Caso Fischer, il giornalista SRF ammette: «Andare a 10vor10 è stato un errore»

Per la prima volta dopo il licenziamento di Patrick Fischer, Pascal Schmitz parla in un dibattito delle conseguenze personali del caso.
Per la prima volta dopo il licenziamento di Patrick Fischer, Pascal Schmitz parla in un dibattito delle conseguenze personali del caso.
WINTERTHUR - «A posteriori è stato un errore. Dopo quella partecipazione ero al centro dell'attenzione. Oggi non lo rifaremmo così». A sei mesi dallo scandalo che ha portato al licenziamento di Patrick Fischer dalla guida della Nazionale svizzera di hockey su ghiaccio, il giornalista della SRF Pascal Schmitz torna sulla vicenda. Lo ha fatto durante una tavola rotonda organizzata dalla ZHAW a Winterthur, raccontando per la prima volta le ripercussioni personali e professionali di una rivelazione che aveva scatenato forti polemiche alla vigilia dei Mondiali casalinghi.
Tutto era cominciato con una confessione di Fischer durante un pranzo con il giornalista, nel corso di una giornata di riprese. L'allora allenatore della Nazionale aveva ammesso di aver falsificato un certificato Covid. La pubblicazione della notizia aveva scosso il mondo dell'hockey svizzero, fino al licenziamento del tecnico. Anche Schmitz era finito nel mirino delle critiche. «Ho vissuto molta rabbia e invidia. La pressione era massima», ha raccontato. Per alcune settimane il giornalista, noto anche come presentatore di «Schweiz aktuell», non era più apparso in televisione. Ad aiutarlo a superare quel periodo, ha spiegato, sono stati la famiglia, gli amici e i suoi superiori alla SRF. «Oggi sto molto meglio e riesco nuovamente a concentrarmi su altre cose».
Il suo principale rimpianto riguarda la partecipazione alla trasmissione «10vor10», durante la quale aveva raccontato pubblicamente la vicenda al fianco del presentatore Arthur Honegger. Una scelta che, secondo Schmitz, lo aveva esposto ancora di più alle critiche. «Molti media avevano già riportato la notizia prima di noi. Eravamo sotto pressione e volevamo creare trasparenza», ha spiegato, respingendo l'accusa di aver cercato visibilità per vanità. «Abbiamo preso quella decisione insieme alla direzione della redazione, sotto la massima pressione. Abbiamo sottovalutato la portata delle reazioni». Schmitz riconosce dunque di aver sbagliato nella gestione della comunicazione, ma ribadisce che, dal punto di vista giornalistico, rifarebbe la stessa scelta.
Il dibattito ha toccato anche il tema della riservatezza nelle conversazioni tra giornalisti e protagonisti delle notizie. Dopo la confessione di Fischer, il responsabile della comunicazione della Federazione svizzera di hockey su ghiaccio, Finn Sulzer, aveva precisato che quelle informazioni non erano destinate al pubblico. Secondo Schmitz, però, la riservatezza non può essere imposta a posteriori. «Bisogna parlare di riservatezza prima, non dopo», ha sottolineato. Il giornalista ha ricordato che il pranzo si era svolto durante una giornata di lavoro: «Anche nelle pause si rimane giornalisti». Diverso, ha osservato, sarebbe stato ricevere una confidenza in un contesto strettamente privato.
Una posizione sostanzialmente condivisa da Vinzenz Wyss, professore di giornalismo ed esperto di diritto dei media, anche lui presente all'incontro. «Dal punto di vista dell'etica professionale, qui è stato fatto sostanzialmente tutto correttamente. C'era un chiaro interesse pubblico», ha affermato. Wyss ha ricordato che Fischer ricopriva un ruolo pubblico di rilievo e riceveva un compenso da Swiss Olympic finanziato con fondi pubblici. Secondo l'esperto, il contrasto tra l'integrità richiesta a una figura pubblica e un comportamento penalmente rilevante giustificava la pubblicazione della notizia, tanto più in presenza di un decreto penale definitivo. Ha comunque riconosciuto che il carattere informale della conversazione era un elemento da tenere in considerazione.
L'incontro, intitolato «Il caso di crisi Fischer - le lezioni per il giornalismo e il lavoro dei media», è stato organizzato dall'associazione alumni Columni della ZHAW e moderato da Markus Niederhäuser, responsabile della formazione continua. La scuola universitaria ha scelto di non invitare Patrick Fischer né Finn Sulzer, preferendo concentrarsi sul punto di vista del giornalista e sulle questioni deontologiche sollevate dal caso. Non si è parlato nemmeno dei vecchi post razzisti pubblicati sui social media da Schmitz. Il reporter afferma oggi di essere uscito rafforzato dall'esperienza, che lascia una lezione importante: una notizia può essere giornalisticamente giustificata, ma le conseguenze della sua gestione mediatica possono andare ben oltre le aspettative.








