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Lorenzo Onderka

Il lavoro deve valere la pena. Ma deve anche esserci

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro.
Il lavoro deve valere la pena. Ma deve anche esserci
Lorenzo Onderka
Il lavoro deve valere la pena. Ma deve anche esserci
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro.

La mozione di Avanti con Ticino&Lavoro accolta dal Gran Consiglio pone una domanda tanto semplice quanto importante: lavorando di più, starò davvero meglio finanziariamente?

È una domanda che merita di essere posta. Aumentare il proprio grado d'occupazione dovrebbe significare migliorare la propria situazione economica. Ma se il maggiore reddito viene in parte assorbito dall'aumento delle imposte, dalla diminuzione dei sussidi o dall'aumento di altri costi, il risultato può essere molto diverso da quello atteso.

È quindi giusto verificare, come chiede Avanti con Ticino&Lavoro, se il nostro sistema contenga disincentivi per chi vuole lavorare di più.

Credo però che questa riflessione debba essere allargata a un'altra realtà del nostro mercato del lavoro: il lavoro interinale. I numeri meritano attenzione. Tra il 1998 e il 2022 le ore di lavoro interinale in Ticino sono aumentate del 638%, contro il 248% a livello svizzero. Negli anni successivi il fenomeno si è ridimensionato rispetto a quel picco, ma rimane molto più importante rispetto ai livelli di partenza.

Non considero il lavoro interinale un male in sé. Le aziende hanno bisogno di flessibilità per affrontare picchi di produzione, sostituzioni o progetti di durata limitata. È una necessità economica che non possiamo ignorare. Ma anche la flessibilità dovrebbe avere un limite.

Non parliamo soltanto di giovani alla ricerca delle prime esperienze professionali. Parliamo anche di uomini e donne con una famiglia, un affitto da pagare, i premi della cassa malati e le normali spese che arrivano puntualmente ogni mese. Immaginiamo una persona alla quale vengono prospettate due o tre settimane di lavoro. Accetta e magari, proprio perché si è impegnata, rinuncia a un'altra opportunità. Fa i propri conti pensando di poter contare su quel salario. Poi, dopo pochi giorni, arriva una telefonata: «Il lavoro è diminuito, da domani non abbiamo più bisogno di te».

Per un'impresa può essere la conseguenza di un progetto cambiato, di un ordine posticipato o di una diversa organizzazione del lavoro. Per chi quella sera torna a casa, invece, la domanda è molto più concreta: come copro adesso quello che manca a fine mese? È qui che la parola flessibilità assume un significato diverso a seconda del lato dal quale la guardiamo. Le imprese hanno bisogno di flessibilità. Ma anche chi lavora ha bisogno di un minimo di sicurezza per poter programmare la propria vita e sostenere la propria famiglia.

E c'è un altro aspetto sul quale vale la pena riflettere. Quando il reddito da lavoro diventa troppo incerto, aumenta il rischio che una persona o una famiglia debba ricorrere agli aiuti pubblici. A quel punto una parte del costo della flessibilità non rimane più soltanto sulle spalle del lavoratore: rischia di essere trasferita anche alla collettività. In un Cantone con finanze pubbliche già sotto forte pressione, non è un aspetto secondario.

La mozione di Avanti con Ticino&Lavoro ha quindi il merito di riportare al centro un principio semplice: chi vuole lavorare di più non dovrebbe essere penalizzato per averlo fatto.

Facciamo allora un passo ulteriore. Pensiamo anche a chi vorrebbe semplicemente lavorare al 100%, ma passa da una missione all'altra senza sapere se potrà davvero contare sul lavoro che gli è stato prospettato. Le imprese hanno diritto alla flessibilità necessaria per competere. Ma chi lavora dovrebbe poter contare almeno su una ragionevole sicurezza quando accetta un impegno.

Flessibilità sì. Ma siamo sicuri che sia ancora equa quando il rischio finisce quasi sempre dalla stessa parte?

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