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GIANFRANCO SCARDAMAGLIA

E se illuminassimo di Azzurro le ARP, le Preture e il Ministero pubblico?

Gianfranco Scardamaglia, coordinatore Movimento Papageno
E se illuminassimo di Azzurro le ARP, le Preture e il Ministero pubblico?
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E se illuminassimo di Azzurro le ARP, le Preture e il Ministero pubblico?
Gianfranco Scardamaglia, coordinatore Movimento Papageno

L'iniziativa del FAFTPlus (Federazione Associazioni Femminili Ticinese) vuole sensibilizzare la popolazione sulla violenza di genere attraverso l'illuminazione in risso di luoghi simbolici del territorio. La questione pone una domanda importante: perché non estendere questa riflessione anche a una sofferenza che troppo spesso rimane ai margini del dibattito pubblico? La violenza ha infatti anche un volto maschile: quello dei padri separati che chiedono di essere ascoltati e di poter continuare a essere padri.

I dati ufficiali dell’UFS dimostrano che la violenza domestica non riguarda esclusivamente le donne. Nel 2024, in Svizzera, la polizia ha registrato 21’127 reati di violenza domestica. Le donne rappresentavano il 69,8% delle vittime, mentre gli uomini costituivano il restante 30,2%. In Ticino, nello stesso anno, sono state registrate 600 infrazioni riconducibili alla violenza domestica.

Sono numeri che impongono di riconoscere la complessità del fenomeno, pur ricordando che non indicano quante vittime siano padri separati né misurano tutte le forme di violenza psicologica o giudiziaria. 

E se illuminassimo di Azzurro le Preture, le Autorità regionali di protezione (ARP) e il Ministero pubblico, a sostegno dei padri separati che denunciano – ma inascoltati e ignorati - di subire e/o di aver subito violenza psicologica, fisica, economica e giudiziaria? Parliamo di uomini che, dopo una separazione, raccontano di essersi ritrovati coinvolti in procedimenti estenuanti, di aver perso o visto drasticamente ridurre i contatti con i propri figli, di aver affrontato conflitti economici devastanti e di essersi sentiti impotenti di fronte a decisioni che hanno segnato profondamente la loro vita. Parliamo anche di padri che denunciano di essere stati ingiustamente accusati di reati, talvolta gravissimi, e che chiedono che le accuse siano verificate con la stessa serietà con cui devono essere tutelate le persone che dichiarano di aver subito violenza.

Una denuncia non equivale a una condanna, così come un’archiviazione o un’assoluzione non dimostrano automaticamente che la denuncia fosse falsa. Ma quando una denuncia è consapevolmente inventata, anche questo fatto deve poter essere accertato e, se ne ricorrono i presupposti, perseguito.

Si tratta di affermare un principio elementare: la dignità, la sofferenza e i diritti fondamentali non dipendono dal sesso della persona coinvolta. Quando si parla di padri separati, la dimensione psicologica, economica e procedurale della loro sofferenza rischia di rimanere invisibile. 

Che cosa accade quando un padre ritiene di non essere ascoltato da un’autorità? Quando il rapporto con i figli si deteriora durante anni di conflitto? Quando le spese legali e gli obblighi finanziari diventano insostenibili? E chi verifica le eventuali responsabilità quando un procedimento si rivela fondato su presupposti errati? Le istituzioni giudiziarie non devono essere considerate responsabili in blocco, né ogni decisione sfavorevole costituisce un’ingiustizia.

Ma proprio perché esercitano un potere enorme sulla vita delle famiglie, devono garantire imparzialità, ascolto, proporzionalità e un’effettiva possibilità di far valere i propri diritti.Illuminare di azzurro preture, ARP e Ministero pubblico sarebbe dunque un gesto simbolico, non un’accusa generalizzata alla magistratura.

Sarebbe un invito a guardare anche dall’altra parte, a raccogliere testimonianze, a studiare i casi e a promuovere procedure più equilibrate, senza pregiudizi nei confronti di madri o padri.Non si tratta di negare la violenza contro le donne, né di mettere in discussione la necessità di proteggere le vittime, ma i padri e i maschi non devono essere considerati, a priori e a prescindere, presunti colpevoli e le donne presunte vittime.

E soprattutto, un invito a non dimenticare i bambini: perché un figlio non dovrebbe diventare un’arma nel conflitto (spesso creato ad arte dal genitore affidatario – quasi sempre la madre) tra adulti e, quando entrambi i genitori sono idonei e non sussistono rischi - effettivi e non presunti - per la sua sicurezza, dovrebbe poter mantenere relazioni significative con entrambi.Se illuminiamo di rosso edifici per ricordare le vittime della violenza sulle donne, dobbiamo illuminare di Azzurro altri edifici per ricordare i padri separati vittime di molteplici e disparate violenze, che chiedono ascolto, giustizia e soprattutto il diritto di non essere cancellati dalla vita dei propri figli! La vera parità non consiste nel sostituire una vittima con un’altra. Consiste nel non lasciare nessuna vittima nell’ombra.

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