Il Ticino e la carenza di autostima

Diego Baratti, vicepresidente UDC Ticino.
Perché il Ticino, pur avendo tutto per stare bene, sembra non riuscire mai a stare bene davvero?
Ce lo ripetiamo da anni: salari più bassi che nel resto della Svizzera, giovani che partono verso nord e non tornano, pressione sul mercato del lavoro, premi di cassa malati pesanti, un rapporto complicato con Berna e con la vicina Lombardia. Sono problemi reali, nessuno lo nega. Ma a forza di elencarli abbiamo smesso di chiederci da dove nascano davvero.
La mia convinzione è che alla radice di molte nostre difficoltà ci sia qualcosa che non compare in nessuna statistica: come società, noi ticinesi soffriamo di una grave carenza di autostima.
Questa carenza ha conseguenze concrete. La prima è che siamo poco consapevoli di ciò che abbiamo. Viviamo in uno dei territori più sicuri, benestanti e belli d'Europa, con imprese di eccellenza, un'università giovane e dinamica, una posizione strategica tra nord e sud. Eppure ne parliamo quasi sempre con un tono di rassegnazione.
La seconda è l'insicurezza. Chi non crede in sé stesso tende a restare fermo, a rimandare, a guardare con sospetto ogni cambiamento. Da qui nasce la terza conseguenza, forse la più amara: l'invidia verso chi ha successo. Invece di prendere esempio da chi ce la fa, troppo spesso lo guardiamo con diffidenza, come se il suo successo fosse sottratto a noi.
La quarta è l'incapacità di scegliere. Decidere significa rinunciare a qualcosa e assumersene la responsabilità. Ma per assumersi responsabilità serve fiducia in sé stessi. Così rinviamo, blocchiamo, ricorriamo, e i progetti restano sulla carta per decenni. Infine, senza autostima manca una visione condivisa del futuro del Cantone: non si può immaginare dove andare se non si crede di poterci arrivare.
Per questo sono convinto che la colpa non sia, in primo luogo, della politica, dell'economia o dei frontalieri. Sono i bersagli più comodi, perché ci permettono di spostare altrove la responsabilità. La verità è meno piacevole: spesso siamo noi ticinesi ad autosabotarci. Lamentarsi è più facile che agire, dare la colpa agli altri è più comodo che guardarsi allo specchio.
Non si tratta di negare i problemi, né di sostituire il lamento con un ottimismo di facciata. Si tratta di cambiare atteggiamento: riconoscere i nostri punti di forza, valorizzare chi intraprende e chi rischia, avere il coraggio di decidere e di rispondere delle proprie scelte. È un compito che riguarda tutti: istituzioni, imprese, associazioni, scuole, famiglie.
L'autostima di una società non si decreta per legge: si costruisce giorno dopo giorno, con i fatti. E se il Ticino smettesse di aspettare che qualcun altro risolva i suoi problemi e cominciasse finalmente a credere in sé stesso?



