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ELIO DEL BIAGGIO

La salute scoppia. E la politica continua a rimbalzare le responsabilità

La salute scoppia. E la politica continua a rimbalzare le responsabilità
Elio Del Biaggio
Fonte Elio Del Biaggio
La salute scoppia. E la politica continua a rimbalzare le responsabilità

Ci risiamo. Come ogni anno, puntuali come le stagioni, arriveranno gli aumenti dei premi dell’assicurazione malattia obbligatoria. E come ogni anno arriveranno anche le spiegazioni, le giustificazioni e soprattutto il solito ritornello della politica: “Non dipende da noi”, “Non possiamo farci niente”.

È federale. No, è cantonale. Dipende dagli ospedali, dai medici, dalle casse malati, dai costi delle prestazioni, dalla Confederazione, dai pazienti. E così, mentre le competenze rimbalzano da un livello istituzionale all’altro, il conto continua invece a finire sempre nello stesso posto: nelle tasche dei cittadini.

Ma quanto può ancora reggere questo meccanismo?

Per molte famiglie ticinesi il premio di cassa malati non è più semplicemente una voce importante del bilancio familiare. È diventato un costo che condiziona concretamente la qualità della vita, insieme all’affitto o all’ipoteca, alle imposte, alla spesa quotidiana, all’energia, ai trasporti e a tutto ciò che continua ad aumentare e rincarare. E il paradosso è evidente: si parla continuamente di contenimento dei costi, di riforme, di ottimizzazione, di efficienza. Poi, puntualmente, i premi aumentano e al cittadino viene chiesto di stringere ancora una volta la cinghia.

Qualcosa, evidentemente, non torna.

Non è sufficiente continuare a spiegare che la sanità costa. È vero, ma la domanda seria dovrebbe essere un’altra: perché costa così tanto e perché nessuno riesce, o vuole davvero, intervenire sulle cause?

Dove sono le responsabilità? Quali prestazioni possono essere razionalizzate? Quanto incidono burocrazia, strutture, duplicazioni, interessi e inefficienze? E quanto siamo disposti, davvero, a mettere in discussione un sistema che sembra avere sempre nuovi costi ma raramente qualcuno disposto a intervenire alla radice? E soprattutto: chi difende concretamente il cittadino che paga?

Perché il cittadino non può continuare a essere soltanto l’ultimo anello della catena. Quello che paga i premi, paga le imposte, paga franchigie e partecipazioni e, quando necessario, deve perfino rinunciare a qualcosa perché curarsi costa troppo. Eppure la reazione pubblica sembra stranamente debole.

Ci indigniamo per molto meno. Discutiamo per settimane di dettagli, polemizziamo sui social, ci dividiamo su questioni spesso marginali. Ma davanti a un problema che incide ogni anno direttamente sul bilancio di centinaia di migliaia di persone, prevalgono spesso rassegnazione e silenzio.

Forse è proprio questo il problema: ci siamo abituati all’inaccettabile. Ci siamo abituati agli aumenti. Ci siamo abituati alle spiegazioni. Ci siamo abituati al rimbalzo delle responsabilità. Ci siamo abituati all’idea che tanto non si possa fare nulla. Ma qualcosa si deve poter fare. E qualcosa si può fare subito.

Una misura concreta e di immediata applicabilità per attenuare almeno in parte questo salasso sarebbe rendere integralmente deducibili dalle imposte i premi dell’assicurazione malattia obbligatoria.

Non risolverebbe il problema alla radice, naturalmente. Non farebbe diminuire i costi della sanità e non sostituirebbe le riforme necessarie. Ma ridurrebbe immediatamente il peso fiscale su famiglie e cittadini, restituendo loro almeno una parte di quanto oggi sono costretti a destinare a una copertura obbligatoria.

Del resto, non vorremo mica tassare due volte lo stesso reddito?

Prima il cittadino paga le imposte sul reddito che guadagna. Poi una parte di quel reddito, che non è realmente disponibile perché deve essere destinata obbligatoriamente alla propria assicurazione sanitaria, viene nuovamente gravata dal fisco attraverso la mancata piena deducibilità del premio.

È davvero una logica che possiamo ancora considerare equa?

Se la copertura è obbligatoria, perché il relativo costo non dovrebbe essere integralmente riconosciuto dal sistema fiscale? Almeno su questo fronte, non servono anni di trattative, tavoli di lavoro e interminabili rimbalzi di competenze: serve una decisione politica. E se le competenze sulla sanità sono distribuite fra Confederazione e Cantoni, questo non può diventare un alibi per non fare nulla. Il compito della politica non è spiegare ai cittadini perché un problema è difficile da risolvere, ma è cercare, pretendere e costruire soluzioni. Il Ticino dovrebbe avere il coraggio di alzare la voce, non soltanto quando arrivano i nuovi premi, ma prima. Dovrebbe chiedere trasparenza sui costi, pretendere efficienza, mettere in discussione ciò che non funziona e fare pressione a Berna perché la sostenibilità del sistema sanitario torni a essere una priorità reale.

E, nel frattempo, potrebbe almeno alleggerire il peso fiscale di chi quei premi è obbligato a pagarli.

Perché la salute è un diritto, ma il suo finanziamento non può diventare un peso insostenibile per chi lavora, per le famiglie e per chi vive già con un reddito modesto. E allora, quando arriveranno i prossimi aumenti, sarebbe bello che almeno una volta non sentissimo soltanto il solito coro di “non dipende da noi”, ma vorremmo sentire qualche “adesso basta”.

E soprattutto vedere qualcuno disposto a trasformarlo, finalmente, in fatti.

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