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SOA il Molino

Lugano capitale della censura

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Lugano capitale della censura
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A 30 anni dall'occupazione dei Molini Bernasconi e di fronte all'incredulità che suscitano le chiusure di spazi non primariamente dediti al lucro nella Lugano che si era ambiziosamente candidata a città della cultura, il senso di vuoto spinge a una riflessione a cui poch* sembrano essere inclini.

S'intende l'incapacità, la miopia, l’ossessione per gli interessi economici e l'ipocrisia di una piccola cittadina molto più votata ad apparire attraente per i turisti e appetibile per imprenditori e contribuenti facoltosi che a favorire il benessere, l'inclusione e la libertà d'espressione di chi la vive.

Dopo un'occupazione, un incendio, due sgomberi e una deprecabile demolizione, l'assemblea nata al Centro sociale il Molino non ha smesso un giorno, nemmeno a quasi 5 anni e mezzo dall’ultimo tentativo di annientamento, di battersi perché in questa città ci sia più spazio per questi principi e meno per ingiustizie, discriminazioni e repressione.

Sconcerta la candida incredulità delle reazioni a divieti e chiusure, come se non si fosse ancora afferrato il concetto. Come se un gesto violento come uno sgombero con demolizione non fosse sufficiente a perlomeno sospettare che il governo di questa città sia a dir poco mediocre e se, come detto in quei momenti di rabbia in versi, «c’è forse una ragione per dire che sono fascisti?» (Fabio Pusterla, «Un sabato a Lugano»).

Eppure di fronte ai divieti posti a uno spazio pubblico come dovrebbe essere la foce, alla chiusura di spazi che hanno dato qualche boccata di ossigeno alla necessità di promuovere dal basso alternative alla cultura del consumo, come lo Spazio L’ove, il Lido San Domenico, o Casa Azul nel Locarnese, suona fievole e vuoto e privo di memoria il lamento che dovrebbe essere grido di sdegno, protesta e rivolta.

Non è forse davanti agli occhi di tutt* il vuoto provocato dall’assenza di uno spazio che ha caratterizzato per 25 anni possibilità altre di creazione e aggregazione, di riflessione ed espressione? Certo non la soluzione a tutti i mali, ma almeno un posto di decompressione fuori dalle logiche di controllo e di consumo passivo, perché senza questi spazi si assiste solo a un acutizzarsi del disagio (giovanile?) per cui poi gli/le stess* governanti paiono allarmarsi. E di sicuro non sono né potranno essere le saltuarie attività cultural-alternative-rassicuranti ben fatte e spesso costose a rappresentare la soluzione. Tutt’al più ci sarà chi con opportunismo attribuirà l’aumento di criminalità alle persone straniere, coltivando quella forma di razzismo piccolo borghese di cui questo cantone è terreno fertile. E l’unica cosa che affiora in questo triste panorama politico leghista-impaurito è l’ennesimo corpo privo di vita di una donna uccisa dal sistema di oppressione occidental-patriarcale.

È con 30 anni di vita sulle spalle e con l’esperienza diretta rispetto alle dinamiche della politica istituzionale di questo territorio che sentiamo l’esigenza di stimolare nuove possibilità per la creazione di spazi autogestiti, autonomi, liberati e (realmente) contro-culturali dove produrre conflitto, idee e pratiche di libertà.

E se le mobilitazioni che in questo periodo vediamo imporsi in Francia e in Spagna ma non solo, oltre alla nostra storia, insegnano, smettiamo di dare adito a concertazioni con chi non ha nessun interesse a concedere e promuovere certe iniziative, ma piuttosto a riassorbirle e a pacificarle rendendole innocue e banali. E smettiamo di offrirgli su un piatto d’argento l’occasione di sciacquarsi l’immagine dalle malefatte attraverso tavoli di incontro-farsa atti a far credere che si preoccupino di trovare spazi per chi li rivendica – o almeno per quell* brav* dispost* a stare alle regole – o a legittimare progetti smodati nella loro fattibilità, come quello dell’ex macello, per sostituire senza pudore una storia di lotta e controcultura con edulcorati progetti di cogestione.

A noi la storia ha insegnato che solo la pressione, la mobilitazione, i rapporti di forza e l’occupazione, insomma, solo la lotta paga, e il dissenso, fatto anche di conflitto, non è solo l’unica possibilità che abbiamo, ma una responsabilità da parte di chi assiste o subisce ingiustizie, oppressione, repressione e autoritarismi.

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