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Elio Del Biaggio

Il pieno lo paga sempre il cittadino

Benzina, diesel e olio da riscaldamento erodono il potere d’acquisto
Il pieno lo paga sempre il cittadino
Elio Del Biaggio
Fonte Elio Del Biaggio
Il pieno lo paga sempre il cittadino
Benzina, diesel e olio da riscaldamento erodono il potere d’acquisto

Ci dicono che l’inflazione è sotto controllo, che il rincaro è contenuto, che l’economia svizzera continua a crescere. Eppure, basta fare il pieno, pagare una bolletta del riscaldamento, fare la spesa, rinnovare un contratto d’affitto, prendere un bus o un treno per accorgersi che la realtà del portafoglio è spesso ben diversa da quella raccontata dalle statistiche.

Perché una cosa sono le medie ufficiali, un’altra sono le spese che ogni famiglia deve affrontare ogni giorno. E quando il conto alla fine del mese aumenta, mentre il reddito non cresce allo stesso ritmo - per non dire che non cresce del tutto - l’inflazione non è più una sterile percentuale, ma è potere d’acquisto che se ne va.

Non è soltanto una questione di benzina, diesel o olio combustibile, ma è l’effetto a cascata dell’energia sul costo di quasi tutto ciò che consumiamo: trasporti, produzione, logistica, riscaldamento, servizi e beni di prima necessità.

Nell’agosto 2026 l’indice svizzero dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,4% in un solo mese e dello 0,8% rispetto all’anno precedente. E proprio nello stesso mese sono aumentati i prezzi di benzina, diesel e olio da riscaldamento.

Ma c’è un altro elemento che merita di essere ricordato: quanto pesa davvero il fisco sul carburante che mettiamo nel serbatoio?

Secondo l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini, l’imposta sugli oli minerali ammonta a 76,82 centesimi al litro sulla benzina e 79,57 sul diesel, ai quali si aggiunge l’IVA.

Non significa, naturalmente, che la Confederazione incassi esattamente un franco per ogni litro, anche se non siamo tanto lontani. Il dato resta così impressionante: una parte molto consistente di ciò che paghiamo alla pompa non va al petrolio, al trasporto o al distributore, ma va allo Stato sotto forma di imposte.

E non si tratta certo di briciole: nel 2025, la sola imposta sugli oli minerali ha garantito alle casse pubbliche ben 4,367 miliardi di franchi.

Di fronte a cifre di questa portata, la domanda è inevitabile: quando il caro energia erode il potere d’acquisto, perché lo Stato dovrebbe continuare a incassare integralmente anche su prezzi che continuano a salire?

Se il costo della vita sta mettendo sotto pressione famiglie e imprese, non dovrebbe essere proprio questo il momento in cui il fisco fa, almeno temporaneamente, un passo indietro?

Il petrolio aumenta? Paga il consumatore. Aumentano trasporti, riscaldamento, produzione e distribuzione? Paga ancora il consumatore.

E poi arrivano le imposte, che si sommano a un conto già più salato.

Non è tecnicamente una “doppia tassazione”, ma per chi deve far quadrare il bilancio familiare l’effetto è molto concreto: prima subisce il rincaro, poi paga anche la fiscalità che grava su quei consumi.

Il problema, dunque, non è soltanto il “rincaro”, ma è la somma dei rincari e dei prelievi che si accumulano lungo la catena.

La situazione energetica, inoltre, non è affatto teorica: a settembre 2026 la Confederazione ha dovuto attingere temporaneamente alle scorte obbligatorie di benzina e gasolio a causa dell’interruzione della raffineria di Cressier e delle difficoltà di navigazione sul Reno.

Un problema che ha inciso soprattutto sull’approvvigionamento della Svizzera settentrionale e tedesca, mentre il Ticino, per la sua posizione geografica, beneficia in larga misura di rifornimenti provenienti dalla vicina Italia.

L’approvvigionamento nazionale è stato successivamente ristabilito, ma la situazione dei prodotti petroliferi è rimasta definita “tesa”. Un’ulteriore dimostrazione di quanto il nostro sistema energetico sia esposto a interruzioni, problemi logistici e tensioni internazionali e di quanto questi fattori possano rapidamente ripercuotersi sui prezzi pagati dai consumatori.

Non è forse allora arrivato il momento di smettere di parlare soltanto di crisi, di inflazione “addomesticata” e cominciare a parlare seriamente di misure concrete?

Se l’obiettivo è difendere il potere d’acquisto, perché non valutare temporaneamente una riduzione degli oneri fiscali sui carburanti? Perché non intervenire sulla fiscalità energetica nei periodi di eccezionale aumento dei prezzi? Perché non prevedere meccanismi automatici e temporanei di compensazione per famiglie e imprese maggiormente esposte ai costi energetici?

E ancora: perché non accelerare, in parallelo, una vera revisione della spesa pubblica, eliminando duplicazioni, procedure inutili, sprechi e costi amministrativi, invece di trasferire sistematicamente ogni nuova difficoltà sulle spalle dei contribuenti?

Non è una questione che riguarda soltanto automobilisti o proprietari di casa. Riguarda tutti noi, perché quando aumentano i costi dell’energia e dei trasporti, alla fine il conto si riflette sull’intera economia e sulle tasche delle famiglie.

Perché il camion che trasporta la merce consuma carburante, il furgone dell’artigiano consuma carburante, il pendolare usa l’auto o i mezzi pubblici, il supermercato paga trasporti ed energia, l’azienda paga la logistica, il proprietario riscalda la casa.

E alla fine, direttamente o indirettamente, il conto arriva sempre al consumatore.

La Confederazione stessa riconosce che prezzi amministrati e regolamentazione possono avere effetti sul potere d’acquisto e che una maggiore concorrenza, laddove possibile, può esercitare pressione sui prezzi.

Naturalmente non tutto dipende dalla politica svizzera: il prezzo del petrolio è determinato anche dai mercati internazionali, dalle guerre, dalla geopolitica e dall'offerta mondiale. Ma proprio per questo lo Stato dovrebbe chiedersi dove può intervenire: se non può controllare il prezzo del barile, può però decidere quanto gravare quel barile di imposte.

E può decidere, in una situazione eccezionale, se continuare a incassare integralmente ogni tributo oppure restituire una parte di quel gettito a chi sta pagando sulla propria pelle un aumento dei costi sempre più difficile da sostenere.

Perché non basta dire che l’inflazione è “solo” dello 0,8 per cento, come spesso sentiamo ripetere attraverso cifre che possono apparire artificiali, irrealistiche e “addomesticate”.

Quel dato è una media statistica, ma non racconta necessariamente quanto una famiglia spende davvero ogni mese. Ed è proprio qui che nasce la distanza tra l’inflazione dichiarata e il costo della vita vissuto sulla propria pelle.

Nel calcolo dell’inflazione, infatti, alcune voci che pesano concretamente sui bilanci familiari non vengono considerate nello stesso modo, o non rientrano direttamente nell’indice: è il caso, per esempio, dei premi della cassa malati e delle imposte. E intanto continuano ad aumentare costi e oneri in molti altri ambiti.

Una famiglia non vive dentro una media statistica, e nemmeno nel mondo delle favole. Vive di benzina, affitto, cassa malati, spesa alimentare, elettricità, riscaldamento, trasporti, consumi e servizi.

È lì che si misura il vero potere d’acquisto: non soltanto nelle percentuali, ma in quanto resta davvero nel portafoglio alla fine del mese.

E quando lo stipendio non cresce nella stessa misura – oppure che, come accade troppo spesso, non cresce affatto - anche un’inflazione ufficialmente contenuta può diventare pesante nella vita quotidiana. Perché ciò che conta per una famiglia non è soltanto quanto aumenta l’indice, ma quanto aumenta ciò che deve realmente pagare.

Il vero problema, allora, non è soltanto quanto costa un litro di benzina, ma quanto di ciò che paghiamo alla pompa finisce davvero nelle tasche di chi produce e vende il carburante e quanto, invece, viene assorbito dalla fiscalità.

Alla fine, tra rincari e imposte, è sempre il cittadino a fare i conti con ciò che resta nel portafoglio.

E se il potere d’acquisto continua a ridursi, ripetere che “la crisi è sotto controllo” non fa scendere il prezzo della benzina, non paga il riscaldamento e non riempie il carrello della spesa.

Servono invece misure concrete, temporanee e verificabili: interventi capaci di alleggerire davvero il peso sui cittadini, soprattutto quando i costi raggiungono livelli difficili da sostenere.

Perché una cosa è certa: una crisi può essere gestita nei bilanci e nelle statistiche ma, quando arriva nel portafoglio, a pagare sono le persone, soprattutto quelle che hanno meno margine per assorbirne il peso.

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