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LUGANO

«Lei piange e gli chiede di fermarsi, ma lui non le dà retta»

Il procuratore pubblico Zaccaria Akbas ha chiesto 4 anni e 10 mesi di carcere per un 28enne domiciliato nel Locarnese, accusato di ripetuti episodi di violenza carnale.
«Lei piange e gli chiede di fermarsi, ma lui non le dà retta»
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«Lei piange e gli chiede di fermarsi, ma lui non le dà retta»
Il procuratore pubblico Zaccaria Akbas ha chiesto 4 anni e 10 mesi di carcere per un 28enne domiciliato nel Locarnese, accusato di ripetuti episodi di violenza carnale.

LUGANO - «Soddisfava le proprie voglie anche quando la ragazza era in palese stato di ebbrezza. Solo per dare sfogo ai suoi stimoli più bassi». Nella sua requisitoria, il procuratore pubblico Zaccaria Akbas ha chiesto una pena di 4 anni e 10 mesi di carcere, oltre a un trattamento ambulatoriale obbligatorio da seguire durante la detenzione, per il 28enne domiciliato nel Locarnese, accusato di violenze carnali ai danni della compagna.

Dopo l'interrogatorio condotto dal giudice Amos Pagnamenta, durante il quale l'imputato ha ammesso alcuni episodi di violenza ma ha sempre negato gli stupri, nel pomeriggio è stata la volta del procuratore pubblico. Il processo si svolge davanti alla Corte delle Assise criminali di Bellinzona, riunita a Lugano.

Un meccanismo complesso
«È difficile capire cosa passi nella mente di una vittima quando malgrado le violenze e i soprusi non riesce a lasciare il suo partner», ha esordito Akbas. «Le vittime spesso non riescono a uscire da sole».

Il procuratore ha aperto la sua requisitoria cercando di spiegare le ragioni alla base di questo circolo vizioso. Perché la ragazza lo perdonava? Perché gi dava un'altra possibilità e non lo ha denunciato prima? «Le motivazioni sono complesse. L'abuso cancella la possibilità della vittima a reagire. L'imputato è riuscito a convincere la vittima che era colpa sua. Lui la ama ma era lei che rendeva impossibile non fargli perdere la pazienza».

Il vortice emotivo della vittima
Un meccanismo che, secondo il procuratore, ha progressivamente minato la capacità della donna di riconoscere la violenza subita. «Lei si trovava in un vortice emotivo perché l'imputato alternava momenti sentimentali alle violenze. Interpretava ogni minimo barlume di gentilezza come un segno di amore e protezione».

E per spiegare perché la donna continuasse a perdonarlo, il procuratore ha citato le parole della stessa vittima: «Sono rimasta con lui perché pensavo che cambiasse. Io lo amavo. Io desideravo la parte di lui con cui facevamo l'amore e non quella in cui mi violentava. Dopo le violenze quasi sempre si scusava, e si pentiva».

La sera del 15 novembre cambia qualcosa
Qualcosa, però, sarebbe cambiato la sera del 15 novembre del 2025. «Quella sera mi ha stuprato. La mattina dopo lui non mi ha detto ciò che ha fatto. Non mi ha detto come in passato "non mi ero accorto che tu non volevi"».

Akbas ha quindi ripercorso gli episodi contestati all'imputato, soffermandosi soprattutto sull'ultimo, quello che ha portato all'arresto.

Tra gli elementi richiamati dall'accusa figura un video girato il 15 novembre all'interno dell'auto, emerso durante l'inchiesta. Secondo il procuratore, il filmato dimostra che la giovane era in evidente stato di ebbrezza. «Questo si vede e non è contestabile in nessun modo. Lei non ricorda il tragitto in auto se non che faceva fatica a respirare e continuava a piangere. Al posto di portare la donna a casa in condizioni pietose l'ha portata in disparte e ha consumato un rapporto sessuale con lei».

«Lo scopo era farle capire chi comanda»
Il procuratore ha poi definito «punitivo» il modo in cui l'imputato avrebbe avuto rapporti sessuali con la donna. «Lei piange e gli chiede di fermarsi, ma lui non le dà retta». Lo scopo era farle capire chi comanda».

Alla base di questi comportamenti, secondo Akbas, ci sarebbe stata la paranoia: l'imputato vedeva tradimenti ovunque e se ne serviva per giustificare le violenze.

La credibilità della vittima
Akbas si è poi soffermato su un elemento che, a suo giudizio, rafforza la credibilità della vittima. Se avesse voluto mentire, «non avrebbe ammesso che il rapporto era iniziato consenziente e che solo dopo avrebbe cercato di fermarlo. Questo dimostra che la vittima è credibile».

Una perizia medica ha inoltre rilevato che la donna soffre di un disturbo post-traumatico, accompagnato da forti turbamenti emotivi e sensazioni di soffocamento. «Non ci sono elementi che portano a pensare a una denuncia menzognera. Da nessuna parte emerge che la vittima è una ragazza vendicativa».

«È incline a reazioni impulsive»
Un quadro diverso emerge dalla perizia sull'imputato, richiamata dal procuratore. «Non soffre di una patologia mentale grave. Il suo rapporto con l'autorità è problematico e fa fatica a seguire le regole. Tende a minimizzare le proprie responsabilità e cerca cause esterne. È incline a reazioni impulsive. Non è che perde il controllo in senso psichiatrico. Lui è fatto così».

Secondo il perito, il rischio di recidiva nei confronti della vittima è reale e concreto. «Le prese al collo mostrano quanto poca considerazione avesse della vittima. Soddisfava le proprie voglie anche quando la ragazza era in palese stato di ebbrezza. Solo per dare sfogo ai suoi stimoli più bassi. Non ha pensato minimamente al dolore fisico e morale della vittima».

Accecato dalla gelosia
Per l'accusa privata, l'avvocata Sofia Padlina ha ricordato che l'intera relazione è stata segnata da episodi di violenza contro la donna. «Il 28enne si dipinge come la vittima ma viene smentito dagli atti, dalle registrazioni, dai video e dai testimoni».

Secondo l'avvocata, l'imputato era accecato dalla gelosia, al punto da picchiare la compagna per costringerla ad ammettere tradimenti mai avvenuti. «Se avesse provato a dirgli che non era vero, la reazione era fatta di insulti e botte. L'annientamento è stato totale, non riusciva più a distinguere il bene dal male. Era succube della sua volontà, doveva sempre essere reperibile e doveva sempre rispondergli al telefono».

La parola passa alla difesa, affidata all'avvocato Matteo Quadranti.

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