Abbiamo l’Intelligenza Artificiale, ma la Pubblica Amministrazione usa ancora quella naturale?

Elio Del Biaggio
C’è qualcosa di profondamente paradossale nel Ticino di oggi. Abbiamo un’università capace di fare ricerca e confrontarsi con tecnologie avanzate, aziende innovative, professionisti qualificati e giovani che vanno a formarsi nelle migliori istituzioni accademiche della Svizzera e del mondo.
Eppure, quando guardiamo alla macchina pubblica, troppo spesso troviamo ancora procedure lente, passaggi ridondanti, duplicazioni, moduli, autorizzazioni e sistemi che faticano persino a comunicare tra loro. Da una parte, l’Intelligenza Artificiale, dall’altra una burocrazia che sembra per lo più ancora ragionare con la logica della carta.
L’USI – l’Università della Svizzera italiana – rappresenta certamente una realtà importante per il nostro Cantone, così come la SUPSI – la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana – è un punto di riferimento per la formazione applicata e per il rapporto tra competenze, innovazione e mondo del lavoro.
Ma abbiamo anche giovani ticinesi che scelgono di formarsi in istituzioni di livello internazionale, come i prestigiosi Politecnici federali di Zurigo e Losanna, fra i migliori al mondo. Non è un problema che i nostri giovani guardino oltre Gottardo: il vero problema sarebbe non riuscire, una volta formati, a offrire loro un Ticino capace di valorizzare le competenze che hanno acquisito.
Perché università, ricerca e formazione sono importanti, ma lo sono altrettanto le condizioni che permettono a quelle competenze di trasformarsi in innovazione, nuove imprese, posti di lavoro qualificati e servizi pubblici migliori. È qui che si misura la capacità di un territorio di costruire il proprio futuro.
E qui emerge un altro paradosso: sappiamo formare talenti, ma troppo spesso non sappiamo riportarli a casa e trattenerli. Molti, terminati gli studi, trovano altrove condizioni professionali, salariali e ambienti di lavoro ben più attrattivi di quanto il Ticino riesce ad offrire. Così, perdiamo proprio quelle competenze che ci servirebbero per modernizzare il nostro territorio e la nostra società.
Ma c’è un problema ancora più profondo: l’innovazione non può prosperare dove mancano competenza, merito e capacità, e dove le persone non sono sempre messe al posto giusto.
Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può compensare un’organizzazione che non valorizza chi sa fare e non premia chi porta risultati.
L’IA può analizzare documenti, automatizzare attività ripetitive, velocizzare procedure e supportare le decisioni. Ma chi decide come utilizzarla? Chi ripensa i processi? Chi verifica se produce davvero risultati?
Se a farlo sono persone scelte più per appartenenza, conoscenze o convenienza che per competenza, rischiamo di ottenere strumenti modernissimi dentro un’organizzazione rimasta vecchia.
E allora il problema non è più soltanto tecnologico. È un problema di cultura organizzativa, di responsabilità e, inevitabilmente, anche di politica.
Perché l’Intelligenza Artificiale può fare molto, ma non può sostituire la competenza, il buon senso e la capacità di assumersi responsabilità di chi la utilizza. In altre parole: possiamo avere l’Intelligenza Artificiale più avanzata, ma se a guidarla manca competenza, responsabilità e buon senso, rischiamo semplicemente di digitalizzare i nostri vecchi problemi.
Il clientelismo nelle istituzioni non è soltanto una questione di equità: quando le persone non vengono scelte per competenza e merito, l’intera organizzazione ne paga il prezzo. La motivazione si spegne, l’ambiente di lavoro si deteriora, i più capaci finiscono per adattarsi o andarsene e, poco alla volta, si premia chi si adegua invece di chi sa fare.
Per questo parlare di IA nella Pubblica Amministrazione significa parlare anche di Intelligenza Organizzativa. Non basta semplicemente comprare software o sostituire un modulo cartaceo con uno digitale: bisogna chiedersi se il processo abbia ancora senso, se tutti quei passaggi siano necessari e se chi lo governa abbia davvero le competenze per farlo.
Qui potrebbe nascere un vero patto fra USI, SUPSI, Politecnici, Cantone e imprese ticinesi: trasformare ricerca e competenze in progetti concreti, creare opportunità per i nostri giovani e costruire un ecosistema capace di trattenere talenti e attrarne di nuovi. Non servono necessariamente grandi rivoluzioni: servono obiettivi chiari, responsabilità precise e risultati misurabili.
Perché digitalizzare una vecchia procedura senza ripensarla significa semplicemente trasferire la burocrazia dallo sportello allo schermo.
In un Cantone come il nostro, dove i salari sono fin troppo contenuti, i costi aumentano, il frontalierato incide sul mercato del lavoro, la pressione fiscale resta elevata e trovare personale qualificato è sempre più difficile, innovare non è più una scelta: è ormai una necessità. E per farlo davvero servono decisioni concrete, non soltanto annunci, ma soprattutto un cambiamento politico, organizzativo e culturale.
L’Intelligenza Artificiale, da sola, non risolverà certamente i gravi problemi che oggi affliggono il Ticino. Potrebbe però aiutarci ad affrontarne molti, se avremo prima l’intelligenza di premiare il merito, liberare le istituzioni dalla mediocrità e mettere le persone giuste al posto giusto.
La vera domanda, allora, non è se il Ticino sia pronto per l’IA, ma se sia davvero pronto a cambiare il modo di lavorare, organizzarsi e decidere, per sfruttarne davvero le opportunità.
Perché il futuro non è più alle porte: è già qui da tempo. Il rischio è che noi continuiamo ad accoglierlo come abbiamo sempre fatto: facendogli compilare un modulo, aspettare un’autorizzazione e mettersi in coda.



