Prima il burnout, poi la fine di una relazione: «Mi sono licenziato e sono partito»

Christian Cozzaglio ha fatto un viaggio in solitaria in piena pandemia, girando Asia e Australia per sei mesi. Oggi con il suo podcast racconta le storie di chi, attraverso il viaggio, ha dato una scossa alla propria vita: «Non è una scelta che parte da un capriccio».
Christian Cozzaglio ha fatto un viaggio in solitaria in piena pandemia, girando Asia e Australia per sei mesi. Oggi con il suo podcast racconta le storie di chi, attraverso il viaggio, ha dato una scossa alla propria vita: «Non è una scelta che parte da un capriccio».
BELLINZONA - «Lavoravo tanto, probabilmente troppo. Alla fine mi sono ritrovato in burnout con una relazione di otto anni al capolinea. Così sono partito». A raccontarcelo è il 38enne ticinese Christian Cozzaglio, che nel 2020, in piena pandemia, ha fatto un viaggio in solitaria di sei mesi tra Asia e Australia.
Oggi ha un podcast, Viaggio al sacco, attraverso il quale dà voce a chi, come lui, viaggiando ha cambiato la propria vita.
Lavorare fino allo sfinimento
«Tutto è iniziato tra il 2018 e il 2019», racconta, «Facevo il tecnico di servizio per una multinazionale e c’è stato un periodo in cui il carico di lavoro si era fatto molto pesante. Sentivo come se tutto dipendesse da me, lavoravo dal mattino presto alla sera tardi, e tante volte dopo essere rientrato a casa lavoravo ancora un po’ con il mio computer. Avevo attacchi d’ansia, paure, e in generale fisicamente non stavo bene. Ho continuato a spremere sempre di più corpo e mente, un po’ per orgoglio e un po’ per senso di responsabilità, finché sono arrivato a un punto di rottura».
Un trauma sentimentale
Al crollo fisico si aggiunge poi quello psicologico. «Il colpo di grazia è arrivato dalla chiusura della relazione con la mia allora compagna, che durava da otto anni. Da parte mia questa rottura non era voluta e, con il supporto di uno psicoterapeuta, ho poi capito che ha fatto riemergere un trauma che ho vissuto da bambino e non avevo mai realmente elaborato: quello della perdita di mia madre».
«Sono partito per guarire»
A quel punto Christian sceglie di invertire drasticamente la rotta. Decide di licenziarsi e partire in solitaria per l’Asia, zaino in spalla, con un biglietto di sola andata. «È un desiderio che ho sempre avuto ma che non avevo mai realizzato. Sapevo che per rialzarmi in piedi avrei dovuto rimettere al centro me stesso e sentivo che il viaggio mi avrebbe aiutato ad accelerare questo processo di guarigione».
Amici e familiari, dal canto loro, lo sostengono…pur con qualche esitazione iniziale. «Le prime domande e considerazioni arrivate da parte di alcuni amici sono state le classiche: “Ma come fai con la pensione?”. E “Attenzione, perché poi il lavoro non lo trovi più”. Alla fine però hanno capito le mie necessità e mi hanno supportato alla grande».
Christian sottolinea comunque di non essere scappato dalla sua vita: «Avevo bisogno di togliere di mezzo il rumore della routine e degli impegni di tutti i giorni per riuscire finalmente ad ascoltarmi».
Dalla Thailandia al Vietnam, dal Giappone all'Australia
Così, il 20 febbraio 2020, mentre in Svizzera si fa strada lo spettro del Covid, il giovane Christian prende un volo per la Thailandia.
«Ho viaggiato da nord a sud, poi mi sono spostato in Vietnam e ho fatto lo stesso. Quindi ho girato il Giappone e infine l’Australia».
E dentro, passo dopo passo, qualcosa si trasforma. «C'è stato un momento in cui la mia solitudine ha smesso di essere qualcosa da giustificare e ho iniziato semplicemente ad abitarla. Nelle prime fasi del viaggio sentivo quasi il dovere di tenermi occupato e avere sempre in mente qualcosa da fare. A un certo punto, invece, ho rallentato e iniziato davvero ad ascoltare il mio corpo e a trovare spazio per le domande che mi portavo dietro da tempo e non avevo affrontato. È lì che ho capito che non stavo solo viaggiando, ma stavo proprio cambiando il modo di stare con me stesso».
Un rientro pandemico
L’idea, archiviata l’Australia, sarebbe poi stata quella di proseguire verso la Nuova Zelanda, ma la pandemia ci ha messo lo zampino, tra chiusure di confini e svariate restrizioni a livello di socializzazione e svago.
«Sono quindi rientrato ad agosto, dopo sei mesi, perché non volevo trovarmi bloccato in un luogo per un tempo indefinito. Ma, anche se il mio viaggio è durato meno del previsto, è stato meraviglioso», spiega il 38enne.
«Il burnout? Non era finita»
Certo, non tutti i suoi crucci si sono magicamente risolti. «Non ero guarito dal burnout», ammette. «È stato un lungo percorso e solo da dicembre dell'anno scorso ho ritrovato una qualità di vita nettamente migliore».
«Non sono tornato illuminato, ma sono tornato diverso», aggiunge. «Ho smesso di tornare alle abitudini che mi avevano portato al limite e ho iniziato a costruirmi una vita più vicina a quello in cui credo davvero. Nel lavoro, ma anche nelle relazioni».
«Corpo e mente mandano i loro segnali»
Da questi nuovi valori e desideri è poi nato il podcast. «Nel 2022 ho sperimentato con una prima versione del format, poi nel 2024 ho lanciato Viaggio al sacco».
«L’idea è raccogliere storie di persone che hanno attraversato lo stesso tipo di cambiamento e che hanno superato un momento di buio attraverso il viaggio in solitaria. Voglio che chi si trova oggi nella situazione in cui mi trovavo io allora sappia che non è solo. Se qualcuno ascolta un episodio e si sente un po' meno perso, per me quell'episodio ha già fatto il suo lavoro».
E la domanda, con il fenomeno del backpacking in forte crescita, sorge spontanea: che tipo di persone si lanciano in questo genere di avventura? E da dove nasce la decisione di partire?
«Quasi mai questa scelta viene fatta per capriccio. Normalmente la scintilla si accende da un segnale che parte dal fisico o dalla testa. Può esserci un corpo che cede, una lacrima che compare senza motivo tornando dal lavoro o, come nel mio caso, un rifiuto che diventa la goccia che fa traboccare il vaso».
«Va detto poi che oggi viviamo vite iperconnesse, con pochissimo spazio vuoto. Scegliere il viaggio in solitaria, in questo senso, è uno dei modi più radicali per costruirsi dello spazio per sé», conclude.








