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KEVIN PIDÒ

Semafori a Cadenazzo: un disastro annunciato, ora qualcuno si assuma le responsabilità!

Kevin Pidò
Semafori a Cadenazzo: un disastro annunciato, ora qualcuno si assuma le responsabilità!
Kevin Pidò
Fonte KEVIN PIDÒ
Semafori a Cadenazzo: un disastro annunciato, ora qualcuno si assuma le responsabilità!
Kevin Pidò

Altro che miglioramento della viabilità. A pochi giorni dall’entrata in funzione, i nuovi semafori di Cadenazzo stanno diventando il simbolo di come si possa prendere una situazione già delicata e riuscire addirittura a complicarla ulteriormente.

Chi percorre quotidianamente questo importante asse del Piano di Magadino conosce bene la realtà: traffico intenso, pendolari, mezzi pesanti e migliaia di persone che ogni giorno devono spostarsi per lavoro. Proprio per questo servivano soluzioni capaci di rendere la circolazione più fluida. Invece ci ritroviamo con nuovi stop, attese e un sistema che sta facendo innervosire sempre più automobilisti.

Le lamentele che si sentono tra chi percorre la zona non possono essere liquidate con una scrollata di spalle. La domanda è semplice: ma davvero qualcuno pensava che aggiungere semafori su un asse già fortemente trafficato avrebbe automaticamente risolto i problemi?

Per mesi abbiamo sentito parlare di sperimentazione, regolazione intelligente dei flussi, miglioramento della sicurezza e ottimizzazione del traffico. Belle parole. Ma alla fine ciò che conta non sono le presentazioni tecniche o le simulazioni fatte davanti a un computer. Conta quello che succede sulla strada.

E sulla strada ci sono cittadini che aspettano.

Gli automobilisti non sono cavie da utilizzare per verificare se un modello teorico funziona oppure no. Dietro ogni automobile ferma c’è qualcuno che deve andare al lavoro, accompagnare i figli, raggiungere un appuntamento o rientrare a casa. Cinque o dieci minuti persi possono sembrare poca cosa per chi guarda una cartina del traffico da un ufficio, ma moltiplicati per migliaia di persone e per centinaia di giorni diventano un costo enorme per tutta la regione.

E allora bisogna avere il coraggio di porre anche una domanda politica: chi si assumerà la responsabilità se questo esperimento si rivelerà un fallimento?

Perché troppo spesso assistiamo allo stesso copione. Si presenta un progetto come la soluzione definitiva, si spendono soldi pubblici, si mette tutto in funzione e, quando arrivano i problemi, improvvisamente nessuno sembra più essere responsabile.

Non può funzionare così.

Se questi semafori stanno creando problemi, bisogna intervenire subito sulle regolazioni. Se dopo un periodo ragionevole di prova emergerà che il sistema peggiora realmente la situazione, bisognerà avere l’umiltà e soprattutto il coraggio politico di fare marcia indietro.

Perseverare in un errore soltanto per non ammettere di aver sbagliato sarebbe ancora più grave dell’errore stesso.

E sorprende anche il silenzio delle istituzioni. Dove sono oggi tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto? Dove sono davanti al malcontento degli automobilisti? Possibile che nessuno senta la necessità di spiegare pubblicamente cosa sta succedendo, quali dati vengono raccolti e quali saranno i criteri utilizzati per stabilire se l’esperimento funziona oppure no?

I cittadini meritano risposte, non rassicurazioni generiche.

Cadenazzo e il Piano di Magadino non possono diventare un laboratorio permanente nel quale sperimentare soluzioni sulla pelle di chi ogni giorno è obbligato a utilizzare queste strade. Questa regione ha bisogno di infrastrutture efficienti e di decisioni pragmatiche, non di ideologia applicata alla mobilità.

Basta esperimenti sulla pelle degli automobilisti.

Cantone, USTRA e responsabili del progetto escano allo scoperto, ascoltino chi percorre quotidianamente queste strade e rendano pubblici i risultati dell’esperimento. E soprattutto siano pronti a correggere rapidamente ciò che non funziona.

Perché una cosa deve essere chiara: gli automobilisti del Piano di Magadino hanno già dato abbastanza in termini di code, traffico e tempo perso. Non possono essere sempre loro a pagare il prezzo delle decisioni prese dall’alto.

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