, prendere decisioni autonome e, quando necessario, adottare misure concrete contro chi viola il diritto internazionale e i diritti fondamentali dell'essere umano. Non contro interi popoli, ma contro chi porta la responsabilità di quelle violazioni, chiunque sia.
Perché la neutralità non dovrebbe essere un motivo per restare in silenzio, ma una ragione in più per far sentire la nostra voce.



